Ci sono mattine in cui la scuola smette di essere unicamente il luogo della trasmissione teorica del sapere e si trasforma in un presidio vibrante di cittadinanza attiva, una vera e propria Agorà del pensiero critico. È quanto accaduto nell'ambito delle giornate del Progetto Gutenberg, nel corso dell'incontro dedicato all'analisi del testo “Il mio nome è Balbir”, firmato dal sociologo e saggista Marco Omizzolo. L’evento, aperto e coordinato dalla professoressa Zampetti, ha squarciato il velo di indifferenza che troppo spesso avvolge le dinamiche del caporalato e dello sfruttamento paraschiavistico nelle campagne italiane, offrendo agli studenti del biennio una monumentale e dolorosa lezione di educazione civica. Davanti a una platea attenta, la docente ha introdotto l'opera contestualizzando il percorso di riflessione compiuto in classe, focalizzandosi sulla difesa dei diritti umani, sul dettato costituzionale e sulla strenua lotta alle reti criminali che strangolano la dignità del lavoro.

Nel presentare l'ospite principale, ha rimarcato come la testimonianza di Omizzolo rappresenti un esempio fulgido di coerenza civile, capace di tramutare le parole astratte della norma in carne, sangue e impegno quotidiano. Quando la parola è passata all'autore, l'atmosfera si è fatta densa. Omizzolo ha condiviso la sua cruda e appassionata testimonianza sul campo, ripercorrendo le tappe del suo cammino a difesa dei braccianti e analizzando lo stato di salute della nostra democrazia. Ha descritto con lucida spietatezza il divario, drammatico e insostenibile, che separa i principi ideali di accoglienza e dignità dalla quotidiana realtà di violenza, ricatto e insicurezza vissuta nei campi. Per i giovani studenti si è trattato di un impatto fortissimo con una realtà brutale: «Ci ha fatto conoscere un mondo a noi ignoto, eppure vicinissimo — è stato il commento condiviso tra i ragazzi —, ed è stato un onore profondo conoscere una persona che dà un significato concreto e privo di retorica alla parola solidarietà». Il cuore pulsante dell'incontro si è acceso durante il dibattito, in cui la professoressa Zampetti ha presentato uno a uno i compagni di classe scelti per porre le domande specifiche all'autore, dando il via a un confronto di altissimo spessore filosofico e giuridico. Incalzato dai quesiti della platea, Omizzolo ha affrontato la complessa dicotomia tra norma giuridica oggettiva e legge naturale. Gli studenti del biennio hanno sollevato un dubbio profondo: l'esistenza stessa della schiavitù moderna e del caporalato non si spiega, forse, con lo smarrimento dei valori imposti dal diritto naturale, ancor prima che dalle leggi dello Stato? Più forte della sanzione giuridica, è emerso dal dibattito, deve essere la legge morale, etica e religiosa. Come profeticamente accennato a pagina 41 del libro, l'umanità contemporanea sembra aver sostituito quel Dio che vede la fatica e conosce il dolore con un idolo laico e spietato: il profitto. Un meccanismo perverso che spinge a scegliere le cose piuttosto che le persone, determinando una spaventosa povertà emozionale che cresce di pari passo con la ricchezza economica. Durante il confronto è emerso anche un dato che ha raggelato l'auditorium: in Italia, nonostante si disponga di una delle migliori normas a tutela dei lavoratori, si registrano in media tre morti bianche al giorno, un sacrificio umano quotidiano che dimostra come la nostra democrazia non possa dirsi in buona salute finché tollererà la presenza di migliaia di schiavi sul proprio territorio. Un altro momento di forte tensione intellettuale ha riguardato l'analisi del testo costituzionale in chiave storica. I ragazzi hanno richiamato l'Articolo 10 della Costituzione italiana, che garantisce il diritto d'asilo, ricordando come tale concetto affondi le proprie radici nel DNA stesso della civiltà occidentale, risalendo addirittura ai Greci che lo consideravano un dovere sacro e inviolabile per proteggere chi fuggiva dai pericoli. A Balbir e alla sua famiglia, all'inizio della storia, erano state fatte grandi promesse: un lavoro sicuro, una vita dignitosa e la libertà; la terra promessa si è però rivelata l'esatto opposto. Rispondendo ai ragazzi, l'autore ha confermato come il nucleo del libro sia proprio la denuncia di questo strappo, evidenziando quanto sia ancora difficile, ma necessario, trasformare le nostre leggi e i nostri ideali di civiltà in tutele reali per chi arriva oggi in Italia. Alla domanda finale su cosa alimenti la motivazione a dedicare un così grande impegno a questa causa, pagando anche un prezzo personale molto alto, Omizzolo ha risposto rimarcando il valore della responsabilità civile.
La conferenza si è infine conclusa con i ringraziamenti della professoressa Zampetti all'autore, agli studenti e al pubblico presente. Il tocco finale, solenne e riflessivo, è giunto con la lettura ad alta voce dell'ultima frase del libro, scelta per lasciare un messaggio forte impresso nella memoria di tutti. Le parole conclusive di “Il mio nome è Balbir” hanno risuonato nel silenzio dell'aula, consegnando ai ragazzi un monito nitido: la legalità e la giustizia sociale non sono concetti statici, ma una prassi quotidiana che richiede il coraggio di difendere l'umanità contro ogni logica di sfruttamento.




