












Dalla carica di Pastrengo alle missioni di pace, il Comandante della Legione Calabria ripercorre due secoli di fedeltà e il valore umano dei suoi uomini.
13 marzo 2026 18:53di GUGLIELMO SCOPELLITI
L’Arma dei Carabinieri non è soltanto quel presidio rassicurante che incrociamo sotto casa o la pattuglia che vigila sulle nostre strade; è, prima di tutto, un’arma combattente che ha scritto il proprio destino sulle punte delle baionette e nel fango delle trincee. Il Generale di Divisione Riccardo Sciuto, Comandante della Legione Carabinieri Calabria, lo ha messo in chiaro fin dalle prime battute della conferenza ospitata al Museo Storico Militare di Catanzaro: quella della Benemerita è una storia di “giganti” sulla cui eredità l’istituzione continua a camminare con passo fermo.
L’occasione, curata dall’associazione "Calabria in Armi", ha trasformato il Parco Michele Traversa in un pensatoio d’eccezione, gremito di uniformi e civili, alla presenza di figure come il Questore Giuseppe Linares, Filippo Pietropaolo e il Presidente della Corte d’Appello Concettina Epifanio. È probabile che molti dei presenti si aspettassero una cronistoria accademica, invece la narrazione ha preso subito una piega diversa, quasi confidenziale, pur nel rigore del protocollo.
A rompere il ghiaccio è stato il Generale Pasquale Martinello, anima di "Calabria in Armi", che ha ricordato come l’associazione, nata nel 2007, preferisca alla polverosa ricerca d'archivio l'impegno costante nel mantenere viva la memoria di chi ha dedicato la vita alle istituzioni: “L’Arma, fin dalle sue origini, ha avuto la duplice funzione di difesa dello Stato e di tutela dell’ordine pubblico”, ha spiegato Martinello introducendo il relatore, dopo aver snocciolato un curriculum, quello di Sciuto, che parla di reparti operativi a Catania, investigazioni scientifiche e lotta alla droga.
Quando il Generale Sciuto ha preso la parola, lo ha fatto con la scioltezza di chi la storia la mastica ogni giorno. Occhio alla distinzione tecnica: dal 2000 l'Arma è la Quarta Forza Armata della Repubblica, autonoma e versatile. “L’Arma è più conosciuta nel suo ruolo di polizia, eppure è stata presente su tutti i fronti principali dei conflitti mondiali”, ha sottolineato Sciuto, ricordando come i Carabinieri siano stati i primi a reagire dopo l’8 settembre nella difesa di Roma. È un racconto che vola dal Monte Podgoro alla sella di Kulqualber, per arrivare ai contesti internazionali odierni, dal Cile alla Palestina, dove i militari della Benemerita garantiscono la sicurezza delle diplomazie italiane.
Eppure la storia, quella vera, ha bisogno di volti. Il momento più alto, capace di rompere la barriera tra il tavolo dei relatori e la platea, è arrivato con il ricordo del maresciallo Silvio Mirarchi, medaglia d’oro al merito civile, caduto in servizio nel 2016. In prima fila, a testimoniare un legame che il tempo non ha scalfito, c’erano la sorella e la nipote del sottufficiale. È stata proprio quest'ultima, intervenuta per un saluto che ha commosso la sala, a tratteggiarne un profilo intimo: “Dietro quella divisa c’era un uomo dal cuore forte e discreto, lontano dalle luci della ribalta”. Un uomo che, stando alle parole della giovane donna, incarnava l’etica del dovere anche nell'ombra: “Mio zio indossava valori: il coraggio silenzioso di chi agisce correttamente senza cercare applausi”.
Vedremo se questo sforzo di divulgazione riuscirà a tradursi in una valorizzazione permanente della memoria di Mirarchi nella sua città natale, come auspicato dai familiari; resta il fatto che, tra le spade dei giganti citate da Sciuto e il sacrificio quotidiano nelle stazioni territoriali, la Calabria sembra aver riscoperto un pezzo della sua anima più nobile.
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