Giornata della memoria, Vanni Clodomiro racconta la storia degli ebrei in Calabria

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Vanni Clodomiro
  27 gennaio 2022 14:58

di VANNI CLODOMIRO

"Le immigrazioni in Italia degli Ebrei cominciano in tempi lontanissimi, probabilmente prima e dopo la distruzione di Gerusalemme; perciò non si può pretendere di ripercorrere in breve una storia così lunga e tormentata come quella degli Ebrei. Quindi, ci riferiamo alla loro presenza in Calabria, e particolarmente a Catanzaro, cosa che ci interessa più da vicino.

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Già nel Medioevo moltissimi furono gli Ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando progressivamente la loro presenza, fino alla cacciata, avvenuta intorno alla metà del XVI secolo; tornarono poi per pochi anni, richiamati dagli abitanti, oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente scacciati nel 1541. Tale evento non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.

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Dopo l’espulsione definitiva, gli Ebrei, ufficialmente, sparirono, per tornare temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento nei campi di concentramento di Ferramonti, durante la seconda guerra mondiale; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri (zona dell’Alto Tirreno Cosentino) si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione della Festa delle Capanne.

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Ad ogni modo, bisogna capire perché parliamo proprio di Catanzaro. Quindi, cominciamo col ripetere che una nutrita presenza di Ebrei si ebbe un po’ in tutto il meridione d’Italia, da Napoli in giù. Passando dalla Campania alla Puglia alla Calabria, gli Ebrei giunsero più o meno verso il 1100, abitando a Corigliano, a Cosenza, Belcastro, Taverna, Simeri, Tropea, Crotone, Squillace, Reggio, e particolarmente a Catanzaro. Ma le date non sono certe, tant’è vero che sembra che a Catanzaro essi vi fossero anche prima dell’anno Mille.

A Catanzaro, gli Ebrei si erano specializzati nella produzione della seta, importando tecniche di lavorazione, macchinari e prodotti provenienti dalla Siria e dal Medio Oriente. Introdussero e valorizzarono l’industria della seta e, ovviamente, le attività ad essa connesse: allevamento del baco, coltivazione del gelso, fabbriche di tessuti, tintorie. Tra esse, famosa quella dell’indaco, immessa sui mercati europei per la prima volta dai produttori di Reggio. Gli Ebrei portarono un enorme contributo al commercio catanzarese e aprirono negozi con ogni sorta di merci, alle quali si univano i damaschi ed i famosi velluti di Catanzaro, che essi stessi andavano a vendere in Spagna, in Olanda, a Genova e a Venezia.

Avevano ormai praticamente il monopolio, nell’Italia Meridionale, della tintura dei tessuti e della manifattura della seta, e in verità avevano svolto ruoli simili in tempi più antichi anche nelle terre Bizantine.

Un’ulteriore migrazione verso la Calabria si ebbe con l’avvento degli Svevi nella regione, per il trattamento di favore accordato agli Ebrei prima da Enrico IV e poi da Federico II, allo scopo di incrementare le industrie della seta, della tintoria, del cotone, della canna da zucchero e della carta. E ciò non perché essi lavorassero in quelle industrie, ma perché ne intensificassero la produzione, contribuendo così al progresso dell’economia locale.

A Catanzaro gli Ebrei erano esclusi dal diritto di proprietà, dalla parentela promiscua, dalle magistrature, dalle armi, dalle eredità, dalle corporazioni delle arti e dei mestieri. Erano obbligati ad andare per la città con un mantelletto nero, per essere distinti dagli altri cittadini. Nel 1417, la città di Catanzaro appoggiò la richiesta, da essi rivolta al Governo, di essere dispensati dal portare quel segno distintivo, oltre che dell’esonero dal pagamento della “gabella della tintoria”, e dell’assicurazione di non essere molestati né dagli ufficiali regi, né dagli inquisitori ecclesiastici: poco dopo, gli Ebrei ottenevano di formare una comunità unica con i Cristiani, senza alcuna discriminazione nei loro riguardi.

Chiamati dai catanzaresi fin dal 1103 con la promessa di perpetua franchigia, vennero in gran numero ad abitare un intero quartiere della città, che fu chiamato con il solito nome di Giudecca, che poi sarebbe l’attuale zona che va da Palazzo Fazzari fino giù al teatro Politeama (Grecìa, Capece).

Ogni famiglia ebbe la sua casetta, linda e pulita, come tutte le case ebraiche, e gli uomini aprirono bottega di panni e mercerie, dove si vendeva a buon prezzo ottima merce. La Sinagoga, piccola ma ricca di marmi, era nel centro della contrada e lì si celebravano i riti, che i cittadini non deridevano e che soltanto i gesuiti stigmatizzavano dal loro pulpito.

I catanzaresi furono molto grati agli Ebrei, che resero la città ricca e conosciuta, portandone il nome e la produzione locale – come damaschi, velluti, panni di lana e di lino, olii ed agrumi – di fiera in fiera: da quelle, grandi, di Napoli, Salerno, Reggio Calabria, a quelle, modeste, di S. Luca a Monteleone, di Porto Salvo a Crotone, di Santa Domenica a Tropea.

Altre due fiere si tenevano a Catanzaro: quella di S. Caterina il 25 novembre, e quella di S. Chiara in agosto, che durava 15 giorni e alla quale accorrevano mercanti d’ogni parte. Quest’ultima fiera fu abolita in seguito alla peste che stremò Catanzaro nel 1668 e che si pensò fosse stata importata dai mercanti orientali.

Se i damaschi di Catanzaro furono conosciuti ed ammirati un po’ dovunque, se si aprì un negozio a Parigi, se Catanzaro fu soprannominata la città delle tre V (vento, velluti e Vitaliano), tutto questo fu merito soprattutto degli Ebrei, che vagavano per l’intero reame di Napoli con cassoni pieni di manifatture catanzaresi.

Fu così grande il beneficio apportato dagli Ebrei alla città di Catanzaro, che i catanzaresi li includevano in ogni elenco di grazie chieste ai vari sovrani: si sottolineava sempre la fedeltà alla città e i sacrifici comuni che venivano affrontati nelle guerre a servizio del sovrano.

Insomma, la città di Catanzaro si mostrò sempre molto grata agli Ebrei, ma bisogna dire che purtroppo le lodi, le simpatie e l’affetto non furono sufficienti per impedire che il viceré don Pedro di Toledo, uomo dal carattere decisamente autoritario, li espellesse dal Regno.

Verso la fine del XV secolo il sovrano Ferdinando d’Aragona, sovrano di Spagna e di Sicilia, impresse una direzione negativa per la comunità ebraica di tutto il Mezzogiorno Italiano. Egli fece il voto di cacciare tutti gli Ebrei dai suoi possedimenti in Spagna ed in Italia Meridionale, se avesse riconquistato la città di Granada agli Arabi. Quando questo avvenne nel 1492, Ferdinando procedette al decreto di espulsione. Una delegazione di alti funzionari siciliani fece appello a quel decreto, sottolineando che era impossibile cacciare con la forza, ad esempio, 100.000 Ebrei siciliani: essi producevano ricchezza ed il loro sostentamento era sufficiente a mantenere una fiorente industria agricola con una spesa di un milione di fiorini all’anno solo in cibo. I Siciliani erano quindi atterriti dalla decisione del loro sovrano di scacciare gli Ebrei: il commercio si sarebbe fermato. Quasi tutti gli artigiani dell’isola erano Ebrei, e se tutti se ne fossero andati in esilio, i Cristiani avrebbero perso migliaia di mani che producevano articoli indispensabili in metallo: aratri, ferri di cavallo e vari componenti per la costruzione di navi. Non si sarebbero trovati sufficienti cristiani a rimpiazzare gli Ebrei, e quelli che li avrebbero rimpiazzati avrebbero richiesto salari esorbitanti. Ma le proteste degli alti funzionari di Palermo furono vane: 200.000 Ebrei spagnoli furono scacciati dalla Spagna, e dalla Sicilia ne furono esiliati 100.000; tutti i loro beni vennero confiscati. Gli esuli scapparono verso la Calabria, la Campania e la Puglia; ma quando gli Spagnoli sconfissero i Francesi e conquistarono tutto il Mezzogiorno d’Italia nel 1505 anche gli Ebrei di Calabria, e gli Ebrei di Catanzaro con essi, furono costretti ad emigrare. Alcuni andarono nella Penisola Balcanica, allora posseduta dai Turchi, altri scapparono nel’Italia e nell’Europa Settentrionale.

La cacciata degli Ebrei portò al lento declino della produzione e del commercio della seta, alla scomparsa dell’industria da Catanzaro e alla capacità di questa città di guadagnarsi, o comunque di rimpiazzare, le esportazioni. Nuovi centri serici si svilupparono in Lombardia ed in Francia, copiando le tecniche provenienti da Catanzaro. La città, privata come tutto il meridione d’Italia della sua forza lavoro produttiva, divenne sempre più povera e sempre più vessata dal fisco spagnolo, il cui centro amministrativo era Napoli. Catanzaro e il Mezzogiorno d’Italia piombarono nell’arretratezza. Non più in grado di produrre beni che guadagnassero loro esportazioni, si adagiarono in un’economia agricola di sopravvivenza.

Gli anni dell’espulsione degli Ebrei dal Regno, e da Catanzaro, furono quelli dal 1535 al 1538: da allora l’economia della città fu duramente colpita, perché le furono tolte una fonte di onesto guadagno e una cospicua forza economica. I catanzaresi, come tutti gli altri corregionali, chiamati per la loro attività i genovesi di Calabria, avevano ritegno e forse anche timore di uscire fuori dalle mura. Pertanto, la loro produzione, sia di alimenti che di indumenti, non vendendosi altrove, rendeva sostanzialmente poco.

Specialmente la produzione delle sete aveva bisogno di nuovi mercati e di molti clienti, se non voleva calar di costo o restare addirittura invenduta. Di qui la presenza in città degli Ebrei, grandi commercianti ed esperti nel vendere ogni cosa.

A sostituire gli Ebrei giunsero presto gli amalfitani che, per l’eccesso di popolazione e le insufficienti risorse della loro città, erano stati costretti a lasciare la patria, stabilendosi così in tutti i luoghi del Sud, e specialmente in Calabria. In particolare, a Catanzaro, occuparono le bottegucce ebraiche e trafficarono anch’essi in tutto, e con chiunque, avendo, diremmo noi oggi con un termine moderno, nel “DNA” la capacità imprenditoriale e commerciale. Ma gli Ebrei erano ormai fuori gioco".

 

 

 

 

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