
di TERESA MENGANI
La guerra non ha mai liberato nessuno. È una menzogna ripetuta da decenni per giustificare interventi che producono solo morte, povertà e caos. Dietro parole come “democrazia”, “sicurezza” o “lotta al narcotraffico” si nascondono spesso interessi economici e geopolitici che nulla hanno a che vedere con il benessere dei popoli.
L’attacco e le pressioni degli Stati Uniti contro il Venezuela rappresentano un chiaro esempio di questa ipocrisia. L’amministrazione Trump si è arrogata un diritto che non le appartiene: decidere chi può governare un Paese sovrano. Un atteggiamento arrogante e pericoloso, che calpesta il diritto internazionale e riduce la sovranità degli Stati a un concetto valido solo quando fa comodo alle grandi potenze.
La giustificazione ufficiale, la lotta al traffico di droga, è poco credibile. Il Venezuela non è l’unico né il principale Paese coinvolto in questo fenomeno. Se davvero fosse questa la priorità, gli Stati Uniti dovrebbero rivolgere lo sguardo anche ad alleati storici o persino ai problemi interni al proprio territorio. Ma questo non accade, perché il problema non è la droga.
Il vero nodo è il petrolio. Il Venezuela possiede una delle maggiori riserve petrolifere del mondo, una ricchezza che fa gola a molti e che spiega molto meglio l’accanimento politico ed economico contro Caracas. Ancora una volta, le risorse naturali diventano una condanna invece che un’opportunità, e un Paese viene trasformato in bersaglio perché non allineato agli interessi statunitensi.
Nicolás Maduro non è un modello di virtù democratica, e le critiche al suo governo non mancano. Ma questo non legittima un intervento straniero. Non esiste alcun principio morale o giuridico che autorizzi una potenza esterna a destabilizzare un Paese, imporre sanzioni che affamano la popolazione o minacciare un cambio di regime.
Quando la forza sostituisce il dialogo, la democrazia diventa solo una parola vuota. La guerra non libera, non difende i diritti umani e non porta giustizia: serve solo a rafforzare il potere di chi già lo possiede. E come sempre, a pagare il prezzo più alto non sono i leader, ma i cittadini comuni.
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