
di Maria Claudia Conidi Ridola*
Il caso di Felice Maniero è tornato al centro del dibattito pubblico nazionale. Ex figura apicale della mala del Brenta ed ex collaboratore di giustizia, Felice Maniero oggi si trova in una condizione di grave fragilità personale ed economica, ospite in una struttura residenziale assistita e privo di mezzi di sostentamento autonomo
Secondo quanto emerso dalle notizie di cronaca, la sua situazione ha aperto una questione concreta: l’eventuale intervento del Comune di Campolongo Maggiore (Venezia) per coprire, almeno in via anticipata, la quota non sanitaria della retta della struttura.
Un meccanismo previsto dalla normativa ordinaria di assistenza sociale, applicabile a qualsiasi cittadino privo di risorse. Tuttavia, nel caso di Felice Maniero, la notizia ha generato un forte impatto mediatico e una reazione di indignazione pubblica.
È da questo punto che occorre partire per una riflessione giuridica seria.
Felice Maniero, nel corso del tempo, è stato non solo protagonista di una stagione criminale rilevante, ma anche soggetto che ha interagito direttamente con il sistema di giustizia attraverso la collaborazione, contribuendo allo sviluppo di procedimenti e ricostruzioni investigative.
Oggi, tuttavia, il dato rilevante non è più quello storico, ma quello umano e giuridico: Felice Maniero è una persona anziana, fragile e priva di autonomia economica.
E di fronte a questo dato, la risposta dell’ordinamento è una sola: assistenza.
Non vi è alcuno scandalo in questo. Lo scandalo, semmai, nasce dalla perdita di coerenza nel modo in cui si interpretano i principi fondamentali dello Stato di diritto.
Il diritto alla salute, la tutela della dignità della persona e l’assistenza a chi non è in grado di provvedere a sé stesso non sono premi né concessioni morali. Sono obblighi giuridici inderogabili. E valgono indipendentemente dalla biografia del soggetto interessato.
È utile ricordare, in questo senso, che lo Stato sostiene quotidianamente i costi del regime detentivo previsto dall’ordinamento penitenziario , garantendo assistenza sanitaria anche a soggetti appartenenti alla criminalità organizzata che non hanno mai collaborato con la giustizia. E questi costi gravano in parte su tutti noi.
Si tratta di una scelta di sistema, fondata sul principio per cui la privazione della libertà non comporta la perdita dei diritti fondamentali.
Appare quindi incoerente che lo stesso principio venga percepito come scandaloso quando applicato a Felice Maniero, il quale ha invece collaborato con lo Stato e ha fatto parte, nel bene e nel male, del funzionamento del sistema giudiziario italiano.
Un collaboratore di giustizia non è una figura accessoria del processo penale. È un soggetto che ha contribuito, in modo diretto, alla ricostruzione di fatti criminali e alla formazione della prova. Senza tali figure, una parte significativa della giustizia contemporanea non avrebbe potuto operare con efficacia.
Ma anche prescindendo da ogni valutazione storica o giudiziaria, il principio rimane immutato: una persona, oggi, deve poter vivere con dignità.
Un uomo che ha un passato dinquenziale è prima di tutto un essere umano. E ogni essere umano, indipendentemente dal suo passato, ha diritto a non essere abbandonato quando si trova in condizioni di vulnerabilità.
Affermare il contrario significherebbe introdurre un criterio selettivo dei diritti fondamentali: non più universali, ma condizionati al giudizio morale della collettività. E questo è incompatibile con qualsiasi ordinamento che voglia definirsi civile.
Non è in discussione la memoria delle vittime né la gravità delle condotte pregresse di Felice Maniero. È in discussione la coerenza dello Stato nel mantenere fermi i propri principi anche nei casi più difficili.
Oggi Felice Maniero è un uomo fragile, privo di mezzi e inserito in un sistema assistenziale previsto per tutti i cittadini che si trovano nelle medesime condizioni.
Non vi è scandalo in questo.
Vi è, al contrario, la conferma che il diritto, quando è autentico, non conosce eccezioni dettate dall’emotività né scende a compromessi con l'indignazione.
*Avvocato
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