
di GAETANO MARCO GIAIMO
C’è una Calabria che corre veloce ma resta invisibile: è quella della ricerca e dell’innovazione. Mentre i nostri giovani scalano le classifiche scientifiche internazionali - spesso portando il proprio talento in altre regioni o fuori dai confini nazionali - il racconto mediatico del territorio sembra dimenticarsi di loro. Due giovani ricercatori catanzaresi, Giovanni Mauro (della Scuola Normale Superiore di Pisa e dell’Istituto di Scienza e Tecnologie dell'Informazione del CNR) e Marco Minici (ICAR CNR di Rende), assieme al prof. Luca Pappalardo, lo scorso 8 gennaio hanno pubblicato, sulla rivista Machine Learning, "The urban impact of AI: modelling feedback loops in location-based recommender systems": di cosa si tratta?
Quando visitiamo una città spesso ci affidiamo ai suggerimenti delle varie app, chiamate sistemi di raccomandazione, per capire cosa vedere, dove mangiare, che negozi frequentare. Tramite un modello di simulazione, il team ha scoperto che chi si affida a questi consigli visita più posti diversi rispetto a chi decide da solo ma quei posti sono gli stessi per tutti, dando vita a un paradosso. Abbiamo intervistato Giovanni e Marco per farci spiegare quali sono le implicazioni della ricerca, cosa li ha portati ad appassionarsi a questo mondo e qual è il loro legame con la terra d'origine.
L'INTERVISTA
Il vostro articolo sembra aprire un intero mondo sul rapporto tra Intelligenza Artificiale e sviluppo urbano: com'è nata questa ricerca e cosa avete scoperto lungo il percorso?
Giovanni: "Nel mondo dei big data e dell'IA una cosa molto utilizzata e molto importante sono appunto i sistemi di raccomandazione: ti suggeriscono che amicizia stringere, che prodotto comprare, che film vedere ma anche che posto visitare. Marco è uno dei massimi esperti della letteratura a riguardo (che è davvero sconfinata), assieme abbiamo deciso di concentrarci sul migliorare questi sistemi che vorremmo fossero il più accurati possibile: vorremmo non fossero discriminatori e che trattassero tutti equamente ma è, di fatto, impossibile. Il mio laboratorio - con il quale abbiamo anche vinto un progetto di ricerca erogato dal Fondo Italiano per la Scienza (FIS) chiamato CAIO (City AI Coevolution) che partirà da Maggio - si occupa di coevoluzione umana-intelligenza artificiale: abbiamo dato una prospettiva nuova, per vedere cosa succede inserendo il suggerimento dell'IA nei movimenti di una città. Il mio gruppo di ricerca si è sempre occupata dell'ambito urbano, sappiamo dire come si muovono le persone: partendo da ciò e dalle conoscenze di Marco su come funzionano i sistemi di raccomandazione abbiamo deciso di studiare come cambia il sistema complesso umano in base ai suggerimenti che l'IA dà".
Marco: "I risultati che abbiamo ottenuto sono stati in parte sorprendenti, in parte confermano le nostre ipotesi. C'è una famiglia di algoritmi che tende ad essere meno accurata perché sono un po' più obsoleti, nel loro essere meno accurati però rispettano di più alcune caratteristiche sociali. Abbiamo analizzato il tutto da due punti di vista, individuale e collettivo: l'IA ci rende più creativi, riusciamo ad esplorare efficacemente più posti, più locazioni nella città a livello individuale; su quello collettivo si osserva però che tutte le entità della città vanno a concentrarsi sempre sugli stessi posti. Questo rivela come l'IA attuale non sia fatta per ottimizzare dimensioni collettive ma per soddisfare i bisogni individuali delle persone mettendo da parte quelli di gruppo. Questo porta a una concentrazione dell'attenzione su un insieme molto ristretto di locazioni, con una serie di risvolti socio-economici. A livello sociale vuol dire che andremo a segregarci tutti negli stessi posti, confermando gli esiti di altre ricerche simili sulla creatività umana anche in ambiti artistici: questo è molto allarmante in termini di civiltà perché porta a una forte omologazione collettiva".
La ricerca ha risposto anche a un vuoto normativo.
G: "Tecnicamente, tempo fa l'UE ha promulgato il Digital Services Act: le piattaforme online molto grandi dovrebbero rendere accessibili i propri dati al fine di fare degli esperimenti empirici sul campo. Tuttavia questo provvedimento non è mai stato di fatto implementato, quindi l'unica cosa che possiamo fare è riprodurre la città in vitro, sviluppando una simulazione in grado di testare tutti i sistemi che ragionevolmente si pensa essere più utilizzati. Seppur in una simulazione, l’emergere di questo paradosso della diversità è rilevante e non ridireziona i flussi di visite in maniera casuale: abbiamo scoperto l'esistenza dell'effetto rich get richer. Se prendi i posti più popolari prima che la simulazione parta, questi attraggono il 33% delle visite; se usi le AI si arriva al 57%. Il diversity paradox è proprio questo: l'illusione di esporti ad altro, ma il terminare, inevitabilmente, in pochi posti di tendenza”.
Qual è stata l'accoglienza che ha ricevuto il lavoro?
G: "Abbiamo avuto più successo di quello che pensavamo, presentando la ricerca in diverse conferenze internazionali: siamo stati alla Conference on Complex Systems (CCS, Siena), alla NetMob Conference (Parigi), alla Hybrid Human Artificial Intelligence Conference (Pisa) e a CCS 2024 (World Bank, Boston). Anche diverse testate giornalistiche nazionali hanno riportato questa pubblicazione, come Il Manifesto, La Nazione, Il Tirreno, Eurispes, AdnKronos, Ansa, stiamo per uscire anche su Wired. Da un lato siamo contenti perché ci fa piacere parlarne, dall'altro rimane sempre un po' tutto là. Questa non è la prima intervista che faccio ma è il primo lavoro che incontra la stampa a cui sono più affezionato: a livello calabrese non eravamo mai stati contattati eppure i nostri ricercatori non sono secondi a nessuno. Tra i tanti posso citare Paolo Ferragina, catanzarese, che è entrato a fare parte della Association for Computing Machinery (ACM) dopo aver vinto un premio considerato il "Nobel dell'Informatica", o Emanuele Ferragina, nostro concittadino, professore a Parigi e che ha portato avanti il concetto di coevoluzione umana-AI col nostro gruppo. Anche senza scomodare i professori, siamo davvero in tanti catanzaresi e calabresi a fare ricerca fuori.
M: "In generale non c'è attenzione a questo settore della conoscenza e dell'economia, non sta a me dire se è giusto o no, però penso se ne potrebbe parlare di più. Anche noi magari non siamo bravi a divulgare ciò che facciamo, però mettiamoci tutti in gioco. Sicuramente il problema è che l'innovazione non è sull'agenda della stampa locale, questo è lampante".
Oggi Marco fa parte dell'Icar Cnr di Rende, mentre Giovanni continua a fare ricerca a Pisa: raccontateci un po' cosa vi ha condotti in questo mondo.
M: "Ho iniziato studiando ingegneria informatica all'Unical. Mi sono poi spostato a Roma per studiare Data Science e, durante una internship di ricerca a fondazione ISI a Torino, ho conosciuto Francesco Bonchi, uno dei miei due advisor di dottorato. In questa esperienza mi sono appassionato alla ricerca perché mi sembrava una cosa interessante e necessaria nel mondo attuale in continua evoluzione ed un ottimo modo per studiare i fenomeni sociali, di cui sono da sempre appassionato. Dopo aver vissuto un po' fuori mi sono messo in testa di voler tornare e fare le mie cose in Calabria: sono entrato prima in una start-up e ora sono in un ente di ricerca pubblico che ha sede a Rende. Sono partito con un contratto di assegno di ricerca della durata di un anno e poi ho deciso di fare un dottorato: ho affrontato un percorso di tre anni sull'analisi delle dinamiche umane online e ho trovato tutto quello che volevo. Per questo devo ringraziare Giuseppe Manco dell’ICAR-CNR che ha accettato di essere il mio advisor di dottorato. Rimanere in Calabria per me è stata una scelta ottimale, mi ha permesso di stare sei mesi presso il laboratorio di Amazon Music a Berlino e di andare in California per 4 mesi per realizzare uno dei pochi lavori che hanno analizzato la manipolazione dei social media durante le elezioni americane 2024, in cui è emersa in modo chiaro la presenza di attori malevoli dentro il dibattito online. Questi tipi di ricerca hanno quei risvolti che io cercavo, quindi sono molto soddisfatto. Ora sono ricercatore a tempo determinato presso il Cnr e il mio contratto scade ufficialmente il 31 marzo: non so se verrà rinnovato perché in Italia è un periodo in cui la ricerca è pesantemente sottofinanziata dopo il Pnrr, questo è l'unico problema che sto vivendo sul momento e spero che si risolva perché la mia prospettiva è quella di costruire un laboratorio di ricerca qui in Calabria, offrendo qualcosa che prima mancava".
G: "Penso che ciò che dice Marco è il punto del dibattito. Non dobbiamo parlare di rimanere in Calabria per la “vita lenta”, ma perché possiamo fare qualcosa che sia veramente scienza, senza essere orientati solo al profitto, alla notorietà o alla sistemazione. Il mio percorso è stato abbastanza diviso, ho sempre avuto il dubbio se restare o andare via, in qualunque posto io sia stato: ho lasciato Catanzaro per la prima volta a 18 anni, dopo due anni a Pisa a studiare Informatica sono andato un anno a Madrid, poi a Barcellona, dove mi sono ritrovato durante il Covid. Sono “casualmente” tornato a Pisa e ho intrapreso il percorso di dottorato, durante il quale ho passato diversi mesi a Oxford, sviluppando il primo modello matematico per spiegare il fenomeno della gentrificazione. Sono stato anche a Parigi e nuovamente a Barcellona, ma sento sempre molto forte il legame con casa. Ad ora non riesco a tradurlo in qualcosa di concreto ma anche per questo se ne parla. Adesso sono PostDoc alla Scuola Normale di Pisa e anche io sono un precario che vorrebbe continuare a fare ricerca. Purtroppo siamo arrivati con un tempismo non ottimale, la macchina statale è completamente ingolfata e sembriamo essere una categoria inesistente. L'altro giorno, in seguito al ciclone Harry, riflettevo sul fatto di incarnare ciò che sta completamente fuori dal dibattito pubblico: calabrese e ricercatore, due categorie dimenticate".
Oltre all'amore per Catanzaro, vi unisce anche la passione per il Catanzaro.
G: "Non ho mai fatto una vacanza durante l'estate, a Natale o a Pasqua: il mio primo bisogno è sempre stato quello di tornare a casa, non mi sono mai considerato uno definitivamente fuori. Per un qualche motivo lo sono, ma ho scoperto che si può essere in più posti nello stesso momento, c'è un prezzo da pagare ma se si vuole si può fare. Il legame si può mantenere, ho sempre cercato di farlo: anche a livello sportivo, non ho mai perso una trasferta nel raggio di 300 (e più) km da dove mi trovo".
M: "Io e Giovanni ci siamo visti di persona, dopo molti anni, al kickoff del dottorato nel novembre 2021: dopo quel giorno, ci siamo reincontrati poi a Salerno il 19 marzo 2023. Io scendevo da Berlino, lui veniva da Barcellona e il Catanzaro ci ha riuniti in quella giornata storica".
Di cosa c'è bisogno per far sì che si ponga maggior attenzione allo sviluppo e alla ricerca? Si possono riattrarre tutte quelle eccellenze che, come voi, sono dislocate sul territorio nazionale e non nella nostra città?
G: "Nel mio sogno più grande non dovrei ricevere un incentivo a tornare, ma vorrei ci fosse un regolare concorso dove vince chi merita di farlo e vuole andare a fare ricerca in Calabria perché crede nel valore dei gruppi di ricerca che abbiamo. Non si può creare valore con l'idea di far ritornare chi sta fuori e basta: bisogna dare vita a una scena di qualità, dando spazio a chi ha pensato, ha lavorato, ha sbagliato, ha imparato e lo ha fatto di nuovo, crescendo. Inoltre, il solo creare queste condizioni di qualità, non basterebbe: la ricerca è un ambito costituito da errori infiniti, bisogna sbagliare e correggere. Se sei inserito in una logica vittimistica se va bene, arrivista se va male, che è volta a produrre cose da stravendere non puoi fare nulla: o ci ossessioniamo con il “poco e bene” o non credo ne usciremo".
M: "C'è stata una mia insistenza a trovare qualcosa in Calabria ma se non avessi perseguito la mia ricerca a formarmi non ci sarei riuscito. Bisogna identificare ambiti che possano essere trainanti per la regione e impegnarsi per riuscire a creare un ambiente in cui si riesca ad essere effettivamente competitivi e dare una certa libertà. Moltissimi qui non tornano non solo perché non ci sono le opportunità, che magari sulla carta ci sono, ma perché il raggio d'azione, le potenzialità che hai qui sono più limitate rispetto a quelle che ci sono fuori per vari motivi. Non basta elargire risorse finanziare ma operare acquisendo uno stile internazionale, lasciando lo spazio ai migliori di potersi esprimere. Nelle università estere, già dal PostDoc, viene riconosciuta via via più indipendenza al ricercatore: hai margini reali di iniziativa, di scelta, di costruzione di una linea scientifica. Questo, unito a un finanziamento più strutturale e continuo, rende quei sistemi capaci di attrarre persone da tutto il mondo. E l’Italia qui paga un paradosso amaro: siamo tra le nazionalità che vincono più spesso bandi europei, ma poi molti di quei ricercatori finiscono per lavorare,e far ricadere valore, in istituzioni fuori dall’Italia. Dobbiamo assicurarci che, quando spendiamo i soldi con i bandi regionali e riusciamo ad attrarre multinazionali, il capitale venga reinvestito in Calabria anche oltre la durata dei progetti, per avere ricadute stabili nel nostro tessuto".
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