
di ROBERTO COLICA
Sono stato primo segretario e attuale presidente dell’ANF-CZ eletto nel 2018 e per statuto non posso essere più votato dopo 4 mandati. Ho contributo alla nascita di questa associazione in tempi remoti, nel 1984 come SIAP (Sindacato Italiano Avvocati e Procuratore) unitamente ad altri giovani colleghi Ernesto Mazzei, Alfredo Consarino, Dino Garcea, Franco Pittelli, Federico Ferrara, Lanfranco Calderazzo, Gigi Iuliano, Nicolino Panedigrano di Lamezia, Antonio Scalfari Cosenza e altri con l’intento di “democratizzare” l’avvocatura allora esercitata prevalentemente per censo e avvicinarla alla gente. Con il foglio del sindacato” Osservatorio Giustizia” ho denunciato ritardi, incompatibilità, incongruenze e altro dei magistrati ed ho ottenuto anche qualche esposto contro. Ricordo un remoto sciopero degli avvocati con l’occupazione della sala della biblioteca nel palazzo di giustizia, ma le battaglie sono state tante specie in una città come Catanzaro in cui erano consolidate e lo sono tuttora, intrecci non tollerabili di gestione opaca tra cittadini e istituzioni anche giudiziarie, carrierismo diffuso riconducibile a collegamenti ad associazioni e consorterie varie, fatti che talvolta vengono fuori in maniera eclatante.
Purtroppo il coinvolgimento anche recente di avvocati e magistrati in fatti di cronaca raccontano di vicende che minano la credibilità delle istituzioni e la necessità di chiarire senza nascondere niente sotto il tappeto. Ma non è il momento né la sede giusta per abbandonarsi alla denuncia né mi pare corretto rassegnare la parte peggiore del contesto. Ringrazio quanti si sono sforzati con il loro contributo a cercare di cambiare la situazione e io, uomo di cattivo carattere, spero, di aver lasciato una traccia di me e del mio essere volontario nel tentativo di migliorare il settore giustizia e dando qualche informazione ai colleghi su problematiche professionali, comportamenti deontologici, previdenza forense e altro. ANF ha costruito relazioni, realizzato progetti, organizzato eventi importanti, abbiamo migliorato la capacità di comunicare tra di noi, cercando di sensibilizzare la classe forense della “deriva privatistica” della giustizia italiana che ha portato, infine, l’allontanamento dal processo civile dell’avvocato con la riforma Cartabia.
Se ancora oggi la nostra categoria stenta a prendere atto di tali concetti e problematiche, è difficile riaffermare con forza l’esigenza di dover pensare ad un nuovo modello di Avvocato, fuori dalla logica e dall’habitat naturale del processo, con la conseguente mutazione del ruolo da una parte sminuito a vantaggio del potere del giudice, dall’altra compresso da nuove figure professionali interessate ad entrare da protagoniste in un contesto sempre più caratterizzato da interessi economico-finanziari e sempre meno da quei principi di tutela giurisdizionale garantiti al cittadino dalla Costituzione. Tutto ciò si è oggi rapidamente verificato, con una mutazione profonda della figura e del ruolo dell’avvocato, che va smarrendo la propria funzione sacrale di sostituto processuale della parte per trasformarsi in una sorta di intermediario tra le parti o queste e il giudice. Non può esserci un’avvocatura adeguata se non c’è una giustizia che funziona, perennemente sottoposta a sperimentazione con le introduzioni di norme che vorrebbero migliorarla ma che si rivelano controproducenti. Basta pensare alla riforma Cartabia che ha allungato a dismisura i tempi del processo civile, con la marginalizzazione del ruolo dell’avvocato cui seguirà inevitabilmente quella del magistrato, funzioni che la AI sostituirà, sperabilmente, con propensione neutra, tanto da avvalorare la premonizione che non di sola giurisdizione attiva vivrà l’avvocato ma anche il magistrato. Il referendum, poi, cui ho motivatamente scelto il NO per il rischio che la separazione potesse far perdere la cultura della giudiziose ai P.M. rischiandone di ampliarne i poteri incontrollati d’indagine, rischia di divaricare ulteriormente i rapporti non solo tra la magistratura e il potere politico ma anche con l’avvocatura atteso che lo scontro è intervenuto non tanto sulle questioni oggetto del referendum quanto sul ruolo della stessa magistratura e del rapporto con gli altri poteri dello stato, con ciò determinando una sovraesposizione della stessa magistratura che certe enfatiche dichiarazioni e scomposti festeggiamenti hanno evidenziato.
Non basteranno rimedi approssimativi né mozioni congressuali. Non voglio dare suggerimenti ma la magistratura dovrà far ricorso alle ragioni più profonde del rendere giustizia, riscoprire il senso del limite, riassumere un respiro istituzionale, abbandonare malintesi atteggiamenti elitari, rimettere al centro la persona e i suoi diritti, confrontarsi senza contrapposizioni preconcette con l’avvocatura e per queste cose non sarà sufficiente un qualche congresso o mozione, altrimenti alla nuova governance non sarà sufficiente un nuovo giro di ..Tango.
La realtà di cui tutti gli operatori dovrebbe prendere atto è che i referendum passano ma i problemi della giustizia restano. Quanto all’avvocatura, infine, è illusoria la convinzione che possa bastare una nuova legge professionale a risolvere i problemi attuali dell’avvocatura che richiede una normazione sistemica giusta in linea di principio, in quanto diretto a salvaguardare il riconoscimento costituzionale e l’autonomia della funzione dell’Avvocato ma complessa ove si consideri che non si riesce a fornirsi di regole ferree sulla governace, che spesso ha dato cattiva rappresentazione di se stessa, impegnata in dispute perenni con guerre intestinali, in continua trasformazione e sostituzione dei componenti, che testimonia di un deficit di democrazia, che ha generato la cristallizzazione di ruoli nel tempo con un susseguirsi di personaggi, trascurando criteri meritocratici, invece di occuparsi in modo adeguato e tempestivo dei cambiamenti in atto in una società sempre più problematica e di non aver individuato per tempo quel nuovo modello di avvocato che essa richiede.
Oggi più che mai è avvertita la distanza tra la base della categoria, alle prese con seri problemi di sussistenza e chi la rappresenta a livelli istituzionali, di vertice nazionale e locali. Due mondi diversi e lontani: l’uno con l’esigenza di preservare cariche e ruoli di apparente privilegio, l’altro alle prese con crescenti difficoltà economiche e privo di un orizzonte rassicurante. Ho cercato sia come componente dell’A.N.F. che dell’Ordine degli Avvocati di offrire un contributo segnalando le criticità e proponendo soluzioni, ricevendo talvolta resistenze incomprensibili. Lascio assumendo la qualifica di Presidente d’Onore assicurando che continuerò ad offrire il mio contributo, nella certezza che il patrimonio di credibilità, passione e lavoro acquisito da ANF-CZ negli anni non vada disperso.
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