Il messaggio semplice di Don Piero Scicchitano: "Ancora"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Il messaggio semplice di Don Piero Scicchitano: "Ancora"


  04 agosto 2026 13:02

di DON PIERO SCICCHITANO

PREMESSA
"Ancora" è avverbio di durata e di interazione. Segnala che l’azione non si è conclusa. Nella tradizione biblica Dio opera per ripetizione: richiama, rimette, rimanda. È un Dio dell’“ancora una volta”. Oggi l’“ancora” si oppone alla logica del definitivo. Si oppone alle chiusure, agli orari, alla stanchezza istituzionale. È gesto minimo che resiste: tenere aperto quando tutto induce a chiudere. La volontà di Dio si fa ancora, ancora, ancora. Non per insufficienza, ma perché l’amore non conosce ultima volta. Si incarna nel piccolo, nel ripetuto, nell’ostinato. È cura che dura. È presenza che non abbandona. E nel ripetersi diventa segno che il mondo è abitato e il cuore dell’uomo non è lasciato solo.

1. ASPETTO PSICOLOGICO
"Ancora" è antidoto alla rassegnazione. La mente umana, di fronte a porte chiuse e a risposte negative, apprende l'impotenza. L'"ancora" interrompe quel meccanismo. Attesta che il gesto conserva valore anche se piccolo, anche se ripetuto. Produce fiducia: qualcuno resta. Riduce l'ansia dell'abbandono. Per chi bussa, trovare aperto significa che la propria esistenza è considerata. Per chi apre, dire "ancora" è esercizio di speranza. È allenare la volontà a resistere al cinismo. È scegliere la continuità contro la frammentazione.

2. ASPETTO FILOSOFICO
"Ancora" è resistenza al nulla. La filosofia moderna ha pensato il mondo come chiusura: fine della storia, fine dei grandi racconti, fine del senso. L'"ancora" contraddice tale sentenza. Afferma che l'essere non si esaurisce nel dato. È atto di libertà che ripete il sì quando tutto suggerisce il no. È ostinazione ragionevole: insistere perché l'altro esista. Nel gesto di tenere aperto si manifesta la responsabilità. Non si delega, non si rimanda, non si archivia. Si sceglie la durata contro l'effimero. L'"ancora" è dunque etica: riconoscere l'altro come valore che merita tempo.

3. ASPETTO TEOLOGICO
"Ancora" è nome di Dio. Il Dio biblico non si stanca di chiamare: chiama Abramo, chiama Mosè, chiama i profeti, chiama ancora. In Cristo l'"ancora" diventa carne: perdona settanta volte sette, bussa alla porta, attende. Non è Dio del definitivo che archivia, è Dio della pazienza che ripete. L'"ancora" rivela la kenosi: Dio si abbassa, si fa piccolo, si fa ripetuto per raggiungerci. È grazia che insiste. È misericordia che non si rassegna. Tenere aperto è dunque partecipare all'opera di Dio. È segno sacramentale: nel gesto minimo di accogliere si rende visibile l'amore che non abbandona mai.

CONCLUSIONI
"Ancora" è piccolo e ostinato. È avverbio che diventa gesto, gesto che diventa segno. Resiste al definitivo, cura la rassegnazione, rivela Dio. Tenere aperto è scegliere l’amore ripetuto. È dire al mondo e al cuore dell’uomo: non sei lasciato solo.

Tengo aperto,  
anche quando 
fa male;  
anche quando 
nessuno bussa;  
anche quando 
sono stanco.
Perché ancora è 
la Parola di Dio  
che non mi archivia.  
Ancora è la Sua mano 
che resta  
quando tutte le mie porte 
si chiudono.
Non è debolezza 
se insisto.  
È amore che non conosce 
ultima volta.

ALTRI PENSIERI