"Il fu Mattia Pascal" in Calabria con Giorgio Marchesi: "Il mio protagonista pirandelliano sarà autoironico e cinico"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images "Il fu Mattia Pascal" in Calabria con Giorgio Marchesi: "Il mio protagonista pirandelliano sarà autoironico e cinico"

"Il fu Mattia Pascal" sarà in Calabria per tre date, il 24 febbraio al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme, il 25 febbraio al Teatro Comunale di Catanzaro e il 26 febbraio all’Auditorium Casa della Pace di Caulonia

  21 febbraio 2022 09:42

di CLAUDIA FISCILETTI

Lo abbiamo appena visto nella miniserie tv “La sposa” di Giacomo Campiotti, su Rai Uno. Giorgio Marchesi, ora si dedica al teatro con il pirandelliano “Il fu Mattia Pascal”, vestendo i panni del protagonista e curandone la regia in collaborazione con Simonetta Solder. Porterà la rappresentazione teatrale in Calabria per ben tre date, il 24 febbraio al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme, il 25 febbraio al Teatro Comunale di Catanzaro e il 26 febbraio all’Auditorium Casa della Pace di Caulonia, tutti appuntamenti inseriti nella stagione teatrale di AMA Calabria, ideata e diretta da Francescantonio Pollice. “Porto in scena un Mattia Pascal auto ironico e anche cinico, come quello che interpretò Marcello Mastroianni nel film di Monicelli”, spiega l’attore nell’intervista rilasciata a La Nuova Calabria e facendo riferimento a “Le due vite di Mattia Pascal” di Monicelli. È la prima esperienza da regista per Marchesi, che si confronta immediatamente con una delle opere più importanti del teatro: È una grande gioia vedere che il pubblico risponde, è attento”.

Banner

C’è qualcosa che ha modificato nell’adattamento del ‘Il fu Mattia Pascal’?

Banner

“Nell’adattamento ho lasciato tutte parole scritte da Pirandello, c’è tutta la storia di Mattia Pascal. L’unica cosa che ho scoperto, leggendo, è che molte situazioni sono narrate in modo comunque umoristico, autoironico, nonostante poi venga fuori un lato più che drammatico e anche abbastanza cinico di Mattia Pascal. Come dice lui stesso, è uno scioperato, non lotta per mantenere il suo status, tutto sommato è un uomo che scappa dalle responsabilità. Questo cinismo mi ricorda anche la commedia all’italiana degli anni Settanta, oltre a “Le due vite di Mattia Pascal” diretto da Mario Monicelli, con Marcello Mastroianni. Da quando è avvenuto il debutto di questo spettacolo ho avuto una grande soddisfazione per il pubblico che è venuto, ho fatto anche diversi matinée e avere l’attenzione degli spettatori per tutto il tempo, ascoltare i ragazzi che poi si complimentano, è la vittoria più bella. In un certo senso la rappresentazione è stata pensata per un pubblico più giovane, dal tipo di musiche scelte, all’espressività. Riuscire a fare arrivare ai ragazzi il linguaggio di Pirandello, anche se qui ho dovuto leggermente scarnificarlo, per me è stata una grande gioia”.

Banner

Parlando proprio dei più giovani che vengono a vedere Pirandello a teatro, come vede che si approcciano ad un’opera tanto importante?

“Oggi c’è un tipo di comunicazione diversa, non dico che sia migliore o peggiore, dico che è più immediata, con frasi molto brevi, molto secche. Credo che sia compito nostro, in questo momento storico, di avvicinare le cose ad alcune modalità dei più giovani e non pretendere che facciano il triplo salto facendo qualcosa che è difficilmente afferrabile. Se 2 su 10 decidono di leggere tutto il libro di Pirandello dopo aver visto lo spettacolo è perché si crea una curiosità, e secondo me è una bellissima vittoria. Lo stesso vale per il teatro”.

“Il fu Mattia Pascal” è la sua prima esperienza come regista.

“Si, è nato tutto da una lettura estiva fatta con il musicista (Raffaele Toninelli ndr), l’adattamento l’ho fatto sempre questa estate e poi ci abbiamo lavorato insieme per cercare di renderlo anche abbastanza agile. Abbiamo voluto mantenere tre momenti molto poetici che si differenziano dal resto dello spettacolo e che sono il lanternino, il rapporto con gli oggetti, il rapporto tra le anime. Questi tre momenti, secondo me, sono delle bolle di poesia e di letteratura che non si potevano non fare. In questa mia prima esperienza, ad un certo punto, ho chiesto a Simonetta Solder di darmi una mano, perché quando sei all’interno già come attore è difficile riuscire ad avere una visione d’insieme. È stata un aiuto fondamentale”.

Perché iniziare a fare il regista proprio con Pirandello?

“In totale sincerità, l’inizio con Pirandello è stato abbastanza casuale. Mi hanno proposto di fare questa lettura in estate, di pensarci, e avendolo preso come un impegno mi sono trovato dinanzi alla responsabilità di farlo nel miglior modo possibile. Da qui si è poi sviluppato lo spettacolo. Credo che se non fossi stato in una determinata condizione, in quel preciso momento, forse non avrei scelto Pirandello come prima esperienza. Ci sono un po’ di affinità elettive anche nella mia vita costellata di episodi in cui si sono incastrate determinate situazioni. È una storia non ambientata in Sicilia, perché solitamente quando si pensa a Pirandello si pensa alla Sicilia ed io già mi sentivo fuori dai canoni pirandelliani classici, invece era ambientato in Liguria in un paese immaginario. Ci sono una serie di fattori come la crisi l’identità, la rinascita che è un altro grande tema di questo periodo storico, che in qualche modo hanno fatto si che nascesse questo progetto”.

C’è anche una sorta di affinità col personaggio? C’è qualcosa in cui si rivede o che avreste desiderato fare, tipo scomparire come Mattia Pascal?

“Si, sicuramente ci sono molte cose. Un po’ di quell’ironia cinica mi appartiene, nel senso che mi diverte vederla in alcuni personaggi, anche della vita reale. Penso, poi, che un po’ tutti abbiamo avuto il momento in cui avremmo voluto reinventarci, vivere in un’altra città ad esempio. Capita a molti di voler mollare la quotidianità che un po’ ci sovrasta. Quello che dico sempre, sia ai ragazzi che agli adulti, è che mi piacerebbe che, dopo aver visto lo spettacolo, tornassero a casa chiedendosi come si reinventerebbero se dovessero reinventarsi, appunto. Qualche ragazzo mi ha scritto su instagram in merito e mi ha fatto piacere. Sarebbe curioso se si potesse avere uno screening in cui tutti, alla fine dello spettacolo, lasciassero l’idea del proprio desiderio di cambiamento. Mi piacerebbe, sarebbe una bella analisi sociologica”.

Ha lavorato più volte con alcuni grandi registi tra cui Ferzan Ozpetek e Marco Tullio Giordana. Come sceglie i ruoli e cosa la porta a lavorare più spesso con un regista?

“Dipende un po’ dalla conoscenza e un po’ dalla qualità dei progetti che fanno. Quello che mi ispira è fondamentalmente il progetto e il personaggio, anche se cerco di variare il più possibile. In alcuni momenti, forse, è stato un errore aver detto di no ad alcune cose che avrei potuto fare, da un punto di vista strategico per la carriera, avrei potuto continuare a farmi vedere facendo un po’ la stessa cosa. Sono contento però, alla fine un personaggio come Italo de “La sposa” (miniserie tv di Giacomo Campiotti andata in onda su RaiUno ndr) è un personaggio che non capita spesso. Ho subito intuito che fosse molto complesso, perché stava in mezzo tra la virilità e la fragilità, non è il classico eroe che fa il buono, il positivo e basta. Mi ricapita di lavorare con professionisti se sono persone che hanno grande qualità e un’idea”.

È pentito di alcuni lavori fatti?

“Si, succede. C’è da considerare che, talvolta, si parte con progetti che sulla carta sono straordinari per nome del regista, per il cast, per la stori, che poi in realtà si realizzano male, e altri progetti che partono più in sordina e si rivelano vincenti. Il nostro lavoro non è fatto di matematica, tante componenti non possono confermare quello che ci si aspetta. Ci sono cose che ho fatto e che avrei preferito non fare. C’è da considerare che si tratta anche di lavoro, quindi alcune scelte si fanno anche in base alla situazione del momento, ricordando che ho due figli”.

C’è un personaggio che le piacerebbe interpretare?

“Premettendo che mi piace variare sempre, adesso mi piacerebbe fare un personaggio in un contesto d’azione. Mi divertirebbe molto”.

Può anticipare qualcosa sui suoi progetti futuri?

“Il 15 marzo uscirà una serie Studio Battaglia, una fiction che andrà in onda su Rai Uno, con protagoniste Lunetta Savino, Barbora Bobulova e Miriam Dalmazio. Un cast molto importante. E al momento sto anche cercando di valutare alcune proposte”.

Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner