
di MARIA CLAUDIA CONIDI *
Ha collaborato con lo Stato. Ha pagato un prezzo personale altissimo. Oggi, dopo la capitalizzazione, non ha più nulla. Né una casa, né un sostegno economico sufficiente per sé e per il figlio malato. E si chiede: quale Stato è quello che prima ti chiede di scegliere da che parte stare e poi, quando hai bisogno di essere protetto, ti lascia solo? C'è una lettera che merita di essere letta.
Non perché sia la lettera di un uomo che chiede privilegi. Non perché chi ha collaborato con la giustizia debba essere considerato immune dai propri debiti o dalle proprie responsabilità.
Merita di essere letta perché racconta una contraddizione che rischia di rimanere nascosta dietro le formule burocratiche, i provvedimenti amministrativi e le trattenute eseguite in forza di legge.
È la storia di un collaboratore di giustizia che, come altri, dopo aver ottenuto la capitalizzazione delle misure economiche previste dal sistema di protezione, si è ritrovato senza un euro. Le somme sono state assorbite dai debiti erariali sottoposti a riscossione coattiva.
Il risultato, però, è drammaticamente concreto: un uomo senza casa, malato, costretto a vivere in condizioni di estrema precarietà, con un figlio affetto da seri problemi psichiatrici e incapace, a sua volta, di provvedere autonomamente alle proprie necessità. È a questo punto che una vicenda apparentemente individuale diventa una questione pubblica. Perché la domanda non è soltanto: quanto deve un cittadino allo Stato? La domanda è anche un'altra: che cosa deve lo Stato a chi, per collaborare con la giustizia, ha reciso legami, perso la propria vita precedente, affrontato rischi e rinunciato alla normalità? Il collaboratore di giustizia non è un cittadino come gli altri nel momento in cui decide di collaborare.
Lo Stato gli chiede una scelta straordinaria. Gli chiede di rompere con il proprio passato. Di raccontare ciò che sa. Di esporsi. Di vivere sotto protezione. Di ricostruire, spesso lontano dal proprio territorio, una vita che non è più quella di prima. Naturalmente, la collaborazione non cancella i debiti, non cancella le responsabilità personali e non può trasformarsi in una zona franca rispetto alle obbligazioni tributarie. Ma esiste una differenza enorme tra affermare questo principio e domandarsi se, nell'applicazione concreta delle norme, possa accadere che una persona che dovrebbe essere reinserita nella società venga privata di ogni concreta possibilità di sopravvivenza.
Perché una cosa è riscuotere un credito. Un'altra è lasciare un uomo senza una casa, senza risorse sufficienti per curarsi e senza la possibilità di assistere un figlio che non è autosufficiente.
È qui che il diritto incontra la realtà. E la realtà, talvolta, è molto più dura delle norme scritte.
La capitalizzazione dovrebbe rappresentare, nella logica del sistema di protezione, uno strumento per consentire al collaboratore di ricominciare una vita autonoma. Ma che cosa significa "ricominciare" se, una volta ricevuta la somma, questa viene integralmente assorbita dai debiti e la persona si ritrova nuovamente senza mezzi? Quale autonomia può costruire un uomo che non può permettersi una casa? Quale reinserimento sociale è possibile se non esiste neppure una base economica minima sulla quale ricostruire la propria esistenza? E soprattutto: può lo Stato chiedere a una persona di scegliere la legalità, proteggerla quando quella scelta comporta rischi eccezionali e poi, nel momento in cui dovrebbe consentirle di ricominciare, limitarsi a dire che si tratta semplicemente di debiti da riscuotere?
Sono domande scomode. Ma proprio per questo devono essere poste. Perché dietro ogni fascicolo ci sono persone. Dietro ogni cartella esattoriale c'è una storia. Dietro ogni trattenuta c'è una vita concreta. E dietro la parola "collaboratore" non dovrebbe scomparire l'uomo.
Quello che racconta questo assistito è, dunque, uno sfogo personale ma anche un appello alle istituzioni. Non chiede che le regole vengano cancellate. Chiede che qualcuno si fermi a guardare le conseguenze umane di quelle regole. Chiede che venga valutata la sua situazione complessiva: la malattia, l'assenza di una casa, l'impossibilità di mantenere un figlio con gravi problemi psichiatrici, la condizione economica determinatasi dopo la capitalizzazione e l'integrale assorbimento delle somme per i debiti erariali. Chiede, in altre parole, di non essere considerato soltanto un debitore.
Prima ancora di essere un debitore, è una persona. E, nel suo caso, è anche una persona che lo Stato ha chiamato a collaborare con la giustizia. È difficile non interrogarsi, davanti a una vicenda simile, sul significato concreto della parola Stato. Lo Stato non è soltanto quello che accerta, condanna, riscuote e trattiene. Lo Stato è anche quello che protegge. È quello che dovrebbe garantire che chi ha scelto di collaborare con la giustizia possa, almeno, avere una possibilità reale di ricostruire la propria vita.
Perché se il sistema promette protezione, ma alla fine della protezione resta un uomo senza casa e senza risorse, allora forse è necessario avere il coraggio di guardare ciò che non funziona.
Non per fare sconti. Non per creare privilegi. Ma per evitare che la giustizia, nella sua applicazione burocratica, perda di vista la persona alla quale dovrebbe essere destinata. Questa è la voce di un collaboratore di giustizia.
Una voce che spesso non arriva sui giornali. Una voce che non chiede applausi. Chiede soltanto di essere ascoltata. E la sua lettera, che pubblichiamo integralmente, lascia una domanda alla quale sarebbe doveroso che qualcuno, nelle istituzioni, rispondesse: "Dopo tutto quello che ho dato allo Stato, è davvero questo il modo in cui lo Stato può lasciarmi vivere?"
La lettera del collaboratore di giustizia

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