
di FRANCO CIMINO
In Italia si parla ormai di tutto. Purché sia qualcosa che assomigli a un gossip, a una farsa o a uno spettacolo di cattivo gusto. Così, tra una polemica e l’altra, vicende che non meriterebbero attenzione e approfondimento finiscono per occupare il posto di tragedie ben più grandi, come i crimini di guerra e i bombardamenti che continuano a devastare intere popolazioni.
In questi giorni l’attenzione si è concentrata sul caso di un senatore della Repubblica, eletto nelle liste di Forza Italia, già toccato da indagini giudiziarie non certo leggere, oggi accusato di violenza sessuale da una donna che si era rivolta a lui confidando nel suo ruolo pubblico. Saranno la magistratura e gli organi competenti ad accertare la verità dei fatti. È giusto che sia così. In uno Stato di diritto nessuno può essere considerato colpevole prima di una sentenza.
Ma c’è un aspetto che non appartiene alle aule giudiziarie. Appartiene alla coscienza civile del Paese.
Per difendersi dalle accuse, il parlamentare ha pronunciato una frase che ha rapidamente superato i confini nazionali:
«Non può esserci stata alcuna violenza, per l’evidenza del fatto che io sono bello e lei una donna normale.»
Ebbene, anche se non esistesse altro che questa frase, essa basterebbe a suscitare indignazione.
Non perché anticipi un giudizio penale, che spetta esclusivamente ai magistrati. Ma perché rivela una concezione della donna, della persona e del potere che dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore la dignità delle istituzioni.
Quelle parole contengono una doppia offesa. La prima è nei confronti della donna che ha denunciato. La seconda riguarda tutte le donne, ridotte a oggetti di una gerarchia estetica e morale nella quale il presunto fascino dell’uomo diventerebbe addirittura una prova d’innocenza.
Come se la bellezza potesse sostituire il rispetto.
Come se l’aspetto fisico potesse assolvere una persona.
Come se una donna definita “normale” valesse meno di un uomo convinto della propria superiorità.
Ciò che colpisce non è soltanto l’arroganza della frase. È la sua banalità. È la povertà culturale che lascia intravedere. È il riflesso di un maschilismo tanto antico quanto volgare, che continua a sopravvivere sotto le vesti del potere.
Un potere che spesso non è forza, ma debolezza mascherata. Non autorevolezza, ma presunzione. Non prestigio, ma vanità.
Per questo la questione riguarda tutti noi, uomini e donne. Non solo perché coinvolge una possibile vittima, ma perché chiama in causa il livello morale della nostra rappresentanza politica.
Da anni assistiamo a un progressivo impoverimento della credibilità delle istituzioni. La politica perde autorevolezza ogni volta che viene occupata da persone incapaci di comprendere il peso delle proprie parole. E un parlamentare non rappresenta soltanto se stesso: rappresenta la Repubblica.
Per questo una domanda resta inevitabile.
Davanti a dichiarazioni di questo genere dobbiamo limitarci ad attendere il pronunciamento della magistratura? Oppure abbiamo il diritto, e forse il dovere, di formulare un giudizio politico e morale?
La presunzione d’innocenza riguarda i reati. Non impedisce ai cittadini di valutare il comportamento pubblico di chi li rappresenta.
E allora sì, prima ancora di ogni sentenza, certe parole possono risultare incompatibili con la dignità delle istituzioni. Perché esistono atteggiamenti che, pur non essendo materia di condanna giudiziaria, rivelano una profonda indegnità civile e politica.
E quando questa si manifesta come una forma di violenza contro le istituzioni, il dolore di una donna violata e quello provocato da parole che umiliano e degradano assumono una forza ancora più inquietante.
Ed è proprio questa, oggi, la questione che dovrebbe interrogarci.
Ché è democratica prima ancora che morale.
Mi ritorna alla mente, stimolato dagli ottant’anni della Repubblica appena celebrati, una delle lezioni estemporanee che feci ai miei ragazzi del Liceo delle Scienze Umane alcuni anni addietro.
Riguardava il curioso lessico accostato a valori grandi quanto le istituzioni cui si riferiscono. Mi domandavo se non derivasse anche da una cattiva interpretazione e da una forzata dizione di quelle parole una certa cultura delle divisioni e delle discriminazioni. Se addirittura non si fosse accresciuta da esse una certa concezione maschilista della società e del potere.
Solo per curiosità, e per quanti volessero raccogliere quella provocazione, ne ripeto qui il senso essenziale.
Potere: sostantivo singolare maschile, dice il dizionario. Politica: sostantivo singolare femminile.
E poi Repubblica, Costituzione: parole precedute dall’articolo determinativo “la”.
E un attimo storico prima: fascismo e nazismo, comunismo e totalitarismo, per come si sono imposti nella storia, tutti sostantivi che richiedono l’articolo “il”.
Che per il gioco stesso delle parole e per la beffa che esse sembrano fare a chi, per insensibilità o ignoranza, si nasconde dietro alcune di queste per trasformarsi in gigante con l’ombra lunga di un nano, non derivi forse un certo vizio di quanti si interpongono tra potere e politica, danneggiando il primo e impoverendo di sé stessa la seconda?
E non potrebbe quel maschilismo dominante essere tra le principali cause della crisi della società, economica oltre che morale e culturale?
E quello spirito di guerra che mai si riposa nel mondo, e che oggi appare ancora più incattivito, non potrebbe essere l’erede continuo di uno spirito guerriero profondamente maschilista?
Naturalmente sono provocazioni intellettuali che continuo a rivolgere anzitutto a me stesso. Forzature, forse, applicate a uno schema sociale che vorrei rompesse finalmente la propria rigidità e chiusura.
Ma la convinzione che, se si iniziasse a parlare maggiormente al femminile o a introdurre stabilmente il vero femminile nell’autentico maschile, la democrazia vivrebbe più sana e più sicura e le istituzioni sarebbero più felici, continua a rafforzarsi in me.
Immagino ora i miei ragazzi. E la prima ragazza che mi rivolga la domanda più bella perché più attesa:
«Professore, ma come si può fare ciò che lei auspica?»
Risponderei ancora oggi con la stessa convinzione di allora:
«Il potere è arido e veste nudo. Ha intelligenza, ma non l’anima. L’anima è la Politica. Sue sono le idee. Basta un solo gesto: vestire il potere della politica e, nel contempo, soffiargli il suo respiro.»
«Ma che c’entra tutto questo con il caso del senatore che oggi occupa l’attenzione pubblica?» potrebbe domandare qualcuno arrivato fin qui nella lettura.
C’entra. Eccome se c’entra.
Perché certe parole non sono mai soltanto parole. Sono il riflesso di una cultura. E ogni cultura del potere che umilia la dignità dell’altro finisce inevitabilmente per impoverire anche la politica, la democrazia e le istituzioni che pretende di rappresentare.
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