
Le ferite invisibili, gli oggetti scheggiati, i dettagli minimi che la fretta del mondo moderno tende a calpestare. È esattamente in queste fessure dell'anima che “si infila” la penna di Domenico Dara, scrittore calabrese che ha incontrato gli studenti nella biblioteca Mastroianni del Liceo classico annesso al Convitto Nazionale “Galluppi”, per un dibattito denso, vibrante e privo di retorica. Al centro della discussione non ci sono solo le trame dei suoi libri, ma il senso stesso del fare letteratura oggi. I suoi personaggi, da Astolfo a Liberata, sono creature che osservano le crepe dell'esistenza e cercano di colmarle attraverso l'invenzione di mondi paralleli, incarnando perfettamente il tema della rassegna culturale di quest'anno: "Catastrofi e nuovi mondi".
La discussione – moderata dalle docenti Ines Arcuri e Paola Ferragina - è entrata subito nel vivo con un'analisi accurata della poetica dell'autore, definita dai ragazzi come una costante ricerca di forme di resistenza dentro la fragilità. I romanzi di Dara, pur pervasi da una profonda e radicata malinconia, non cedono mai alla disperazione. La letteratura viene descritta come uno strumento che conduce l'essere umano sull'orlo del precipizio ma, allo stesso tempo, lo afferra per mano per non farlo cadere, creando uno spazio intimo in cui il dolore può essere finalmente abitato e compreso.
Un'interessante riflessione sollevata dagli studenti della scuola ha tracciato un parallelo tra la protagonista dell'ultimo romanzo, Liberata, e il fanciullino pascoliano.
“Non possiamo cambiare gli eventi del mondo– ha risposto lo scrittore agli studenti – ma ci è concesso interpretarli in modo diverso. Lo sguardo determina il mondo, la vera vita è quella che abbiamo nella testa. La scrittura stessa non inizia quando si mettono le parole sul foglio: si scrive prima di tutto con gli occhi. Chi fa letteratura è un sacerdote dell'invisibile”.
La seconda parte dell'incontro ha visto i ragazzi dialogare con l'autore sulla figura di Cesare Pavese, visto non solo come riferimento culturale, ma come un vero e proprio personaggio aggiunto. Dara ha analizzato la drammatica scissione tra l'intellettuale pubblico e l'uomo privato, ricordando come Pavese si sia tolto la vita proprio nell'anno della vittoria del Premio Strega, un momento in cui avrebbe probabilmente barattato tutta la sua fama per l'ordinaria felicità di una relazione stabile.
La discussione ha toccato anche il "terremoto letterario" del 1990, legato alla pubblicazione postuma del Taccuino segreto e ai suoi controversi giudizi politici. Dara ha invitato la critica a non commettere il vizio di forma di leggere quelle pagine come un manifesto ideologico, interpretandole piuttosto come un'esercitazione privata e provocatoria.
La letteratura è una difesa contro le offese della vita – ha sottolineato Dara, citando Pavese – Scrivere è un atto egoistico, si scrive per rammendare i propri buchi interiori. Se Pavese è riuscito a sopravvivere per trent'anni sospeso sul vuoto, lo deve solo alla letteratura, che gli offriva l'illusione necessaria per andare avanti.
Anche la complessa e dolorosa dinamica tra Liberata e il personaggio di Luvio è stata analizzata come uno specchio delle relazioni contemporanee, toccando il tema attualissimo del gaslighting e della manipolazione affettiva. L'invito finale dello scrittore ai giovani è stato quello di difendere la propria immaginazione, definita come la risorsa più democratica esistente, capace di far fiorire la primavera anche dopo l'inverno più rigido.
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