
di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
L’omicidio dell’avvocato Torquato Ciriaco, professionista del Foro di Lamezia Terme, padre di famiglia ed esponente stimato della classe forense, resta uno dei fatti più drammatici e dolorosi della cronaca giudiziaria calabrese.
L’avvocato Ciriaco venne ucciso in modo brutale, raggiunto da numerosi colpi di fucile mentre rientrava a casa, in un agguato che sin dall’inizio apparve di eccezionale violenza. Un delitto che colpì non solo per le modalità, ma anche per la qualità della vittima: un uomo di diritto, un professionista, un padre, strappato alla propria vita familiare e lavorativa.
Nella fase iniziale, le indagini si mossero lungo diverse direttrici, ipotizzando più possibili causali dell’omicidio, anche molto differenti tra loro. Il quadro investigativo appariva complesso, frammentato, privo di un’immediata linea unitaria.
Solo successivamente, il procedimento si è progressivamente incentrato su una specifica ricostruzione accusatoria, fondata in larga parte sulle dichiarazioni di Francesco Michienzi, collaboratore di giustizia ritenuto attendibile in altri procedimenti di criminalità organizzata.
Da quel momento, l’intero impianto processuale ha ruotato prevalentemente attorno al contributo dichiarativo del collaboratore, con l’attribuzione di un peso decisivo a un narrato che, tuttavia, non si fondava su una conoscenza diretta e completa dell’evento omicidiario.
Un processo lungo, a fasi alterne, dagli esiti contrastanti
Il processo che ne è seguito è stato particolarmente lungo e tormentato, segnato da fasi alterne e da decisioni profondamente divergenti: una prima assoluzione, una successiva condanna, l’annullamento con rinvio da parte della Corte di Cassazione e, infine, la nuova assoluzione all’esito del giudizio di rinvio.
Un andamento processuale che ha inciso profondamente non solo sugli imputati, ma anche sulle parti civili costituite, ossia sui familiari della vittima. Per loro, il processo non è stato soltanto un percorso giudiziario, ma un lungo e doloroso riattraversamento della vicenda di vita che aveva condotto all’uccisione di un congiunto.
Seguire per anni un procedimento penale così complesso ha significato rivivere continuamente il trauma, con la speranza di giungere a una verità giudiziaria stabile, per poi confrontarsi, al termine, con un esito di assoluzione che lascia l’amarezza profonda di un delitto rimasto senza colpevoli.
Uno dei nodi centrali dell’intera vicenda riguarda il ruolo del collaboratore. Francesco Michienzi non è mai stato ritenuto inattendibile in senso assoluto. Al contrario, la sua credibilità è stata riconosciuta in numerosi altri procedimenti.
Il problema, tuttavia, è sempre stato un altro: la mancanza di una conoscenza diretta e specifica dell’omicidio Ciriaco. Le sue dichiarazioni si fondavano su: deduzioni personali, valutazioni ex post, collegamenti ipotetici tra soggetti e contesti.
Va però riconosciuto un dato rilevante: il collaboratore non ha forzato il proprio racconto. Non ha trasformato ipotesi in certezze, non ha ampliato artificiosamente il proprio contributo accusatorio. In questo senso, ha mantenuto una linea di sostanziale correttezza, limitandosi a riferire ciò che riteneva di sapere.
Ma proprio questa correttezza ha reso evidente il limite strutturale della prova: un collaboratore, da solo, non può sostenere l’intero peso di un processo per omicidio.
La Corte di Cassazione ha ribadito un principio cardine del sistema penale: le dichiarazioni accusatorie provenienti da soggetti coinvolti nei fatti, anche quando contengano elementi autoaccusatori, non possono fondare una condanna in assenza di riscontri esterni, specifici e individualizzanti.
Nel caso dell’omicidio Ciriaco, tali riscontri non sono emersi. Il tentativo di sostenere l’accusa sulla sola rivalutazione del narrato del collaboratore si è scontrato con un limite invalicabile: l’assenza di elementi oggettivi capaci di collegare in modo certo gli imputati all’evento delittuoso.
Questa vicenda offre uno spunto di riflessione più ampio. Quando un processo nasce su basi probatorie fragili, difficilmente può evolvere in modo ordinato. L’istruttoria tende a dilatarsi, a diventare disorganica, nel tentativo di colmare vuoti che non possono essere colmati a posteriori.
Il processo finisce così per assumere tratti patologici: si moltiplicano gli atti, le ipotesi, i percorsi alternativi, ma senza mai raggiungere una reale solidità dimostrativa. Il risultato è una debacle complessiva: per gli imputati, per l’accusa, per le parti civili e per il sistema giudiziario stesso.
L’omicidio dell’avvocato Torquato Ciriaco resta un fatto gravissimo e irrisolto, una ferita ancora aperta. Ma la gravità del delitto non può mai giustificare l’abbassamento delle soglie probatorie.
Il processo penale non è il luogo della supplenza investigativa né della compensazione emotiva. È il luogo della prova. E quando la prova non regge, dopo anni di giudizi e rinvii, l’esito non può che essere quello dell’assoluzione, anche se ciò lascia dietro di sé dolore, frustrazione e domande senza risposta.
È una lezione dura, ma necessaria, sul funzionamento – e sui limiti – della giustizia penale.
*Avvocato
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