
“Durante il giorno, la situazione sulla nave è più tranquilla, facciamo il possibile per distrarci, di notte, invece, nel silenzio totale, si sente il rumore dei caccia sopra la testa che mette un po’ d’ansia. Oggi pomeriggio, un caccia è passato proprio accanto alla nave”. A parlare, all’Adnkronos, è Sandro Colacione, ventenne di Catanzaro, tra i 563 italiani a bordo della nave Msc bloccata nel porto di Dubai. Una parte di loro, da quanto si apprende, potrà finalmente ripartire domani quando, entro le 9, dovrà lasciare il porto di Dubai per raggiungere l’aeroporto di Abu Dhabi, da dove sarà messo a loro disposizione un volo charter di Msc per l’Italia.
L'arrivo è previsto a Fiumicino. Una notizia che fa tirare a Sandro e agli altri connazionali un sospiro di sollievo dopo i giorni appena trascorsi che lui stesso definisce “surreali”: perché, se da un lato, dalla nave “non sentiamo molte esplosioni o boati”, dall’altro “quando leggiamo le notizie sui giornali e guardiamo le immagini cominciamo ad agitarci, non sappiamo se le cose stanno proprio come vengono descritte lì oppure se, come dice qualcuno, lo scenario là fuori non è così apocalittico”. “Quel che è certo è che lo staff a bordo sta facendo di tutto per non farci avvertire il pericolo, come se all’interno della nave fosse tutto normale”, precisa il ragazzo, che si trova a bordo insieme ai genitori e alla sorellina di 13 anni.
“Il comandante ci ha aggiornati sulla situazione due volte al giorno, mattina e sera. In questi ultimi due giorni – spiega Sandro - ci ha detto che pian piano stanno riaprendo i corridoi aerei dall’aeroporto di Dubai e che le Ambasciate si stanno muovendo per organizzare i voli di ritorno. Da quello che sappiamo, avranno la precedenza coloro che devono sbarcare a Doha e poi quanti, come noi, hanno acquistato il pacchetto comprensivo di volo e crociera”. Tra i momenti più difficili, Sandro ricorda “la sera in cui è scattato l’allarme missile sui telefoni e poi quando abbiamo dovuto compilare i moduli della Farnesina con le informazioni richieste nel caso in cui dovesse accadere qualcosa di spiacevole”.
“Vogliamo tornare a casa, certo – ammette – ma cerchiamo di pensare anche a chi si trova in una condizione peggiore per farci forza”.
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