I punti critici del reddito di merito calabrese, l'intervento del docente Rosario Carbone

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images I punti critici del reddito di merito calabrese, l'intervento del docente Rosario Carbone


  21 aprile 2026 16:18

di ROSARIO CARBONE

La Regione Calabria, sotto la guida di Roberto Occhiuto, ha recentemente varato una misura che sta facendo discutere, il cosiddetto “Reddito di Merito”. L’iniziativa viene presentata come una soluzione alla cronica “fuga di cervelli” che impoverisce il territorio, un incentivo economico pensato per convincere i giovani e le giovani calabresi più brillanti a restare a studiare nella propria terra.

Ma come funzionerà questa misura? Il meccanismo strutturato dalla Regione è una vera e propria scala a premi basata su rigidi parametri accademici. I potenziali destinatari saranno tutti gli studenti calabresi che sceglieranno di iscriversi in uno dei tre atenei regionali: l’UniCal di Rende, l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro e l’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria. Il contributo è un assegno mensile che può arrivare a cifre considerevoli: €500 al mese per chi mantiene una media ponderata del 27; €750 al mese per chi raggiunge la media del 28; €1.000 al mese per chi arriva a mantenere una media dal 29 in su.

Tuttavia, il denaro non è legato soltanto ai voti, infatti gli studenti beneficiari dovranno essere anche perfettamente in corso, verbalizzando tutti gli esami previsti dal piano di studi entro la fine di ogni semestre (con un “margine di manovra” minimo del 10% del carico durante il primo semestre, che dovrà essere obbligatoriamente recuperato nel semestre successivo).

Secondo la narrazione del Presidente Occhiuto, convinto che la “fuga” inizi proprio nel momento esatto dell’iscrizione all’università, questo sostegno servirebbe a bloccare l’emorragia di talenti sul nascere. Se un giovane decide di restare per la laurea triennale e magistrale attirato dal reddito (questa è la tesi) sarà più probabile che resti anche per costruire la propria vita professionale.

 

Ho riflettuto a lungo su questa misura, cercando di spogliarmi da ogni pregiudizio per valutarla nel modo più oggettivo possibile. È innegabile che ricevere fino a 1.000 euro al mese a vent’anni è un’opportunità enorme. Chiunque si trovasse nelle condizioni di ottenerli farebbe di tutto per riuscirci; io stesso non sarei immune al fascino di un sostegno che darebbe respiro a qualsiasi bilancio familiare. Ma analizzando attentamente la struttura di questo provvedimento emergono criticità profonde, che ne mettono in dubbio tanto l’efficacia, quanto la sua stessa natura etica.

 

Il concetto di “Merito”, tanto caro alla retorica dell’attuale Governo – che ha addirittura scelto di rinominare il Ministero dell’Istruzione in “Ministero dell’Istruzione e del Merito” (MIM) – rappresenta un vessillo ideologico capace di esercitare un fascino immediato su un elettorato stanco di ingiustizie e desideroso di veder finalmente premiato l’impegno individuale. Tuttavia, è impossibile non cogliere una stridente contraddizione di fondo quando questa retorica viene brandita da forze politiche che, storicamente e nel presente, hanno spesso dimostrato di prediligere logiche di cooptazione basate sulla fedeltà ideologica, sui legami parentali e sulla cerchia degli “amici degli amici” piuttosto che sulla competenza.

Ma al di là dell’incoerenza dei suoi promotori, il “Merito” rimane un concetto intrinsecamente fallace e profondamente problematico perché pretende di misurare il valore di una persona esclusivamente attraverso il risultato finale, come un voto o una media ponderata, ignorando del tutto la disparità delle condizioni di partenza. In una realtà in cui non tutti godono delle medesime possibilità economiche, culturali e sociali, premiare il traguardo senza analizzare il percorso equivale a scambiare il privilegio per eccellenza. Per queste ragioni, il merito diventa piuttosto difficile da misurare in modo obiettivo e finisce paradossalmente per cristallizzare le disuguaglianze esistenti anziché abbatterle, trasformando la “meritocrazia” in una gara truccata dove chi parte avanti arriverà quasi sempre primo. Ed è esattamente ciò che ha affermato lo stesso Michael Young, il sociologo che con il suo romanzo distopico The Rise of Meritocracy (1958) ha coniato il tanto abusato neologismo (ma con accezione negativa): «La meritocrazia non è il rimedio alla disuguaglianza, ma la sua giustificazione».

 

L’assenza di un criterio selettivo basato sulla condizione economica rappresenta uno dei nodi più critici e discutibili dell’intero provvedimento. Una misura che eroga indiscriminatamente denaro a tutti coloro che raggiungono determinati standard accademici senza alcuna considerazione per l’ISEE ignora deliberatamente la funzione sociale che dovrebbe avere la spesa pubblica. In questo modo, ci si espone al paradosso inaccettabile per cui anche il figlio di un grande imprenditore o di un professionista facoltoso potrebbe legittimamente attingere a fondi regionali, percependo un assegno mensile di cui non ha alcun bisogno materiale.

L’obiezione secondo cui esisterebbero già misure atte a sostenere le fasce più deboli non regge. Si tratta di una questione di principio e di equità sociale: destinare risorse collettive a chi possiede già ampie disponibilità private è uno spreco di denaro pubblico, nonché un privilegio eticamente intollerabile. Una politica che voglia definirsi seria e lungimirante non può prescindere dalle reali necessità dei destinatari, specialmente in una regione ferita come la Calabria, dove ogni euro investito dovrebbe servire a colmare i divari, non a finanziare chi è già ai vertici della scala sociale.

 

I dubbi riguardano anche l’efficacia dello scopo ultimo di questo provvedimento: siamo davvero certi che incentivare gli studenti a frequentare gli atenei calabresi basti a scongiurare la loro successiva migrazione? Il rischio concreto è quello di investire ingenti risorse per formare eccellenze che, una volta conseguito il titolo, si troveranno comunque costrette a fuggire se il territorio non sarà in grado di offrire loro opportunità professionali reali e competitive. E anche se non saranno propriamente “costrette” potrebbero comunque essere legittimamente desiderose di scoprire cosa c’è fuori e di fare nuove esperienze.

Se è pur vero che la “fuga di cervelli” ha spesso inizio con la scelta dell’università fuori sede, l’idea che un sussidio temporaneo possa fungere da collante per la vita futura è una scommessa priva di garanzie. Senza un piano parallelo di sviluppo industriale, occupazionale e sociale, la nostra regione non potrà mai accogliere e valorizzare le menti che oggi prova a trattenere con un premio in denaro. In assenza di un contesto lavorativo fertile, insomma, questa misura rischia di rivelarsi solo un rinvio della partenza, trasformando la Calabria in un efficiente centro di formazione per talenti destinati comunque a produrre ricchezza altrove.

La Regione rassicura dicendo che i nostri poli universitari sono ormai delle eccellenze che «garantiscono lavoro immediato, con picchi del 99% in settori come ingegneria e informatica». Sarà pur vero, ma, da laureato in lettere, mi si lasci dire che i giovani calabresi non aspirano a diventare tutti ingegneri o informatici.

 

Un ulteriore aspetto allarmante riguarda il pesante impatto psicologico che una misura così strutturata rischia di esercitare sulla popolazione studentesca, già duramente provata da un sistema che fagocita il benessere individuale in nome della performance. Le cronache degli ultimi anni sono purtroppo costellate di episodi tragici che vedono giovani studenti soccombere sotto il peso di aspettative sociali o familiari insostenibili, intrappolati in spirali di bugie sui propri percorsi accademici pur di non deludere le attese. In questo contesto, legare la sopravvivenza economica di un giovane (o il sollievo finanziario della sua famiglia) al mantenimento di una media alta e all’ossessione di terminare ogni esame entro la fine del semestre trasforma inevitabilmente l’università in un campo di battaglia psicologico. Invece di promuovere uno studio sereno e critico, si alimenta una competitività insana e una pressione costante che esasperano il senso di inadeguatezza, dimenticando che un intoppo burocratico o una difficoltà personale non dovrebbero mai tradursi nella perdita di un diritto o, peggio, in una condanna sociale e psicologica.

 

Tuttavia, anche qualora questa misura fosse in grado di raggiungere efficacemente lo scopo prefissato, permarrebbe una forte problematicità del presupposto ideologico di fondo: siamo davvero sicuri che vincolare i giovani alla loro terra d’origine sia un bene assoluto? Il “Reddito di Merito” nasce per scoraggiare la mobilità, partendo dall’assunto che restare sia l’unica prova di lealtà al territorio, ma questa è una visione miope che rischia di trasformarsi in una prigione dorata. La crescita, umana e intellettuale, passa inevitabilmente anche attraverso l’esperienza di ciò che c’è fuori: uscire dai confini regionali, confrontarsi con mondi diversi e sperimentare la vita in contesti lontani da casa sono passaggi fondamentali per l’apertura dei propri orizzonti, nonché un antidoto quanto mai efficace al radicato provincialismo. Questo ovviamente non ha nulla a che vedere con la qualità degli atenei calabresi, che restano senz’altro validissimi, ma riguarda più in generale il percorso di vita e di crescita degli studenti che vede nel confronto con l’altro un’esperienza culturale insostituibile. Invece di investire per “legare” i giovani nel proprio recinto, la politica dovrebbe semmai incentivare la partenza di chi non ha i mezzi per farlo, concentrando invece ogni sforzo nella creazione di condizioni favorevoli al ritorno. Sarebbe auspicabile che un giovane calabrese (così come un veneto, un lombardo, un campano o un sardo) uscisse dalla propria zona di comfort e si arricchisse di esperienze fuori, per poi riportare nella propria terra competenze e prospettive nuove. Tentare di “comprare” la permanenza dei talenti equivale a limitarli con la promessa di un premio, mentre una politica lungimirante dovrebbe lavorare per rendere la Calabria un luogo in cui il ritorno sia una scelta desiderabile e competitiva, non l’effetto di una ricompensa in denaro.

 

Il “Reddito di Merito” appare quindi come una risposta populista, semplice e ideologica a un problema complesso che richiederebbe ben altro che un assegno mensile (erogato, paradossalmente, proprio da coloro che tanto osteggiano il reddito di cittadinanza e il salario minimo). La Calabria ha bisogno di costruire opportunità che rendano attraente e vantaggioso il ritorno di chi ha fatto esperienza fuori. La vera sfida si vince garantendo ai giovani una regione in cui la libera scelta di restare non debba mai somigliare a una rinuncia alle proprie ambizioni o alla propria crescita culturale e umana. Solo quando il ritorno sarà una prospettiva concreta e competitiva potremo dire di aver sconfitto la fuga dei cervelli. Fino ad allora, il “Reddito di Merito” rischia di rimanere solo l’ennesima operazione di facciata: una gabbia dorata che brilla, ma che non permette di volare.

*Docente di lettere e Dottorando di Ricerca

 


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