Giuseppe Terranova: "Spunto per un nuovo tempo"

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  06 marzo 2026 10:26

di Giuseppe Terranova

Spunti per un nuovo tempo.

C’è un momento nella storia dei popoli in cui le paure devono lasciare spazio al coraggio della visione. L’Occidente oggi vive questo passaggio. Si trova davanti a uno specchio che non restituisce più l’immagine rassicurante del passato, ma il profilo inquieto di un futuro che non può essere governato con le categorie di ieri.

L’Occidente si sta arroccando su sé stesso. Si difende. Si chiude. Alza muri — fisici, economici e mentali — nel tentativo di proteggere un equilibrio che la storia ha già iniziato a trasformare.

Ma il mondo non attende. Non rallenta. Non concede tregue.

Il “nuovo mondo” nasce sotto i nostri occhi: una civiltà globale che ridisegna alleanze, rapporti di forza e orizzonti del potere. L’Europa appare spesso esitante, fragile nella capacità di immaginare una traiettoria strategica capace di parlare al futuro e non solo al presente.

Abbiamo rinchiuso l’idea di nazione dentro mura sempre più strette.

Questa scelta sta alimentando conflitti che non nascono solo dai territori, ma dalle paure della storia, dalle disuguaglianze, dalla percezione di esclusione e dalla mancanza di una visione condivisa tra Stati.

Dal 2000 ad oggi i conflitti nel mondo sono triplicati.

Non è un dato tecnico. È un grido della storia che segnala la fragilità di un ordine internazionale incapace di costruire una governance globale matura.

Le grandi trasformazioni del XXI secolo non sono solo economiche o tecnologiche.

Sono soprattutto demografiche.

Africa, Asia e America Latina stanno diventando il cuore pulsante della crescita planetaria.

Tra vent’anni un abitante su quattro della Terra sarà africano.

Questa non è una previsione statistica. È una rivoluzione della storia.

Che cosa sarà dell’Occidente quando questi popoli saranno più istruiti, più coscienti, più organizzati nelle istituzioni e più consapevoli della propria forza culturale e politica?

Saremo partner della storia oppure spettatori della nuova civiltà che nasce?

In questo passaggio epocale le forze progressiste hanno una responsabilità enorme: quella di liberarsi da schemi interpretativi consumati dal tempo.

Non basta parlare di solidarietà.

Non basta evocare inclusione.

Serve una visione geopolitica, economica e sociale capace di comprendere la nuova struttura del mondo.

Serve coraggio intellettuale.

Serve profondità strategica.

Serve la capacità di pensare oltre le formule rassicuranti che non trasformano la realtà.

Si affievoliscono i poteri che hanno dominato il Novecento.

Il potere temporale e quello spirituale, che per decenni hanno orientato masse e coscienze, perdono la centralità storica che possedevano.

Il mondo contemporaneo è governato da reti, flussi, conoscenze diffuse e nuove forme di influenza globale.

All’interno di questa riflessione è utile riconoscere anche il valore non bellicistico del Corano, che in molte interpretazioni richiama giustizia, solidarietà e responsabilità comunitaria.

L’Occidente ha il dovere storico di aprire uno spazio reale di dialogo culturale e civile con queste tradizioni, costruendo ponti invece di barriere.

Le classi dirigenti occidentali non sembrano ancora percepire pienamente il clima di diffidenza e di odio che cresce sulle rive del Mediterraneo.

Le ferite della storia, le disuguaglianze economiche e la percezione di doppio standard alimentano un risentimento silenzioso ma profondo.

Se non verrà affrontato con lucidità, questo sentimento renderà molto complessa la costruzione della pace nei prossimi decenni.

La politica nazionale e regionale dell’Occidente dovrebbe interrogarsi sulla necessità di nuovi strumenti di governance territoriale, come le macroregioni, capaci di superare frammentazioni amministrative e costruire visioni di sviluppo di lungo periodo.

In questo scenario la sinistra italiana deve pensare oltre le proprie frontiere ideologiche.

Deve nutrirsi anche delle culture democratiche che germogliano in altri orizzonti politici, soprattutto dove si soffre l’autoritarismo e il nazionalismo identitario.

Non esiste democrazia confinata.

La libertà vive anche fuori dai perimetri tradizionali della politica organizzata.

L’agenda delle forze del progresso non può limitarsi ai diritti civili.

Deve comprendere i diritti sociali, la dignità del lavoro, la sicurezza economica e la rigenerazione della partecipazione democratica.

L’astensionismo in Europa colpisce soprattutto le fasce più fragili della società.

Chi vive condizioni di difficoltà spesso abbandona la partecipazione politica perché percepisce le istituzioni come incapaci di cambiare la propria esistenza.

L’astensionismo crescente è un allarme della storia: senza partecipazione, la democrazia rischia di svuotarsi e indebolirsi.

È giunto il tempo di rimescolare le carte per la democrazia.

Vorrei dire alle classi dirigenti della sinistra calabrese e cosentina di trasformare le tensioni interne in un campo nuovo di confronto e di pensiero.

Chiamiamo a raccolta energie culturali, politiche e sociali portatrici di visione.

Abbandoniamo i vicoli stretti.

Apriamoci ai grandi mari della storia.

La terra di Calabria deve riconoscere la propria vocazione di avamposto occidentale verso i nuovi mondi.

È snodo tra Oriente e Occidente.

È piattaforma naturale del Mediterraneo.

È crocevia antico e futuro di culture, commerci e civiltà.

Non possiamo continuare a governare il quotidiano senza una visione strategica.

Ci sono giovani che da questa terra partono per vivere il fine settimana tra Malta e Dubai, simboli delle economie che stanno nascendo.

Le piazze di Calabria devono tornare a essere luoghi vivi.

Non solo memoria.

Non solo identità.

Ma spazio di incontro dove il Quarto Mondo che cresce trova voce.

Il Quarto Mondo non è solo povertà materiale.

È l’umanità che emerge nella storia globale chiedendo dignità, futuro e partecipazione.

È la voce dei popoli che non vogliono restare ai margini della civiltà che nasce.

Non è un destino scritto.

È una scelta della coscienza storica.

Chiudersi significa alimentare tensioni.

Costruire comunità di intenti tra Stati significa ridurre conflitti e fratture.

L’Europa può restare spettatrice delle nuove rotte economiche e digitali oppure diventare ponte tra continenti.

Il mondo nuovo è già qui.

La vera domanda non è se cambierà.

La vera domanda è se avremo il coraggio di cambiare con lui.

 


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