Il ricordo di Franco Cimino: "A Marisa Provenzano e alla poesia di Lei"

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Franco Cimino
  28 marzo 2021 21:40

di FRANCO CIMINO

Quel mattino presto, come oggi, la Primavera, appena entrata a prendersi gioco dell’inverno che ci chiuse in casa, si ruppe al rumore del tuono che squarciò il nostro mondo. Si ruppe pure il cielo. E quella paura collettiva e quel dolore che si diffondevano negli ospedali troppo stretti del Paese, lasciando a noi, per la prima volta, una sorta di supremazia territoriale sulla quale il poeta avrebbe irriso con due battute delle sue. Quel mattino presto fu la tragica notizia, il tuono. La donna straordinaria, il poeta eccelso, la vulcanica Marisa Provenzano, la sempiterna primavera, che fino al più tardi della notte, ha scritto di sé e dell’universo, e comunicato con mezzo mondo(anche la sua sensazione rispetto a un “male” che ci voleva dominare, quasi come una punizione nei confronti del nostro crescente disamore), non c’era più. Si era addormentata per sempre su quel sonno che normalmente le disturbava il riposo e la concentrazione quando dispettosamente le si negava.

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Due domande mi sono rimaste irrisolte, da quel mattino. E più me le pongo, quando la penso, e più restano mute. La prima:” ma come, muoiono così anche i poeti? Senza un grido, una parola? Senza neppure una raccomandazione, un consiglio, un rimprovero, un saluto?” La seconda:” e adesso, come farà Catanzaro, senza quella voce che le declama i versi suoi più belli, senza quella voce che la chiama, per svegliarla e farla andare incontro alla sua bellezza di cui da tempo è dimentica?”

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Oggi una terza domanda. Me la sono posta sotto il magnifico sole che imperava sulla terrazza del San Giovanni, un luogo a cui lei era tanto legata e sul quale avrebbe voluto, portarci, specialmente nelle nostre estati svuotate d’anime, i poeti più belli. E i ragazzi a far poesia. E i vecchi a ricordare quelle di un tempo che non finisce mai se c’è poesia nella mente e nel cuore. Questa:” chi ci stimolerà a “ sentire” il suono delle parole, l’anima dei pensieri che ad esse si consegnano fiduciosi? Chi, trasgredendo la tradizione della letteratura più classica, ci convincerà che possiamo essere tutti poeti purché il cuore senta e la penna sul foglio bianco tremi? Chi telefonerà a destra e a manca per invitarti ai più organizzati convegni come ai più piccoli “convivi”, per parlare delle opere presentate e degli autori, con quella grande generosità che la portava a dare spazio agli altri. Per dire di loro ogni bene e per incoraggiare la loro fatica, perché “ la fatica di chi scrive” è da rispettare, anche se fosse quella dell’ultimo dei “ celebrati”, il più anonimo.

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Chi promuoverà gli incontri di poesia, ai quali far partecipare tutti, senza mai essersi avvilita, quando non vedeva strapiene le sale di quegli incontri? “ “ Prima o poi a gente vena, mo’sembra c’ava troppu a chi fara. Ci vo’pacenza. A Poesia ‘ndava tanta. N’aspetta tutti, poi c’è cu si ferma e resta poeta, e cui invecia sinda va, ma cu a poesia ‘nto cara”. Le ricordo a memoria queste parole, con quel suo dire dialettale, che sembrava voler prendere in giro la donna immensa di cultura e la profonda conoscitrice della lingua, quale ella era, mentre, invece, rappresentava il modo più sentito per esprimere la sua delicata e violenta catanzaresità, alla quale ci educava invitandoci a parlare il dialetto come prima forma d’orgoglio della nostra iniziale appartenenza e prima attitudine all’apertura verso l’altro, con il quale tutti noi siamo “ forestieri”. Vorrei continuare a dire, ma la commozione mi prende nel leggere la poesia che aveva scritto per la nipote e che mi è stata appena inviata su watzapp.

E, allora, mi fermo e mi correggo. In essa non c’è soltanto l’amore per quella ragazza tanto piena del suo amore, non c’è solo il testamento più alto che le potesse consegnare , anche quale carezza infinita sui passi che ella farà nella vita. C’è il disegno della sua Bellezza, quella propria personale, quella del poeta. E quella che il poeta vede nei suoi sogni e nella sua immaginazione, come auspicio di una terra e una umanità nuova per quelli che resteranno dopo di lei. Mi correggo anche in quella prima domanda che si doleva per il mancato suo ultimo saluto. Marisa ci ha salutato tutti con quella poesia. L’ha consegnato a Silvia per tutti noi. La leggeremo più spesso. Per asciugarci le lacrime. E far riposare il dolore di tutta intera la Città, oltre che il nostro personale.

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