L'avv Conidi Ridola: "Intercettazioni agli avvocati: difendere le garanzie senza invocare immunità di categoria"

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  08 giugno 2026 12:21

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

Da oggi e fino al 12 giugno è iniziata l'astensione dalle udienze pe nali proclamata dall’Unione delle Camere Penali Italiane in segno di protesta per la vicenda delle intercettazioni effettuate nel carcere di Perugia che avrebbero coinvolto diversi difensori. Una mobilitazione che richiama l'attenzione su un tema certamente delicato: il rapporto tra tutela del diritto di difesa ed esigenze investigative.
Proprio perché la questione è seria, occorre affrontarla senza slogan e senza cedere alla tentazione di trasformare un problema giuridico in una rivendicazione corporativa.

Il diritto di difesa è sacro. La riservatezza del rapporto tra difensore e assistito costituisce una delle architravi dello Stato di diritto. Nessuno che eserciti seriamente la professione forense potrebbe sostenere il contrario. Ma proprio perché si tratta di un principio fondamentale, esso non dovrebbe essere evocato in modo emotivo o assolutistico, quasi che ogni forma di controllo sull’attività di un avvocato integri automaticamente un attentato alla democrazia. Non è così.

L’ordinamento italiano non ha mai previsto l’intangibilità della figura del difensore. L’avvocato non è un soggetto sottratto alla legge penale, né una figura immunizzata dall’accertamento giudiziario. Le norme processuali prevedono certamente limiti rigorosi alle intercettazioni dei colloqui difensivi, ma prevedono anche eccezioni, controlli e strumenti investigativi quando emergano indizi di reato a carico del professionista stesso o quando vi siano esigenze investigative di particolare rilevanza.
Ed è giusto che sia così. L’idea secondo cui il solo fatto che un avvocato venga intercettato rappresenti una deriva autoritaria è giuridicamente inesatta e culturalmente pericolosa. Perché finisce col suggerire l’esistenza di una zona franca sottratta all’accertamento penale. Una sorta di immunità di categoria incompatibile con il principio costituzionale di uguaglianza davanti alla legge. Il punto vero non è stabilire se un avvocato possa essere controllato. Può esserlo, nei limiti e con le garanzie previste dalla legge. Il punto è verificare se quei controlli siano stati autorizzati legittimamente, se siano stati proporzionati e se abbiano rispettato il perimetro costituzionale del diritto di difesa.
Sono questioni diverse. E confonderle alimenta soltanto una narrazione corporativa.

Vi è poi un dato che nel dibattito pubblico viene spesso rimosso: le intercettazioni non servono soltanto a dimostrare responsabilità, ma anche a escluderle. Possono chiarire contesti, smentire accuse, ricostruire fatti in favore dell’indagato o di terzi coinvolti. Non è raro che proprio attività captative o registrazioni ambientali abbiano consentito di accertare l’estraneità di soggetti che altrimenti sarebbero rimasti travolti da imputazioni gravissime. Anche per questo occorrerebbe maggiore equilibrio. Difendere il diritto di difesa non significa trasformare l’avvocatura in un corpo separato. Significa pretendere legalità nelle indagini, rigore nell’uso degli strumenti invasivi e rispetto delle garanzie costituzionali. Ma significa anche riconoscere che nessuna funzione professionale può diventare schermo per sottrarsi all’accertamento di fatti penalmente rilevanti.
Uno Stato di diritto maturo non teme né le garanzie né i controlli. Pretende entrambe le cose.

*Avvocato

 


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