
di DON PIERO SCICCHITANO
PREMESSA
"Ancora" è avverbio di durata e di interazione. Segnala che l’azione non si è conclusa. Nella tradizione biblica Dio opera per ripetizione: richiama, rimette, rimanda. È un Dio dell’“ancora una volta”. Oggi l’“ancora” si oppone alla logica del definitivo. Si oppone alle chiusure, agli orari, alla stanchezza istituzionale. È gesto minimo che resiste: tenere aperto quando tutto induce a chiudere. La volontà di Dio si fa ancora, ancora, ancora. Non per insufficienza, ma perché l’amore non conosce ultima volta. Si incarna nel piccolo, nel ripetuto, nell’ostinato. È cura che dura. È presenza che non abbandona. E nel ripetersi diventa segno che il mondo è abitato e il cuore dell’uomo non è lasciato solo.
1. ASPETTO PSICOLOGICO
"Ancora" è antidoto alla rassegnazione. La mente umana, di fronte a porte chiuse e a risposte negative, apprende l'impotenza. L'"ancora" interrompe quel meccanismo. Attesta che il gesto conserva valore anche se piccolo, anche se ripetuto. Produce fiducia: qualcuno resta. Riduce l'ansia dell'abbandono. Per chi bussa, trovare aperto significa che la propria esistenza è considerata. Per chi apre, dire "ancora" è esercizio di speranza. È allenare la volontà a resistere al cinismo. È scegliere la continuità contro la frammentazione.
2. ASPETTO FILOSOFICO
"Ancora" è resistenza al nulla. La filosofia moderna ha pensato il mondo come chiusura: fine della storia, fine dei grandi racconti, fine del senso. L'"ancora" contraddice tale sentenza. Afferma che l'essere non si esaurisce nel dato. È atto di libertà che ripete il sì quando tutto suggerisce il no. È ostinazione ragionevole: insistere perché l'altro esista. Nel gesto di tenere aperto si manifesta la responsabilità. Non si delega, non si rimanda, non si archivia. Si sceglie la durata contro l'effimero. L'"ancora" è dunque etica: riconoscere l'altro come valore che merita tempo.
3. ASPETTO TEOLOGICO
"Ancora" è nome di Dio. Il Dio biblico non si stanca di chiamare: chiama Abramo, chiama Mosè, chiama i profeti, chiama ancora. In Cristo l'"ancora" diventa carne: perdona settanta volte sette, bussa alla porta, attende. Non è Dio del definitivo che archivia, è Dio della pazienza che ripete. L'"ancora" rivela la kenosi: Dio si abbassa, si fa piccolo, si fa ripetuto per raggiungerci. È grazia che insiste. È misericordia che non si rassegna. Tenere aperto è dunque partecipare all'opera di Dio. È segno sacramentale: nel gesto minimo di accogliere si rende visibile l'amore che non abbandona mai.
CONCLUSIONI
"Ancora" è piccolo e ostinato. È avverbio che diventa gesto, gesto che diventa segno. Resiste al definitivo, cura la rassegnazione, rivela Dio. Tenere aperto è scegliere l’amore ripetuto. È dire al mondo e al cuore dell’uomo: non sei lasciato solo.
Tengo aperto,
anche quando
fa male;
anche quando
nessuno bussa;
anche quando
sono stanco.
Perché ancora è
la Parola di Dio
che non mi archivia.
Ancora è la Sua mano
che resta
quando tutte le mie porte
si chiudono.
Non è debolezza
se insisto.
È amore che non conosce
ultima volta.
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