L'addio commosso di Antonella Mongiardo "al preside Gerardo Pagano e alla scuola di una volta"

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Gerardo Pagano

  20 settembre 2026 17:57

di ANTONELLA MONGIARDO

Con l’ultimo saluto a Gerardo Pagano, si ha la sensazione di dire addio, per sempre, alla scuola di una volta. Quella dei miei anni di Liceo, quando il preside teneva d’occhio tutte le classi, aveva il polso vero della didattica, viveva la realtà delle aule e ricordava perfino i nomi di tutti gli alunni, uno per uno.

Anni lontani nel tempo, che spesso ho il piacere di rivivere insieme ai miei coetanei, rievocando episodi e provando le stesse emozioni di allora. Sensazioni che, nel ricordo, palpitano ancora di vita, restituendoci ciò che il passare inesorabile del tempo pensavamo ci avesse tolto: la bellezza del passato, con i suoi insegnamenti e i suoi valori, grazie ai quali siamo diventati le donne e gli uomini che siamo oggi. Quel passato di adolescente è riaffiorato di colpo, quando ho saputo che il preside Pagano non c’era più. Ho avuto l’impressione che con lui si chiudesse, in maniera ufficiale e definitiva, la scuola di una volta. Quella che oggi non si può più prendere come esempio, perché i tempi cambiano, la società cambia, e quindi anche la scuola deve cambiare. Ed è ormai anacronistico guardare a quel modello educativo in cui professori e presidi erano un punto di riferimento a cui le famiglie guardavano con rispetto, anzi con riverenza, affidandosi a loro con fiducia, facendo un passo indietro e riservando ai figli una tiratina d’orecchie dopo una nota o un brutto voto in pagella. Erano tempi in cui era normale che una persona venisse ammirata e presa ad esempio per il suo sapere, per la rettitudine e per il suo carisma. Quando i genitori ci insegnavano a dire buongiorno e ad essere puntuali. E ci spiegavano che i titoli servono solo se conquistati con impegno e sacrificio. Ricordo sempre ciò che mi disse un giorno mio padre: “A Soverato, nell’elenco telefonico solo due persone non hanno voluto il dott. davanti al nome: io e Gerardo Pagano”. Come a voler dire che quando c’è il valore vero, gli orpelli non servono. A quest’epoca è appartenuto il preside Pagano.

Ricordo anche con sottile emozione la sua autorevolezza, quando ci rimproverava per le marachelle senza perdere la pazienza, la signorilità con cui interloquiva con genitori e professori, la sottile ironia con cui accompagnava anche i discorsi seri e il carisma che sapeva trasmettere quando veniva in classe a farci lezione di filosofia. Eh già, perché quando io ero studentessa, il preside faceva anche supplenze, girava per le classi e ci salutava per strada chiamandoci per nome e noi, affettuosamente, lo chiamavamo “Preside Gerri”.

I miei anni di liceo li ricordo con piacere anche per quelle lezioni a sorpresa, che ci affascinavano e ci facevano rivivere la storia del pensiero più di quanto qualsiasi esperienza immersiva, oggi, con il digitale o con l’intelligenza artificiale, riuscirebbe mai a fare.

Grazie, preside Pagano, per ciò che mi ha lasciato. Mi permetta, ancora una volta, di chiamarla come allora: grazie, Preside Gerri.