Il ricordo di Franco Cimino: “Gino Strada, non un eroe, non un santo, solo un uomo vero” 

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Franco Cimino
  14 agosto 2021 20:46

di FRANCO CIMINO

E adesso leviamoci il cappello! Tutti. Non solo i comunisti, quelli di sinistra e quelli più a sinistra della sinistra, o gli attivisti, ecologisti, pacifisti e quanti altri si sentissero da lui rappresentati, ma davvero tutti. Uomini e donne di qualsiasi corrente di pensiero, di ogni opzione culturale. Ovvero, di tutte le religioni e di ogni schieramento politico. Tutti si stia con il cappello nelle mani, le bandiere abbassate, le armi infoderate.

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E si resti in piedi al suo ideale ultimo passaggio. Gino Strada è stato un uomo immenso, una delle più belle figure degli ultimi cinquant’anni. Non in Italia soltanto, ma nel mondo. Nonostante i suoi giovani settantatré anni, Gino ha saputo stare, come nessuno, a cavallo di due secoli tra i più tragici nella storia dell’umanità. Secoli di guerre. Sanguinose. Devastanti. Distruttive. Industrie dell’odio più assassino delle stesse armi che lo hanno accompagnato nei diversi campi di battaglia. Guerre così rovinose che ad ogni loro conclusione gli stessi vincitori giuravano che non si sarebbero ripetute mai più. Mai promessa fu così bugiarda. Finito il “ secolo breve”, quello che si riprometteva di essere il più felice succedendogli, quello in corso, è stato, nei suoi primi vent’anni, uno dei più tragici. È accaduto di tutto. Anche che fosse il più tradito. Il più traditore. Se il ventesimo è stato il secolo delle guerre e dell’ingiustizia, del totalitarismo e delle repressioni, ma anche quello dell’affermazione definitiva del capitalismo e delle ingiustizie sociali da esso prodotte, il ventunesimo si è manifestato, fin qui, quello dell’inganno. Il primo inganno lo crea la tecnica. La promessa che l’innovazione tecnologica avrebbe regalato uno sviluppo economico senza grandi affanni, un sistema sociale delle piene garanzie, un lavoro non solo smart ma anche arricchente, un’occupazione quasi pienamente coperta, una pace durevole perché fondata sulla più equa distribuzione delle risorse e sull’uscita dalla povertà dei paesi del terzo mondo, è stata tradita totalmente. Anzi, su quella sono sorti nuovi inganni e nuovi tradimenti. Li possiamo chiamare con nomi più appropriati: dominio della tecnica sull’uomo e progressivo indebolimento della sua creatività. E ancora: aumento della povertà e dei poveri nei paesi cosiddetti avanzati, totale abbandono delle regioni povere e nascita di un altro mondo, il quarto, più pesante del classico e celebrato terzo. L’elenco continua: aumento della divaricazione tra ricchezza e povertà, anche nella loro consistenza. Oggi risulta con ogni precisione che il dieci per cento della popolazione detenga il novanta per cento della ricchezza planetaria e viceversa. Di più, che i poveri del mondo occidentale sempre più rassomigliano a quelli del terzo mondo, sono privi cioè dei beni di prima necessità. Di più ancora: il vecchio capitalismo ha cambiato sembianze, da brutto che era, però mostro visibile e aggredibile, si è trasformato in fantasma cattivo che agisce senza mostrarsi, sparisce di giorno quando le forze della ribellione potrebbero muoverglisi contro, e come mercato ha inventato quello senza merce e senza operatori, senza mercanteggiamento e senza mercanti. Vende denaro a prezzo elevato per speculare sull’economia impoverita dove i bisogni indotti si fanno debito privato per coprire i nuovi più vitali. Nasce da qui un nuovo problema che sfugge anche alle classificazioni dell’Ottocento e alle stesse analisi marxiane. È quello del lavoro, del suo sfruttamento, della sua qualità e dell’alienazione conseguente. Un’alienazione più profonda di quella individuata dal filosofo tedesco, perché aggredisce il rapporto non solo tra lavoratore e il prodotto, ma tra la sua individuale coscienza e un sistema sociale privo di regole in cui riconoscere l’autorità che le ordina e rappresenta. Questo fenomeno potrei chiamarlo con un nome qui inventato, ma che rende bene il dramma in cui si trovano milioni di esseri umani, “ alieananomia”. Vogliamo continuare, nonostante, questo articolo si dilunghi apparentemente allontanandosi da Gino Strada? Parliamo, allora, degli scarti umani, la nuova sottoclasse sociale di cui parla Francesco, il Papa. La disperazione li fa muovere verso altre terre. Deboli e indifesi, nudi di tutto, milioni di uomini e donne si offrono alle diverse mafie che commerciano con la carne umana. Nel tempo lungo che li separa dalle carrette del mare e dal mare della speranza, a centinaia sono stipati in vecchi soffocanti stanzoni in cui subiscono ogni sorta di violenza da parte dei loro aguzzini. Sono eserciti senza divisa, individui a cui non è stata mai riconosciuta nel proprio luogo alcuna cittadinanza e che oggi subiscono la peggiore delle umiliazioni, quella di essere respinti da ogni paese, negati di ogni diritto e dignità umana. Esseri umani che non hanno più patria, tra la prima che hanno dovuto lasciare e una qualunque che li voglia accogliere. Per questo esercito il problema non è quello del lavoro, che una parte ottiene dal mercato del più basso costo del lavor(atore), ma quello del mancato riconoscimento della persona umana nel migrante senza approdo. Il riconoscimento dell’essere donna in quei corpi femminili stanchi e violati. Il riconoscimento dell’essere bambino in quei corpi poco cresciuti e in quegli occhi belli oscurati dalla paura, dalla sete, dalla perdita in mare del genitore. E parliamo anche della questione ecologica. In essa si racchiude tutto il danno che il pianeta inesorabilmente subisce per l’insipienza dei suoi abitanti, che si credono furbi e invece sono soltanto stupidi, ché la terra è ormai agonizzante e paradossalmente le acque del suo mare la annegheranno presto se l’aria irrespirabile non l’avesse già soffocato. In questo impoverimento della natura si inserisce la rottura, quasi al limite della sua irreversibilità, tra l’uomo e il suo habitat, sempre più carico di ferro e cemento e meno di foreste e vegetazione. Il Covid, con la sua lunga scia di morti e ammalati gravi, oltre che di consumo straordinario di risorse fondamentali per lo sviluppo, non è che la conseguenza del più grave ammalarsi della Terra, l’unica in cui ci è concesso di vivere e di far vivere la specie umana. Un altro inganno, il più brutto, del ventunesimo secolo è la promessa della Pace. Il mondo è pieno di guerre. Di ogni genere e “ tipologia”. È inutile elencarle, ne abbiamo scritto più volte. Specialmente, di quelle nuove. Qui basta dire che tutte dipendono dai fallimenti e dagli inganni, dai fenomeni e dai problemi, sopra analizzati. Gino Strada lascia improvvisamente un mondo così, quello contro il quale si è sempre battuto sognandone uno nuovo, completamente diverso. Un mondo fondato sulla giustizia, sull’eguaglianza di tutti gli esseri umani, sull’equa distribuzione della ricchezza, sulla libertà dei popoli e delle persone e sul conseguente loro diritto ad avere una patria e una terra e di potersi qualificare come cittadino e come popolo all’interno di quella grande idea che fa del pianeta la terra di tutti e dell’umanità l’unico popolo in cui riconoscersi ed essere riconosciuti. Per tutto questo, Gino Strada si è battuto senza risparmio di energie e sempre al rischio della propria vita, perché la Pace si cerca non nei salotti o nelle vetrine televisive, davanti alla TV e a una bella bottiglia di vino, ma andando di persona nei luoghi delle guerre per parlare anche con i signori che le guerre inventano e praticano.

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I signori che le guerre fanno fare agli altri. Specialmente, se ammantate dall’amore di Dio. Per fare la sua guerra disarmata contro le guerre armate, in particolare dell’ingiustizia e del potere, quel folle sognatore ha creato dal nulla una delle più grandi imprese umane che la storia recente annoveri. Il nome è noto a tutto il mondo per il gran bene che ha fatto in tutte le periferie del dolore, del pericolo e della sofferenza. Perché la sofferenza, come la malattia, non si cura con gli occhi difettosi. O restando comodi nella propria casa. Si cura con le mani, a contatto diretto con chi soffre. Si cura guardando in faccia, e chiamandolo per nome, chi ha bisogno di medici e medicine, di infermieri e strumenti medicali, di ambulatori e ospedali. Emercency, l’associazione umanitaria internazionale, fondata da lui, giovane medico in Milano, dalla moglie Teresa Sarti e da altri due amici, pazzi come loro, si è proposta un solo scopo, curare chi ha bisogno più di chiunque altro. Più dei poveri e degli emarginati, addirittura. Sono le vittime delle guerre. Di tutte le guerre, da quelle della fame a quelle del terrorismo e a quelle classiche, le guerreggiate. In questi luoghi lontanissimi dal mondo di plastica in cui viviamo, ogni giorno muoiono, per mancanza di interventi medici adeguati, uomini e donne di tutte le etnie. A migliaia. Muoiono soprattutto i bambini. Tutti vittime innocenti, anche i combattenti in armi, di un odio assurdo. Un odio contro l’umanità prima ancora che nei confronti del nemico. Ed è in nome di questa umanità che il rivoluzionario della pace è andato nei posti di guerra per cercare, negli ospedali da campo e sotto i bombardamenti, di curare tutti coloro che ne avevano bisogno. Tutti, nessuno escluso, come detta un suo principio che ben si racchiude nella parole da lui stesso pronunciate:” un altro qualsiasi essere umano che sta in questo momento soffrendo, è malato o ha fame, ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di una persona è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi.” Lo hanno chiamato comunista( gli odiatori di professione per offenderlo), di certo lo era, sebbene non in senso politicista. Era pure dichiaratamente ateo, ma credo non nel senso della negazione di Dio come rinuncia a una spiritualità profonda e ascendente. Comunista o no, ateo o no, la sua visione dell’uomo, la sua concezione della libertà, il suo amore per la vita, il suo completo donarsi, senza limiti e condizioni, soprattutto senza interesse personale alcuno, per la vita degli altri, il suo coraggio nel sostenere le fatiche degli ultimi e i diritti degli emarginati, la sua stretta vicinanza a tutti i profughi e migranti e rifugiati, il suo vivere senza tema di morire in battaglia, come di fatto è avvenuto ieri sebbene fosse in breve obbligata vacanza, fanno di lui un cristiano autentico. Un vero coerente testimone, involontario o no, del magistero di Cristo. Gino non è un eroe e non è un santo.

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È di più. Un uomo grande. Un uomo vero, punto d’unione tra la terra e il cielo. È la prova dell’infinitezza umana. Quel mistero che fa di una vita spesa bene una vita per sempre e le opere da questa realizzate un bene per sempre. E delle parole dette come dei pensieri coltivati, una lezione incancellabile. Il mondo per cui ha lottato lui non lo ha visto e noi neppure lo vedremo. Ma quel mondo verrà. Lo vedranno i nostri figli, in parte, e i figli dei figli del domani totalmente.

Ma a una condizione: che noi si impari a vivere per imitazione, prima ancora che per coscientizzazione, degli uomini veri, grandi, onesti. E ciò che da loro è in noi, lo si insegni ai giovani. Soprattutto, come sia lastricata di dolori e sacrifici, di generosità e fatica, la strada che conduce alla liberazione degli uomini. Alla giustizia. E alla Pace. Dobbiamo farlo umilmente e tutti insieme, ché di uomini così grandi, come Gino Strada, ne nascono pochi e a distanza di tempo. E mai tutti insieme.
Franco Cimino

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