
Di MARILINA INTRIERI
La giornalista Angela Camuso, a proposito di Sigfrido Ranucci, ha deciso di raccontare, a distanza di anni, una vicenda nata nel contesto professionale. Secondo il suo racconto, Camuso aspirava a collaborare con Report e si rivolse a Ranucci. La questione che ne deriva va oltre i protagonisti e riguarda quali regole di comportamento debbano valere quando il piano personale si intreccia con un rapporto professionale in cui le due persone non si trovano nella stessa posizione. Una questione che riguarda moltissime donne, in ogni ambiente di lavoro, non soltanto nel giornalismo.
Sappiamo bene, tutte, quanto possano essere imbarazzanti certe situazioni: sguardi, apprezzamenti non richiesti, allusioni, inviti insistenti oppure la confusione, da parte di alcuni uomini, tra disponibilità professionale e disponibilità personale di colleghe e lavoratrici. Situazioni che diventano ancora più delicate quando provengono da chi può decidere o influenzare un’assunzione, una collaborazione, una promozione, un’opportunità professionale.
Non è che ogni corteggiamento tra colleghi sia inappropriato. Gli adulti sono liberi di instaurare relazioni personali e sentimentali anche quando si conoscono attraverso il lavoro. Il problema nasce quando le conseguenze di un sì o di un no non hanno lo stesso peso per entrambi, perché una delle due persone occupa una posizione dalla quale può dipendere un’opportunità professionale per l’altra. In questi casi, diciamolo chiaramente, la libertà di rifiutare può essere vissuta diversamente, perché al “no” può accompagnarsi il timore, fondato o meno, che quella risposta possa compromettere un’occasione di lavoro.
È una condizione che generazioni di donne hanno conosciuto e continuano a conoscere: dalla battuta da lasciar correre all’apprezzamento da ignorare, fino all’invito ambiguo da respingere con fermezza, ma magari anche con quella prudenza suggerita dal timore di compromettere un rapporto professionale. Moltissime donne hanno gestito situazioni del genere senza denunciarle e senza neppure raccontarle.
L’evoluzione culturale ha progressivamente reso più chiaro un principio: nei luoghi di lavoro la responsabilità professionale, le regole deontologiche, i doveri di correttezza e il rispetto della dignità delle persone hanno una propria autonomia. Non tutto ciò che merita una valutazione sul piano professionale deve necessariamente coincidere con ciò che assume rilevanza penale.
Nel caso Camuso-Ranucci esiste un elemento ulteriore. Camuso ha affermato di essere stata contattata da un’altra collega e, dunque, di non essere stata l’unica a riferire situazioni di questo genere. È un’affermazione della giornalista e come tale deve essere considerata, senza trasformarla in un fatto già accertato.
La Rai, in quanto servizio pubblico e datore di lavoro, può valutare i profili professionali della vicenda, acquisire gli elementi disponibili, ascoltare le parti e verificare il rispetto delle regole che devono governare i rapporti di lavoro. Sarebbe invece sbagliato trasformare questa vicenda nell’ennesimo scontro tra sostenitori e avversari di Report, oppure utilizzarla come arma politica contro Ranucci. La tutela della dignità delle donne è credibile soltanto se gli stessi criteri valgono per tutti, indipendentemente dal nome, dalla notorietà, dalle simpatie e dalle appartenenze culturali o politiche dei protagonisti.
Questa è, secondo me, la questione più interessante posta dal caso Camuso-Ranucci: non stabilire sui giornali chi abbia ragione, ma quale confine debba separare l’iniziativa personale dal ruolo professionale quando il destinatario dell’iniziativa sa che l’altra persona può incidere sul suo futuro lavorativo.
La libertà nelle relazioni deve essere tutelata, ma richiede che un sì sia libero per davvero e che un no non faccia temere la perdita di un’opportunità professionale.
Utopia? Forse. Ma dobbiamo continuare a crederci.
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