L'avv Conidi Ridola: "Quando il carcere mette alla prova lo Stato di diritto"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images L'avv Conidi Ridola: "Quando il carcere mette alla prova lo Stato di diritto"


  26 settembre 2026 10:14

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA* 

Ci sono astensioni che non sono una semplice protesta di categoria. Quando i penalisti si fermano per il carcere, il diritto di difesa e la riservatezza del colloquio tra detenuto e avvocato, la questione riguarda tutti. Perché dove il carcere comprime la dignità della persona e rende incerta la segretezza della difesa, non è in gioco soltanto il funzionamento dell’amministrazione penitenziaria: è in gioco la tenuta stessa dello Stato di diritto. Dal 23 al 29 settembre l’Unione delle Camere Penali Italiane ha proclamato l’astensione dalle udienze penali. Al centro, la vicenda del carcere di Perugia “Capanne”: secondo la ricostruzione dell’UCPI, per circa sei mesi sarebbero stati captati colloqui tra detenuti e almeno quindici difensori diversi da quello autorizzato. L’UCPI richiama gli articoli 15 e 24 della Costituzione, 6 e 8 della CEDU e 103 del codice di procedura penale.

Il colloquio difensivo non è una conversazione qualunque. È il luogo nel quale una persona privata della libertà deve poter parlare senza temere che la propria strategia finisca all’accusa. Non è un privilegio dell’avvocato: è una garanzia dell’imputato e del giusto processo.
Ma c’è un’altra emergenza che non può restare sullo sfondo: quella delle carceri.
I dati DAP al 31 agosto 2026 indicano 65.661 detenuti a fronte di 51.220 posti regolamentari e 46.193 effettivamente disponibili: oltre il 142% di affollamento effettivo.E dentro, cosa c’è?Ci sono istituti nei quali, per quanto mi è stato riferito e per quanto ho potuto constatare nella mia attività difensiva, il detenuto è costretto a espletare i bisogni fisiologici nello stesso ambiente in cui consuma i pasti, alla presenza di altri detenuti. Sbarre e reti che affaticano la vista, scarichi non funzionanti, docce non a norma. Condizioni che non risparmiano neppure chi, nell’immaginario collettivo, godrebbe di privilegi. Penso ai collaboratori di giustizia. Non è così. Lo dico perché ho presentato numerose istanze al magistrato di sorveglianza per condizioni inumane e degradanti. Istanze accolte, sì, ma con risarcimenti talvolta mortificanti, anche sotto il profilo economico. Il carcere è il luogo nel quale lo Stato esercita il potere più intenso: togliere la libertà. Proprio lì le garanzie dovrebbero essere più forti.
L’articolo 27 della Costituzione parla di rieducazione e di senso di umanità. Come si rieduca dove manca lo spazio per vivere dignitosamente? Come si difende una persona che teme che il colloquio con il proprio avvocato venga ascoltato?

L’UCPI denuncia anche il silenzio istituzionale dopo l’impegno assunto dal Ministro della Giustizia il 4 giugno 2026 ad avviare accertamenti tramite l’Ispettorato. In una materia così sensibile, il silenzio non dovrebbe esserci. L’astensione finirà il 29 settembre. Il problema no. Resta la domanda: quanto possono arretrare le garanzie prima che ad arretrare sia lo Stato di diritto? La risposta dovrebbe essere netta: non possono arretrare affatto. Condizioni carcerarie degradanti e violazioni della riservatezza difensiva non sono disfunzioni marginali, ma negazioni concrete della legalità costituzionale. La civiltà di un ordinamento si misura da come tratta chi ha perso la libertà; e proprio dentro quelle mura il diritto deve avere la voce più forte, perché è lì che lo Stato di diritto dimostra se è davvero una garanzia per tutti o soltanto una promessa per chi è libero.

*Avvocato