L'associazione 'Le Citta Visibili' a Scilla: un viaggio tra storia e miti

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images L'associazione 'Le Citta Visibili' a Scilla: un viaggio tra storia e miti


  01 giugno 2026 07:57

di GIULIANA MANFREDI*

Non potevamo scegliere giornata migliore per la nostra visita a Scilla: la luce intensa e l’aria tersa hanno reso ancora più magico l’itinerario tra le sfumature del mare, tra l’indaco e il turchese, e le gradazioni di verde delle campagne che circondano la città. Domenico Guarna, la nostra amata infaticabile guida (che ci propone sempre percorsi sorprendenti e accattivanti) ci accoglie sorridente e ci conduce attraverso  i vicoli e ci fa notare i riflessi viola che danno il nome alla costa; ci indica Chianalea, Favazzina, Bagnara, Palmi e il promontorio di S. Elia, e ci mostra il “Sentiero del Serro- Percorso botanico nella macchia mediterranea”, che attraversa boschi e castagneti secolari, curato da qualche anno dall’ Associazione Calabria Wild Wine (che ha come obiettivo il recupero, la tutela e la valorizzazione della biodiversità della vite) che offre al contempo una visita della città attraverso i profumi e le piante che caratterizzano l’area (acanto, cappero, rosmarino, lentisco e così via). Giungiamo, poi, nella piazza principale, dedicata a San Rocco, patrono di Scilla. Costruita come un grande terrazzo che domina lo stretto, il nostro sguardo si perde da Punta Pacì, all'estremità meridionale dell'area scillese, fino a tutto lo Stretto di Messina, scorgendo Ganzirri e capo Milazzo, parte delle isole Eolie, con le loro inconfondibili sagome, e il Castello Ruffo di Scilla, che si staglia fiero. Domenico ci racconta la storia di Scilla, contenuta nelle “Metamorfosi” di Ovidio, che viene immortalata nella statua bronzea troneggiante nella sua drammaticità.

Scrive Ovidio che Scilla, mentre fa il bagno in mare, viene notata da Glauco, divinità marina metà uomo e metà pesce, che si innamora perdutamente di lei, non ricambiato. Glauco, indignato, si rivolge alla maga Circe a cui chiede un incantesimo per conquistare la giovane. Circe, però, è invaghita di Glauco e decide di eliminare la rivale, trasformandola in un mostro. Lo scultore, Francesco Triglia, rappresenta Scilla nel momento della sua metamorfosi: le sue gambe assumono forme di serpenti che terminano in teste di cani dai denti affilati e Scilla si afferra la testa disperata per l’inesorabile destino che l’attende. Domenico riprende brevemente i miti di Scilla e Cariddi (località che non esiste in Sicilia, come qualche turista immagina) che servivano a spiegare i gorghi, causati dalle forti correnti che si intersecano al largo dello stretto, che inghiottivano o mettevano in pericolo le navi. Proseguiamo la nostra visita e giungiamo nel punto strategico su cui si erge il Castello. La prima fortificazione della rupe contro le incursioni piratesche risale al V secolo a.C., sotto il Tiranno Anassila di Reggio. L'inespugnabilità della rupe fu violata solo da Dionisio di Siracusa (390 a.C.) Ulteriormente rinforzata dall'imperatore Ottaviano, viene poi descritta da Plinio il Vecchio come Oppidum Scyllaeum, ossia “grande insediamento fortificato”.

Nel 1060 il Castello di Scilla si arrese per fame a Roberto il Guiscardo, che lo scelse come presidio militare. Nel Quattrocento, fu concesso dal re di Napoli Ferdinando I e, infine, nel 1533 fu acquistato da Paolo Ruffo, che lo restaurò e vi si stabilì. Domenico ci racconta dei vari assedi (dal mare il maniero era difficilmente attaccabile, mentre dalle colline subì diversi assalti) e ci fa notare i dettagli che documentano gli interventi sul castello nelle diverse epoche: cortine, torrioni, feritoie, le mura, il ponte levatoio, gli stemmi. Superato l'androne a volta, si apre un cortile e da qui, percorrendo il grande scalone, ci troviamo all'ingresso della residenza e nei suoi ambienti interni. Nelle aree di guardia Domenico ci indica dei graffiti, opera dei soldati nei lunghi turni di vedetta: alcuni sono lettere, nomi, altri presumibilmente rappresentano un antico ignoto gioco. In un angolo nascosto la nostra guida ci fa notare una lapide che ricorda la tragica esplosione della polveriera del castello, causata da un fulmine il 12 luglio 1812 in cui persero la vita due ufficiali e una ragazza del luogo. Entriamo, poi, in una sala interna che un tempo era di fronte ad una struttura di canalizzazione delle acque; Domenico ci racconta, inoltre, che durante le sue ricerche, tra i documenti dell’Archivio militare di Roma, ha scoperto che all’interno esistessero delle scale che conducevano a un porto, di cui ora non c’è più traccia, e che probabilmente servì come via di fuga per gli inglesi durante uno scontro con l’esercito francese.  Danneggiato dai terremoti del 1783 e del 1908, il Castello Ruffo venne restaurato ed oggi è uno tra i meglio conservati e ospita eventi e convegni; dal 1913 ospita, nella parte superiore, il Faro di Scilla, dal quale godiamo di splendidi scorci panoramici, e due interessanti esposizioni dedicate alla caccia al pesce spada (un’imbarcazione a remi originale, detta luntre; modellini di varie imbarcazioni da pesca e foto antiche dell’attività che si svolge tuttora, da maggio alla prima metà di agosto) e ai meravigliosi fondali marini a pochi metri dalla riva, che ci svelano colori e scenari inimmaginabili di un ecosistema tra i più preziosi e fragili. Durante la nostra visita, quasi a bella posta, abbiamo la fortuna di vedere in attività ben tre imbarcazioni (con l’inconfondibile pontiletto lungo e sottile e la coffa). La vista dello splendido mare cristallino delizierà il nostro pranzo sul terrazzo del ristorante “Il Casato”, dove gustiamo diverse specialità locali eccellentemente preparate.

Il pomeriggio è dedicato alle visite a Torre Cavallo e a Poggio Pignatelli. Nel Medioevo in Calabria era forte il pericolo delle scorrerie tra bande (pirati saraceni e poi turchi) al fine di saccheggiare città e paesi sulla costa; per questo motivo vennero erette numerose torri di avvistamento sulle punte avanzate della costa, pronte a dare l'allarme (con vari sistemi, mutati nel tempo: fuochi, fumo, specchi) appena all'orizzonte si scorgeva un’imbarcazione sospetta. Tra le postazioni difensive venne costruita, nel XVI secolo, in località Santa Trada (nei pressi di Villa San Giovanni), Torre Cavallo, una delle antiche torri d’avvistamento cinquecentesche del circondario di Reggio Calabria, parte del sistema difensivo dello Stretto di Messina. Il nome deriverebbe da un'abbreviazione popolare dal latino "caput valli" (capo di difesa), oppure alla presenza di un cavallo per il controllo notturno della costa (torre cavallara) e velocizzare le informazioni tra le postazioni. La cinta muraria del forte murattiano venne costruita nel 1808, quando Napoleone nominò re di Napoli il cognato, Gioacchino Murat (che giunse a Scilla nel giugno del 1810 e vi rimase fino al luglio). Per suo volere, le mura delle torri vennero ammodernate e collegate con un cunicolo sotterraneo. Ammiriamo Torre Cavallo e il forte di Murat mentre Domenico ci fa percorrere il sentiero, come ci spiega, reso agibile da un gruppo di volontari unitisi a Angelo Raso e Piero Idone, attivisti rispettivamente di Legambiente e di Wwf Reggio Calabria. La presenza dei Ruffo determinò le varie ricostruzioni della torre e delle modalità di utilizzazione nel tempo ed in tempi più recenti la Torre Cavallo venne utilizzata anche per l’avvistamento del pesce spada, nel periodo della pesca. Tra le siepi, le immagini di Edward Lear, Gioacchino Murat e Alexandre Dumas testimoniano il loro percorso a piedi in quell’area.

Poggio Pignatelli è una delle fortificazioni del sistema difensivo permanente per il controllo dello Stretto, costituito dalla corona dei Forti Umbertini realizzati tra il 1885 e il 1892 sulle sponde della Calabria e della Sicilia. La parte calabrese di questo ingegnoso sistema, prevedeva una postazione di grandi dimensioni, Forte Batteria Siacci, ultimata nel 1888 e una serie di forti nelle immediate vicinanze, Forte Poggio Pignatelli e Matiniti Inferiore. Lo studio sulle fortificazioni è di Domenico Guarna.

Questo tipo di fortificazioni, strutture efficaci e di facile manutenzione, partono dal modello esistente all’epoca con “artiglieria su postazioni fisse a coprire ampi settori di tiro”. Il modello che ne deriva è molto semplice ed essenziale e, nel caso dello Stretto di Messina, utile a fronteggiare l’attacco dal mare. Sfruttando la naturale conformazione delle due sponde dello Stretto, i Peloritani sul versante siciliano e le pendici dell’Aspromonte su quello calabrese, si decise di rendere le fortificazioni completamente invisibili dal mare e di proteggere in modo tradizionale le parti retrostanti con fossati, postazioni di tiro e ponti levatoi. Fortino Poggio Pignatelli di Campo Calabro oggi è tornato a vivere grazie a un accordo di valorizzazione tra il Segretariato Regionale del MiC per la Calabria, il Comune di Campo Calabro e l'Agenzia del Demanio. Il sito oggi ospita attività ludico-agrituristiche-naturalistiche (Museo Faunistico Diorama, Giardino del progetto “Piantiamo insieme il futuro”), ed al suo interno vengono realizzati eventi coerenti con la sua destinazione. Ringraziamo Andrea e Giuseppe che con grande entusiasmo e competenza ci hanno fatto da guida nell’interessantissimo Museo Faunistico Diorama, dedicato alla fauna aspromontana, dove ci siamo entusiasmati e incuriositi come bambini e Domenico che ha giustamente tenuto tanto a questa visita. L’intera giornata è stata ricca di storia tangibile, sorprese e riflessioni e non c’è considerazione migliore di quella di Domenico che condividiamo integralmente, in attesa di scoprire nuovi luoghi e nuove emozioni: “Le fortificazioni ci insegnano di quanto sia insensata la guerra e di quanto quei posti nati per difendere e colpire, oggi possono diventare luoghi aperti a un nuovo racconto”.

*Associazione Le Città visibili


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