L'avv Conidi Ridola: "La Francia guarda al modello italiano dei collaboratori di giustizia. Un patrimonio giuridico da preservare"

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L'avv Maria Claudia Conidi Ridola

  14 febbraio 2026 10:52

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

 La decisione della Francia di introdurre uno status di collaboratore di giustizia ispirato al modello italiano impone una riflessione che, per noi, non è solo teorica ma storica e professionale. Il sistema italiano nasce da una stagione drammatica, segnata dal sangue e da scelte legislative coraggiose.
Dopo l’uccisione del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, lo Stato comprende che la lotta alla mafia non può fondarsi esclusivamente sulla repressione esterna. Con l’introduzione dell’articolo 416 bis del codice penale nel 1982 si riconosce giuridicamente la specificità dell’associazione di stampo mafioso. È doveroso ricordare che uno dei primi procedimenti in assoluto per 416 bis, contestato al clan Muto, fu avviato dal dottor Luciano d’Agostino, oggi purtroppo scomparso, magistrato che ebbe il coraggio di applicare una norma allora del tutto innovativa.

La stagione istruttoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e il maxi-processo contro la cupola siciliana dimostrano definitivamente che la collaborazione con la giustizia è uno strumento decisivo. Senza il contributo dei collaboratori, quell’impianto processuale non avrebbe retto. La mia esperienza professionale si inserisce in questo solco. Ho iniziato nel 1997 con il processo Olimpia, celebrato a Reggio Calabria. A seguire il processo Galassia e numerosi procedimenti distrettuali tra Reggio Calabria e Catanzaro, fino ai maxi-processi contro la ’ndrangheta che hanno inciso sugli assetti apicali delle cosche. Ho assistito collaboratori calabresi, siciliani, campani, appartenenti alla Sacra Corona Unita, attraversando alcune tra le vicende giudiziarie più complesse degli ultimi decenni.
Tra i primi procedimenti  il duplice omicidio Aversa-Precenzano, in cui furono assassinati il sovrintendente di Polizia Salvatore Aversa e la moglie Lucia Precenzano, una delle pagine più drammatiche nella storia criminale calabrese. A seguire, altri processi di forte impatto pubblico, tra cui quello relativo all’omicidio del piccolo Nicholas Green. Fu la volta  anche di Francesco Fonti, il collaboratore che parlò delle cosiddette “navi dei veleni”, con tutte le implicazioni investigative e le criticità che quella vicenda comportò, fino alla sua morte sopraggiunta dopo un ricovero per problemi di dialisi, circostanza che suscitò interrogativi e attenzione mediatica. E non è stato semplice,anche considerate le conseguenze che ciò comportò.

Non si tratta di un richiamo autobiografico, ma della dimostrazione concreta di come la collaborazione sia stata, ed è tuttora, un perno dell’accertamento giudiziario nei procedimenti di criminalità organizzata. Il sistema italiano è ancora vigente e strutturato su presupposti rigorosi: attendibilità, completezza, utilità concreta delle dichiarazioni, riscontri esterni, rottura effettiva con l’organizzazione criminale. È uno strumento che continua a rappresentare un cardine nell’azione di contrasto alle mafie.

La Francia, secondo le anticipazioni, sembrerebbe orientata a estendere la collaborazione all’intero codice penale, non limitandola ai reati di stampo mafioso. È una scelta che amplia l’ambito applicativo e modifica la logica originaria dell’istituto, che in Italia nasce per disarticolare strutture associative caratterizzate da forza intimidatrice e controllo del territorio. Accanto alla dimensione normativa, occorre però considerare un dato concreto: la diminuzione delle nuove collaborazioni in Italia. Le cause sono molteplici, ma non si può ignorare come, nel tempo, l’equilibrio originario sia mutato.
Oggi la ripresa economica del collaboratore è spesso subordinata al pagamento dei debiti erariali maturati durante il periodo di appartenenza all’organizzazione. Si richiede una forma di riscatto patrimoniale che incide direttamente sul percorso di reinserimento sociale. Questa impostazione rischia di entrare in tensione con la ratio originaria della disciplina, che era quella di incentivare la rottura definitiva con il contesto criminale offrendo una prospettiva concreta e sostenibile di risocializzazione.

La collaborazione è un patto con lo Stato. Un patto che comporta esposizione personale, sacrifici familiari, perdita di identità, sradicamento territoriale. Se le condizioni diventano eccessivamente gravose o mutano nel tempo, si incrina l’affidamento su cui quella scelta si fonda.La Francia ha oggi l’opportunità di costruire un sistema efficace, valorizzando l’esperienza italiana nella sua forza originaria e tenendo conto delle criticità emerse negli anni. L’Italia ha dimostrato che la collaborazione con la giustizia può scardinare le organizzazioni mafiose. La sfida attuale è preservarne la credibilità, perché senza credibilità nessun sistema premiale può reggere e senza collaboratori la lotta alle mafie perde uno dei suoi strumenti più incisivi.

*Avvocato


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