La maturità ai tempi del Covid/6. Roberta Muzzì (Liceo Fermi): “Noi studenti con i sogni incerti e il cuore infranto. Ai maturandi del futuro dico di vivere intensamente quell’ultimo anno”

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images La maturità ai tempi del Covid/6. Roberta Muzzì (Liceo Fermi): “Noi studenti con i sogni incerti e il cuore infranto. Ai maturandi del futuro dico di vivere intensamente quell’ultimo anno”
Roberta Muzzì
  28 maggio 2020 11:13

di FRANCESCA FROIO

La “notte prima degli esami” più strana di sempre si avvicina e con essa sentimenti comuni come ansia, incertezza e preoccupazione, crescono tra i maturandi. Alla domanda “come stai?” molti faticano a rispondere. Lo racconta Roberta Muzzì nel tema selezionato oggi e che pubblichiamo qui di seguito.

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In questi ultimi giorni la domanda che più mi viene fatta è : ”Come stai?”. In diciannove anni di vita non ho mai avuto così tanta difficoltà a rispondere. Mi sembra di vivere un incubo da cui non ci si può svegliare, un tunnel buio e infinito. Una persona una tempo mi disse che una volta toccato il fondo, non si può precipitare ancora, ma solo risalire verso la luce. Perchè allora il pensiero che dietro l’angolo ci sia un altro temporale, mi perseguita?  La notte, quando rimango sola con me stessa, non resta che appigliarmi ai ricordi più belli, alle foto, alle canzoni che ti trasportano ovunque vorresti essere.

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E così ripenso alla sveglia delle sei del lunedì mattina che odiavo così tanto, al calore del sole che batteva sulla mia pelle, agli abbracci di mia nonna, ai cappuccini serviti al bar, ma soprattutto ai sorrisi delle mie compagne di classe.Se la mattina mi alzo e affronto la giornata senza mollare, se vado avanti, è solo grazie ai ricordi e alla speranza. Alla speranza che quella Roberta, spensierata e felice, che mi sembra così lontana ora, tornerà più sorridente di prima.

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Non avrei mai pensato di sentirmi prigioniera nella mia stessa casa. Di rimpiangere cose che prima davo per scontate. Non sopporto il fatto di non aver potuto abbracciare le mie compagne di classe per un’ultima volta,  di averle salutate con un semplice “a domani ragazze”.Perchè poi un domani non c’è stato, non ci siamo viste la mattina al solito posto nascosto, non abbiamo preso il caffè alla macchinetta, non abbiamo riso fino a piangere, non  ho detto loro “vi voglio bene” guardandole negli occhi e neppure quanto sia stato prezioso il loro aiuto.

Odio il fatto di non avere vissuto come se fosse l’ultimo momento, di aver dato per scontata l’unica cosa più cara che esiste: la libertà. Chi un tempo ha detto che ci rendiamo conto del valore di una cosa solo quando la perdiamo, aveva completamente ragione. Mi ritrovo a dover gestire sentimenti contrastanti. Se penso agli infermieri e ai medici che lavorano in ospedali pieni di morte, mi ritengo fortunata di essere a casa con la mia famiglia. Ma la notte, quando finalmente mi spoglio delle mie maschere, piango.

Piango perchè sono un’egoista. Perchè io volevo andare a scuola, volevo festeggiare i miei cento giorni prima degli esami, volevo salutare il mio banco l’ultimo giorno di scuola, volevo suonare l’ultima campanella. Piango perchè la scuola era l’unico pilastro della mia vita.Le mie certezze sono crollate come un castello di sabbia, senza nessun preavviso, in una frazione di secondi. Sin da bambina ho sempre amato studiare, non è mai stato un obbligo per me andare a scuola, ma bensì un grande piacere. Seppur l’idea mi terrorizzava, non aspettavo altro che concludere un percorso di crescita durato cinque anni, con l’Esame di Maturità.

Attraverso quella prova volevo dimostrare ai miei professori  e alla mia famiglia che la scuola per me non è stata solo didattica ma una maestra di vita, perchè mi ha aiutata a maturare uno spirito critico, ma soprattutto mi ha fatto comprendere che se ciò che impariamo lo applichiamo nella vita di tutti i giorni, ogni cosa avrà un sapore diverso.

A breve affronterò un esame incerto, che sono sicura che non mi darà l’opportunità di dimostrare chi sono diventata e quanto quest’esperienza di quarantena mi abbia cambiata. Se Seneca fosse qui lo ringrazierei, perchè la sua frase “Recede in te ipsum quantum potes”, mi ha salvata. Ho ascoltato le sue parole e mi sono aggrappata a me stessa, agli ultimi brandelli del mio cuore. La poesia, l’arte, la musica mi parlano,oggi più che mai. Mi ascoltano e mi capiscono più di chiunque, rimangono in silenzio e accolgono le mie lacrime. Forse è vero che la solidarietà e il ricordo aiutano l’uomo.

È  strano pensare che quest’ultimo concetto lo ripetevo in classe senza darci peso, e invece ora lo stiamo sperimentando tutti sulla nostra pelle. Di una cosa però sono certa: io non sono sola. Siamo tutti fratelli in questo momento. Stiamo tutti provando lo stesso sentimento: la nostalgia della libertà.

L’Italia, la mia patria, non l’avevo mai sentita addosso così tanto. Non mi sono mai resa conto di quanto è bella la mia terra e di quanto è potente la natura, se si ribella non c’è progresso che tenga. Il pensiero di poter un giorno raccontare del mio periodo di prigione mi rincuora. Perchè io lo dirò ai maturandi del futuro di viverlo intensamente quell’ultimo anno. Di fare delle spiegazioni, delle litigate, delle risate, il tesoro più prezioso del mondo. Di non inventare scuse per saltare un giorno di scuola, perchè non hai la certezza che il giorno dopo ci tornerai. Di smetterla di lamentarsi del professore troppo duro, sono umani come noi e nei momenti più brutti, cadono come cadiamo noi, anche se sembrano impenetrabili. Di non rimandare mai e di assaporare intensamente ogni attimo della vita, di prenderlo per mano il dolore quando arriva, perchè è importante anche quello, ci aiuta a cresce e a costruire la nostra corazza.

Siamo stati la maturità del corona virus, gli studenti con i sogni incerti e il cuore infranto. Ai futuri ragazzi, dirò di non ignorarle quelle poesie così pessimistiche e lontane dalla nostra realtà, perchè posso assicurare che raccontano la pura verità.

Roberta Muzzì 5C  IIS “Fermi”
Liceo delle Scienze Umane

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