L’avv Conidi Ridola: "Collaboratori di giustizia, quando lo Stato tradisce il proprio patto"

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  23 aprile 2026 07:25

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA

C’è un elemento che merita di essere chiarito subito, come premessa indispensabile: le criticità che oggi vengono evidenziate da voci autorevoli della magistratura non nascono improvvisamente. Sono il punto di arrivo di un processo già visibile e denunciato in tempi antecedenti.

Il 7 ottobre 2025, sulle pagine de La Nuova Calabria, avevo già evidenziato come l’evoluzione normativa e, soprattutto, la prassi applicativa stessero remando contro i collaboratori di giustizia, arrivando a rivolgere un richiamo diretto al governo guidato da Giorgia Meloni. In quell’intervento denunciavo il rischio concreto di svuotamento dell’istituto della collaborazione, aggravato dall’introduzione di meccanismi non previsti dalla normativa speciale, come l’incisione delle capitalizzazioni destinate al reinserimento. Quelle risorse non sono accessorie. Sono parte integrante del “patto” tra Stato e collaboratore: strumenti funzionali a garantire una prospettiva reale di reinserimento. Intaccarle significa compromettere uno dei pilastri dell’intero sistema.

A distanza di mesi, il 22 aprile 2026, sulle pagine di Antimafia Duemila, il magistrato Ardita,Procuratore Aggiunto di Catania, interviene sullo stesso tema, affermando con chiarezza che “oggi i collaboratori di giustizia non ricevono adeguata tutela dallo Stato” e che “non conviene più collaborare”.

Si tratta di parole che non introducono una novità, ma che confermano — con l’autorevolezza di chi ha operato ai massimi livelli istituzionali — una realtà già denunciata. Ciò che era stato segnalato come rischio si è progressivamente trasformato in evidenza. Il punto centrale è che l’istituto continua a esistere formalmente, ma viene svuotato nella sostanza. Le condizioni di protezione si indeboliscono, i percorsi di reinserimento si fanno incerti, e le garanzie economiche — che dovrebbero essere blindate proprio perché funzionali alla riuscita del percorso — vengono messe in discussione. Esattamente quanto già evidenziato nel precedente intervento del 7 ottobre 2025, ma anche in altri ,sempre sul medesimo tema ,in relazione alle capitalizzazioni e alla loro funzione.
Si crea così una contraddizione evidente. Lo Stato continua a chiedere ai collaboratori un salto radicale: rompere con le organizzazioni criminali, esporsi a rischi elevatissimi, fornire elementi decisivi per le indagini. Ma, allo stesso tempo, non è più in grado di garantire in modo credibile ciò che promette in cambio.

E quando le promesse diventano incerte, il patto si incrina. Le parole di Ardita, come quelle di altri magistrati che negli anni hanno difeso il ruolo dei collaboratori, non fanno che rafforzare questa lettura. Non siamo di fronte a una polemica isolata, ma a una convergenza: il sistema è in crisi perché lo Stato non sta rispettando fino in fondo i propri impegni.È qui che la questione assume un rilievo giuridico oltre che politico. Il rapporto tra Stato e collaboratore di giustizia è, nella sua essenza, un rapporto sinallagmatico: a fronte di una prestazione straordinaria — la collaborazione — corrisponde un insieme di obblighi precisi in capo allo Stato. Se questi obblighi vengono progressivamente disattesi, si configura una situazione di inadempimento sostanziale. E un soggetto inadempiente non può pretendere fiducia.

Questo è il punto che oggi non può più essere eluso. Non si può continuare a invocare nuove collaborazioni, a costruire strategie investigative fondate su di esse, e contemporaneamente erodere le garanzie che rendono quella scelta sostenibile. Non si può chiedere tutto e offrire sempre meno.
Per questo, alla luce di quanto già denunciato il 7 ottobre 2025 e di quanto oggi viene confermato il 22 aprile 2026, la conclusione non può che essere amara.Per come sono messe le cose, lo Stato non può pretendere fiducia da parte dei collaboratori di giustizia. Non può aspettarsi, nei tempi a venire, un flusso significativo di nuove collaborazioni, né un rafforzamento di questo strumento. Non può farlo perché ha incrinato — e in parte compromesso — il fondamento stesso di quel rapporto.
Il rischio non è solo il declino dell’istituto. È qualcosa di più profondo: la perdita di credibilità dello Stato in uno dei terreni più delicati, quello in cui chiede a un individuo di scegliere definitivamente da che parte stare. Se quella scelta non è più sostenuta da garanzie reali, allora non è più una scelta. È un salto nel vuoto. E nessuno può essere ragionevolmente chiamato a compierlo.

*Avvocato

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