
Il tema della sicurezza e delle recenti misure annunciate in materia di giustizia minorile impone una riflessione che non può fermarsi alla sola dimensione repressiva. La tutela della collettività è una priorità irrinunciabile, ma non può essere perseguita trascurando le cause profonde della devianza giovanile e il ruolo fondamentale dell'educazione nella costruzione di una società più sicura e inclusiva.
A richiamare l'attenzione su questi aspetti è Luciano Giacobbe, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Catanzaro, che invita le istituzioni a interrogarsi sull'efficacia di un modello di intervento sempre più orientato all'inasprimento delle misure penali e all'ampliamento degli spazi detentivi destinati ai minorenni.
"La sicurezza non può essere ridotta a una questione di ordine pubblico, né può essere misurata esclusivamente attraverso il numero degli arresti o dei posti disponibili negli istituti penitenziari. Quando un adolescente commette un reato, siamo di fronte a una responsabilità individuale, ma anche a una vicenda umana e sociale che merita di essere compresa e affrontata con strumenti adeguati. Punire, da solo, non basta: occorre creare le condizioni perché un errore non diventi una condanna permanente al proprio passato". Il confronto sulle nuove politiche di sicurezza e sulle ipotesi di ampliamento della capacità ricettiva degli Istituti penali per minorenni, compresa la possibilità di destinare ai giovani sezioni di strutture penitenziarie per adulti, solleva interrogativi che riguardano non soltanto l'organizzazione del sistema carcerario, ma soprattutto la direzione che si intende imprimere alla giustizia minorile.La detenzione, quando necessaria e prevista dalla legge, deve rispondere a criteri di proporzionalità e rispettare pienamente i diritti della persona. Nel caso dei minorenni, tuttavia, assume un significato ancora più delicato: deve confrontarsi con una personalità in formazione, con un percorso di crescita ancora aperto e con la possibilità concreta di recuperare relazioni, fiducia e opportunità.
"Un ragazzo non può essere considerato soltanto attraverso il reato che ha commesso. Dietro ogni vicenda di devianza possono esserci fragilità familiari, abbandono scolastico, povertà educativa, marginalità sociale, dipendenze o mancanza di punti di riferimento. Comprendere questi fattori non significa giustificare la violenza, ma individuare gli strumenti più efficaci per prevenirla e impedire che si ripeta. La risposta delle istituzioni deve essere ferma quando necessario, ma anche intelligente, proporzionata e capace di guardare al futuro".
L'eventuale aumento dei posti detentivi non può rappresentare, da solo, la soluzione alle criticità della giustizia minorile. Senza un rafforzamento dei servizi territoriali, del personale educativo e delle misure alternative alla detenzione, il rischio è quello di intervenire sugli effetti del disagio senza incidere sulle sue cause.
La presenza di educatori qualificati, psicologi, assistenti sociali, mediatori culturali e operatori specializzati costituisce un elemento essenziale per costruire percorsi individualizzati, capaci di accompagnare i giovani verso una reale assunzione di responsabilità.
Allo stesso modo, è necessario garantire continuità ai rapporti con le famiglie, favorire il completamento dei percorsi scolastici e professionali e creare opportunità di inserimento lavorativo. La detenzione non dovrebbe interrompere definitivamente il legame con la comunità, ma diventare, laddove inevitabile, un momento all'interno di un percorso più ampio di recupero e reintegrazione.
"Se vogliamo ridurre la recidiva e prevenire nuovi reati, dobbiamo investire sulle persone e sulle competenze di chi è chiamato ad accompagnarle. Non si può pretendere che il sistema penitenziario svolga una funzione rieducativa se mancano risorse, professionalità e progettualità. Il lavoro degli operatori è fondamentale, ma deve essere sostenuto da politiche pubbliche coerenti e da una collaborazione stabile tra giustizia, scuola, sanità, servizi sociali, enti locali e Terzo settore".
Il confronto sulla sicurezza deve mantenere saldi i principi costituzionali che regolano la privazione della libertà personale e la funzione della pena. L'articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.Un principio che assume particolare rilievo quando riguarda i minorenni, per i quali la prospettiva del cambiamento e il diritto a costruire un futuro diverso devono rappresentare elementi centrali dell'intervento istituzionale. La tutela dei diritti non è in contrasto con la sicurezza dei cittadini. Al contrario, un sistema capace di ridurre la recidiva, recuperare le persone e prevenire nuovi comportamenti violenti contribuisce in maniera concreta alla sicurezza collettiva.
Per questo, secondo Giacobbe, è necessario evitare che le emergenze del momento diventino il criterio ordinario con cui affrontare fenomeni complessi. Le tensioni sociali, gli episodi di violenza e il crescente disagio di una parte del mondo giovanile richiedono risposte tempestive, ma anche una strategia di lungo periodo, fondata sulla conoscenza dei problemi e sulla valutazione dell'efficacia degli interventi.
"La fermezza delle istituzioni deve accompagnarsi alla capacità di offrire alternative concrete. Un adolescente che ha sbagliato deve essere chiamato a rispondere delle proprie azioni, ma deve anche poter incontrare adulti, servizi e istituzioni capaci di indicargli una strada diversa. Se ci limitiamo a isolare il problema senza affrontarlo, rischiamo di ritrovarcelo davanti, aggravato, dopo qualche anno". Una particolare attenzione deve essere riservata ai minori stranieri non accompagnati e ai ragazzi che vivono condizioni di grave vulnerabilità. Per questi giovani, la mancanza di riferimenti familiari, le difficoltà linguistiche, l'irregolarità dei percorsi scolastici e l'assenza di reti sociali possono accentuare il rischio di esclusione. È indispensabile che le risposte istituzionali siano in grado di distinguere le situazioni, valutare i bisogni individuali e garantire percorsi adeguati di accoglienza, tutela e integrazione, nel rispetto della legge e dei diritti fondamentali.
Il contrasto alla devianza giovanile non può essere delegato esclusivamente alle forze dell'ordine e al sistema giudiziario. Richiede una responsabilità condivisa, che coinvolga le istituzioni a ogni livello e valorizzi le realtà del territorio capaci di intercettare precocemente le situazioni di disagio.
"Dobbiamo recuperare la capacità di arrivare prima che il disagio si trasformi in violenza e prima che l'emarginazione diventi esclusione definitiva. Investire nella scuola, negli spazi di aggregazione, nella formazione professionale e nei servizi di prossimità significa costruire sicurezza concreta. È una strada più impegnativa rispetto alla semplice risposta emergenziale, ma è quella che può produrre risultati duraturi".
Per il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Catanzaro, la questione della giustizia minorile deve dunque essere affrontata attraverso un equilibrio tra responsabilità, tutela dei cittadini e possibilità di recupero.La risposta ai comportamenti illeciti non può ignorare le vittime, la necessità di prevenire nuovi reati e l'esigenza di garantire condizioni di sicurezza. Ma non può neppure rinunciare alla funzione educativa, soprattutto quando sono coinvolte persone che stanno attraversando una fase decisiva della propria crescita.
"La giustizia minorile deve continuare a guardare alla persona nella sua interezza, senza sottovalutare la gravità dei reati, ma senza rinunciare alla prospettiva del cambiamento. Ogni ragazzo recuperato rappresenta una possibilità in più per la società intera: meno recidiva, meno violenza, più fiducia nelle istituzioni. La sicurezza e la dignità umana non sono obiettivi contrapposti.La sfida delle istituzioni è dimostrare che possono e devono camminare insieme".
Una riflessione che chiama in causa l’intero Paese: perché una comunità è realmente sicura non soltanto quando riesce a contenere chi sbaglia, ma quando sa intervenire affinché sempre meno giovani arrivino a sbagliare e quando offre a chi ha commesso un errore una possibilità concreta di ricominciare.
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