
di M.CLAUDIA CONIDI RIDOLA *
Esercito la professione forense da oltre trent’anni. Ho attraversato stagioni giudiziarie diverse, ho visto cambiare codici, riforme, sensibilità culturali. Ho visto la giustizia esprimere eccellenze indiscutibili. Ma ho visto anche, troppe volte, incrinarsi quell’equilibrio che dovrebbe essere la sua cifra essenziale.
Non scrivo per risentimento. Scrivo per responsabilità. Ho visto azioni penali esercitate su basi fragili. Ho visto ipotesi investigative diventare impianti accusatori prima che il contraddittorio le mettesse realmente alla prova. Ho visto giudici, soprattutto nelle fasi cautelari, recepire in larga parte le richieste dell’accusa. Non è una questione di moralità individuale: è un problema di sistema.
Quando chi accusa e chi giudica appartengono allo stesso corpo, condividono percorso professionale, cultura, prospettiva istituzionale. Anche senza volerlo, si crea una contiguità che rende più difficile quella distanza critica che il giusto processo richiede. La terzietà non può essere un’affermazione di principio: deve essere una garanzia strutturale. In questi trent’anni ho seguito numerosi processi fondati sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Ho ascoltato racconti sull’introduzione della cosiddetta “Santa”, sull’ingresso di ambienti massonici in contesti di criminalità organizzata, su intrecci tra poteri occulti e strutture mafiose. Ho visto aprirsi indagini e processi che evocavano responsabilità altissime, anche in ambienti insospettabili, anche nei confronti di appartenenti a logge massoniche.
Ma devo dire, con altrettanta franchezza, che non ho mai visto giungere a condanna un massone per quei fatti. Ho invece visto molte di quelle accuse ritorcersi contro i collaboratori stessi, con contestazioni di calunnia. Ho difeso persone chiamate in causa unicamente per avere fatto nomi nell’adempimento del loro dovere di riferire ciò che sapevano. E ho lavorato perché fossero assolte quando le accuse nei loro confronti non reggevano al vaglio giuridico.
Questo dato, al di là delle singole vicende, pone una domanda più ampia: il principio secondo cui tutti sono uguali davanti alla legge trova davvero applicazione quotidiana? O esistono, di fatto, ambiti in cui la giurisdizione si mostra più cauta, più prudente, più restia ad affondare?
Non mi interessa alimentare sospetti. Mi interessa l’eguaglianza sostanziale. Se la legge è uguale per tutti, deve esserlo per davvero: per il cittadino comune come per chi appartiene a contesti di potere, visibili o invisibili. Nel Settecento, il giurista inglese William Blackstone scrisse parole che restano un monito attualissimo: “It is better that ten guilty persons escape than that one innocent suffer.”
Meglio che dieci colpevoli sfuggano alla pena, piuttosto che un solo innocente soffra.
Questa non è una concessione all’impunità. È la misura della civiltà giuridica. È il riconoscimento che la libertà personale non può essere sacrificata sull’altare dell’efficienza o della suggestione investigativa.
Per questo voterò Sì alla separazione delle carriere. Non per indebolire la magistratura, ma per rafforzarne la credibilità. Distinguere i percorsi di chi esercita l’azione penale da quelli di chi giudica significa rendere più netta la linea tra parte e arbitro. Significa restituire al giudice una distanza che non sia solo psicologica, ma istituzionale. Mi inquieta, inoltre, vedere prese di posizione pubbliche su un referendum che riguarda direttamente l’assetto della magistratura. Il modello di giustizia non appartiene a chi la esercita: appartiene ai cittadini nel cui nome le sentenze vengono pronunciate. Il senso delle istituzioni dovrebbe suggerire misura.
Dopo trent’anni di professione non cerco contrapposizioni ideologiche. Cerco coerenza tra principi proclamati e prassi quotidiana. Se davvero crediamo che la legge sia uguale per tutti, allora dobbiamo costruire un sistema che renda quell’uguaglianza più credibile, più visibile, meno esposta a zone d’ombra.
Voterò Sì perché ho visto quanto sia fragile l’equilibrio quando accusa e giudizio si muovono nello stesso alveo.
Voterò Sì perché la libertà individuale merita una tutela che non dipenda dalla cultura comune di un unico corpo.
Voterò Sì perché la giustizia, per essere rispettata, deve accettare di essere riformata.
Se prendiamo sul serio Blackstone, dobbiamo accettarne fino in fondo la lezione: la forza dello Stato non si misura dal numero delle condanne, ma dalla capacità di proteggere anche l’innocente più scomodo. La separazione delle carriere non è un atto contro la magistratura. È un atto a favore della sua autorevolezza. Ed è, soprattutto, un atto a favore dei cittadini che alla giustizia affidano la propria libertà.
*Avvocato
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