L'avv Conidi Ridola: "Oltre la felicità, il valore dimenticato del 'come stai'”

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  28 marzo 2026 12:17

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

 La riflessione di Umberto Galimberti — secondo cui i genitori oggi chiedono troppo raramente ai figli se sono felici — offre uno spunto importante, ma forse non esaurisce il problema. Più che la domanda “sei felice?”, ciò che sembra davvero scomparso è qualcosa di ancora più semplice e fondamentale: il “come stai?”.

Viviamo in una società in cui il valore delle persone, soprattutto dei più giovani, viene sempre più misurato in base a ciò che fanno piuttosto che a ciò che sono. I ragazzi vengono spinti a riempire le proprie giornate: scuola, sport, attività artistiche, corsi di ogni tipo. Tutto questo, di per sé, non è negativo. Il problema nasce quando queste attività diventano strumenti di valutazione continua, indicatori di valore personale. Così, chi “fa di più” sembra valere di più. Chi eccelle viene riconosciuto, chi resta nella normalità rischia di diventare invisibile.

Ma questa idea di eccellenza è spesso distorta. Non si tratta più di coltivare una propria inclinazione autentica, una particolarità personale, ma di aderire a un modello esterno che impone di essere sempre performanti, sempre all’altezza, sempre migliori degli altri. La normalità — intesa come equilibrio, correttezza, capacità di vivere con misura — perde valore. In questo contesto, anche le domande che rivolgiamo agli altri cambiano. Non chiediamo più “come stai?”, ma “cosa hai fatto?”, “che risultati hai ottenuto?”, “quanto vali rispetto agli altri?”. È uno slittamento sottile ma decisivo: dall’essere al fare.

La proposta di Galimberti di chiedere “sei felice?” va in controtendenza, ma introduce un’altra complessità. La felicità è un concetto difficile, soggettivo, spesso indefinibile. Non sempre si è in grado di rispondere, e non sempre è giusto pretendere una risposta. Il “come stai”, invece, è una domanda più umana, più accessibile. Non impone uno standard, non richiede una definizione assoluta. Apre uno spazio di ascolto. E forse è proprio questo spazio che oggi manca. In un mondo attraversato da profonde contraddizioni — progresso tecnologico da una parte, crisi dei valori dall’altra — parlare di felicità può sembrare quasi fuori scala. Viviamo in una realtà in cui coesistono benessere materiale e sofferenze evidenti, dove ancora si combattono guerre e si consumano tragedie umane. In un contesto simile, la felicità rischia di apparire come un lusso o un’astrazione.

Questo non significa rinunciare a migliorare il mondo, ma riconoscere che il cambiamento non passa solo da grandi ideali. Passa anche — e forse soprattutto — da ciò che facciamo ogni giorno, nel modo in cui guardiamo gli altri. La storia ci insegna che il progresso tecnico non coincide necessariamente con un progresso nei valori. L’umanità evolve nelle conoscenze, ma non sempre nella capacità di vivere meglio, di dare senso alla propria esistenza, di costruire relazioni autentiche. Per questo, forse, la vera alternativa non è tra essere felici o avere successo, ma tra vivere in modo automatico o recuperare una dimensione più consapevole e umana. E tutto può iniziare da una domanda semplice, che non misura, non giudica, non confronta: “Come stai?”

*Avvocato


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