Il giorno in cui Montauro ritrovò il suo cuore

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  28 luglio 2026 19:58

di Settimio Paone

Ci sono giorni che non finiscono quando il sole tramonta. Rimangono impressi nella memoria, si trasformano in ricordi destinati ad attraversare le generazioni e diventano parte della storia di un popolo. Il 27 luglio è uno di quei giorni. È il giorno in cui Montauro smette di essere soltanto un borgo arroccato sulla collina e torna ad essere una grande famiglia riunita attorno al proprio Padre, al proprio Protettore, al Santo che da secoli veglia su questa terra: San Pantaleone.

Le prime campane hanno iniziato a suonare quando il paese ancora si stava svegliando. Non erano semplici rintocchi. Erano un richiamo del cuore. Un invito a tornare a casa. Ad ogni suono sembrava che San Pantaleone bussasse delicatamente alla porta di ogni montaurese, ovunque si trovasse, ricordandogli che quello era il suo giorno.

E così è stato.
Le strade hanno ricominciato a riempirsi di volti conosciuti. Figli tornati dal Nord, famiglie rientrate soltanto per poche ore, anziani emozionati, bambini vestiti a festa. Tutti accomunati dallo stesso desiderio: essere lì, davanti al loro Santo. Perché ci sono tradizioni che non conoscono il passare del tempo. Esistono soltanto perché continuano a vivere nel cuore delle persone.
Tra i presenti anche una delle figure più autorevoli della magistratura italiana, il Procuratore della Repubblica di Catanzaro e Capo della Direzione Distrettuale Antimafia, Salvatore Maria Curcio. La sua presenza non è stata quella di una personalità istituzionale, ma quella di un uomo che ha voluto rispondere al richiamo della propria storia familiare. Fu suo padre, che trascorse a Montauro gli anni della giovinezza, a trasmettergli l'amore e la devozione verso San Pantaleone. Un'eredità di affetti che il tempo non è riuscito a cancellare.
La Santa Messa celebrata da don Brunello Gallace Valente è stata molto più di una funzione religiosa. È stata l'abbraccio di un'intera comunità. Accanto a lui hanno concelebrato padre Giacomo Faustini, Guardiano della Fraternità dei Cappuccini di Chiaravalle Centrale, don Leo Greco, figlio di questa terra e per tanti anni guida spirituale della parrocchia, padre Aldo Mercurio, anch'egli montaurese e cappuccino, don Antonio De Gori e l'amato padre Alfonse, che in pochi mesi è riuscito a conquistare l'affetto sincero della popolazione.
La Chiesa Matrice non riusciva più a contenere la folla. Ogni banco era occupato, ogni angolo gremito. Anche la piazza antistante si è trasformata in un'aula di preghiera a cielo aperto. Non c'erano differenze di età, professione o condizione sociale. C'era soltanto un popolo che pregava insieme.
Erano presenti il sindaco Giuseppe Schipani con amministratori comunali, il capitano Gianluca Girardo, comandante della Compagnia Carabinieri di Soverato, il luogotenente Domenico Misogano, comandante della Stazione dei Carabinieri di Gasperina, e il comandante della Polizia Locale Francesco Pisano. Le istituzioni erano lì, non soltanto per rappresentanza, ma per condividere uno dei momenti più identitari della comunità.
Poi è arrivato quell'istante che ogni montaurese aspetta con il fiato sospeso.
Le reliquie sono state svelate.
L'ampolla contenente il sangue del Santo Martire e il prezioso frammento osseo sono apparsi agli occhi dei fedeli. Il sangue ha iniziato lentamente a liquefarsi, rinnovando quel mistero che da secoli accompagna la devozione verso San Pantaleone.
In quel momento il tempo si è fermato.
Nessuno parlava. Si sentivano soltanto i respiri, qualche singhiozzo trattenuto, il fruscio delle mani giunte nella preghiera. C'erano occhi lucidi, volti rigati dalle lacrime, anziani che stringevano il rosario come il bene più prezioso, giovani che osservavano in silenzio quel mistero tramandato dai loro nonni. Era la fede che prendeva forma. Era la speranza che diventava visibile.
A riempire quel silenzio sono state le voci della Schola Cantorum di Montauro. Un'esecuzione intensa, elegante, capace di elevare ancora di più la spiritualità della celebrazione. Al termine della Messa, don Brunello ha rivolto ai coristi parole che resteranno nella memoria di tutti, affermando che, grazie al loro servizio, la celebrazione aveva assunto la solennità di una Messa pontificale. Un riconoscimento che vale il sacrificio di tanti anni e il ritorno di una realtà che oggi rappresenta nuovamente un patrimonio della comunità.
Prima della conclusione della celebrazione, Antonio Cerullo, vicepresidente del Comitato Festa, ha consegnato al Procuratore Salvatore Maria Curcio una targa ricordo quale testimonianza dell'affetto di Montauro. Cerullo, che in questi mesi ha affiancato instancabilmente don Brunello Gallace Valente, presidente del Comitato Festa, si è distinto per una dedizione silenziosa ma concreta, coordinando il lavoro dei volontari e contribuendo in maniera determinante alla raccolta dei fondi necessari per rendere possibile una festa che resterà nella storia recente del paese.
Nel pomeriggio, la processione ha trasformato le vie del borgo in un fiume umano. Il simulacro di San Pantaleone e le reliquie hanno attraversato il paese accompagnati da una partecipazione straordinaria, probabilmente tra le più numerose degli ultimi decenni. Ad ogni balcone una preghiera, ad ogni angolo un segno della croce, ad ogni passo un'emozione.
Non era soltanto una processione.
Era un popolo che camminava insieme al proprio Santo.
Era una comunità che ritrovava la propria anima.
La serata si è conclusa con il concerto di Angelo Famao, che ha richiamato migliaia di persone, e con il tradizionale spettacolo dei fuochi d'artificio. Ma la vera bellezza di questa giornata non è stata soltanto la musica o il colore delle luci nel cielo.
La vera bellezza è stata vedere Montauro tornare ad emozionarsi.
Per troppo tempo qualcuno aveva pensato che certe tradizioni appartenessero ormai al passato. Il 27 luglio 2026 ha dimostrato esattamente il contrario. Ha dimostrato che le radici, quando sono profonde, non muoiono mai. Possono essere coperte dalla polvere del tempo, ma basta una campana che suona, una preghiera pronunciata insieme, un Santo che torna ad attraversare le vie del proprio paese, perché tutto rifiorisca.
E forse il miracolo più grande di San Pantaleone non è stato soltanto quello della liquefazione del suo sangue.
Il miracolo più grande è stato vedere un'intera comunità ritrovare il proprio cuore.
Questa versione punta molto sulle emozioni e sul senso di appartenenza, con un finale simbolico che lega il miracolo della liquefazione del sangue al "miracolo" di una comunità che ritrova la propria identità.