
Dopo il fallimento della spedizione verso i Mondiali 2026, si consuma il divorzio tra la Federazione e il tecnico calabrese. Un addio che pesa come un macigno sul futuro del nostro calcio.
03 aprile 2026 14:10di GUGLIELMO SCOPELLITI
C’era un tempo in cui l’attesa per la Nazionale iniziava giorni prima, con le bandiere che tornavano a sventolare dai balconi e quel senso di unità che solo la maglia azzurra sapeva cucire tra le strade dei nostri borghi. Erano riti sacri, momenti in cui i nostri comuni si fermavano, sospesi tra un inno cantato a squarciagola e quella speranza collettiva che solo il grande calcio internazionale sa alimentare. Oggi, tra i tavolini dei bar di provincia, il silenzio è interrotto solo dal rumore secco dei giornali ripiegati con stizza. La notizia era nell'aria e ora è ufficiale: Gennaro Gattuso e la Nazionale si dicono addio. Una "risoluzione consensuale", così viene chiamata nei palazzi romani della FIGC, ma per chi vive di calcio in ogni angolo d'Italia ha il sapore amaro dell'ennesimo fallimento di sistema.
Il comunicato arrivato nelle ultime ore mette la parola fine a un’avventura iniziata appena dieci mesi fa. Per noi, che abbiamo seguito con un pizzico di orgoglio l'ascesa di quel "Ringhio" partito dalle coste calabresi per conquistare il mondo, questo addio brucia il doppio. Gattuso, l'uomo della grinta e del cuore, era stato chiamato a giugno 2025 per rianimare un malato terminale, portando con sé quella testardaggine tipica della sua terra. Ma alla fine, anche la fibra più resistente ha dovuto soccombere: la mancata qualificazione ai Mondiali 2026 non è solo un dato statistico, è il fallimento di una scommessa che vedeva in un uomo del Sud il possibile salvatore di un movimento in crisi.
L'episodio simbolo di questo crollo non sta tanto nel tabellino dell'ultima, sciagurata partita di qualificazione contro la Bosnia Erzegovina, quanto nello sguardo perso del tecnico di Corigliano negli ultimi giorni a Coverciano. Un uomo solo, rimasto ultimo baluardo di una struttura che si è sgretolata pezzo dopo pezzo: l'addio di "Rino" segue infatti le dimissioni già rassegnate da Gianluigi Buffon, che ha lasciato il ruolo di capo delegazione, e quelle irrevocabili del presidente Gabriele Gravina. È il deserto dei tartari in via Allegri, dove una transizione impossibile è stata gestita con uno staff tecnico in bilico e una dirigenza che sembrava aver scaricato il mister ben prima del fischio finale. Fa male vedere un simbolo del nostro calcio regionale uscire di scena così, stritolato da logiche di palazzo che poco hanno a che fare con il sudore e la passione che Gattuso ha sempre messo in campo.
Sarebbe un errore ridurre la figura di Gennaro Gattuso a un semplice capro espiatorio; la sua uscita di scena deve invece imporre una riflessione onesta a tutto il movimento, ora che i vertici sono stati azzerati. La passione di un intero Paese, e quella di una regione che in "Rino" ha sempre visto un esempio di resilienza, meritano molto di più di un freddo comunicato di risoluzione contrattuale.
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