La riflessione dello scrittore Priolo: "Quando un nordico arriva in Calabria..."
Nicola A. Priolo
29 gennaio 2026 16:07"Quando un nordico arriva in Calabria — terra di sole, lentezza, mare infinito, pane fragrante e comunità compatte — ciò che lo colpisce non è solo il paesaggio o la cucina, ma un modo di vivere radicalmente altro. Qui il tempo sembra avere un valore diverso. Non è un’entità da riempire freneticamente, ma da godere, da abitare con consapevolezza. Le giornate si dilatano, il ritmo si fa umano, e la vita — nella sua semplicità — assume una pienezza che nei paesi del nord viene spesso sacrificata sull’altare della produttività.
Ed è proprio qui che nasce la tensione.
I nordici sono, per formazione culturale e storica, figli del dovere. Il lavoro, l’efficienza, l’organizzazione sono valori scolpiti nella loro identità, oggi diventati status symbol cui non si può rinunciare, a parole.
Pianificano ogni dettaglio, vivono con l’orologio nel sangue. Il tempo libero è programmato tanto quanto quello lavorativo, e il senso del merito è strettamente legato alla fatica. Riposarsi è lecito, sì, ma solo dopo aver dato prova concreta di essersi guadagnati quel riposo.
Così, quando osservano due anziani seduti per ore e ore su una panchina a chiacchierare non possono fare a meno di storcere il naso. Non capiscono — o forse più semplicemente non vogliono capire— che in quel gesto c’è tutta una filosofia di vita. Eppure, quella lentezza li attrae. Li incuriosisce. E in fondo, li turba.
È qui che compare l’espressione “dolce far niente”, sempre pronunciata con una punta di disprezzo, come fosse il marchio di una civiltà pigra, improduttiva, quasi regressiva. Ma ciò che si cela dietro è una contraddizione profonda. Quello che condannano è proprio ciò che invidiano. La libertà di non essere definiti dal proprio lavoro. La possibilità di vivere il presente senza il peso costante del futuro. Il privilegio — perché di questo si tratta — di potersi fermare, o rallentare, senza sentirsi inutili.
“Dolce far niente”. Tre parole che evocano lentezza, piacere, e anche riposo. Un concetto che per alcuni è il sogno, per altri quasi una colpa. Eppure, dietro questa semplice espressione italiana, conosciuta in tutto il mondo, si nasconde un’intera visione del mondo. Una visione che affonda le sue radici nell’antica Roma, in particolare in una parola chiave: negotium.
Per comprendere cosa significa davvero “dolce far niente”, è necessario partire da lì, dalla radice del pensiero romano. Il termine negotium è composto da due elementi: nec (non) e otium (ozio). Negotium, quindi, è letteralmente “non ozio”, ovvero “occupazione”, “lavoro”, “attività”, ma anche “impegno pubblico”, “affare”.
E allora, cos’è otium? Nella cultura romana, non era sinonimo di pigrizia o nullafacenza. Anzi. Era considerato un tempo prezioso, superiore, dedicato alla riflessione, allo studio, alla vita interiore.
I filosofi, i poeti, gli uomini saggi cercavano l’otium perché in esso trovavano lo spazio per pensare, per scrivere, per coltivare l’anima. Era il tempo della libertà dallo stress degli affari, della politica, della guerra.
Il negotium, al contrario, era il tempo dell’obbligo, delle relazioni sociali, dell’azione pratica, delle responsabilità. Era necessario, ma faticoso. L’otium, invece, era liberazione. E proprio da questo contrasto nasce, secoli dopo, l’idea del “dolce far niente”: l’idea che esista un piacere profondo, autentico, nel non essere presi da nulla, nel dedicare del tempo a se stessi, nel fare ciò che più ti aggrada, foss’anche una maratona o una scalata in montagna. Nell’abbandonarsi al semplice fluire del tempo, senza scopi immediati.
Il “dolce far niente” è l’arte di vivere il presente senza ansia, senza aspettativa, senza dover dimostrare nulla a nessuno.
In molte culture mediterranee, questo concetto ha trovato terreno fertile, il tempo è vissuto in modo diverso rispetto al mondo anglosassone e a quello nordico. Il valore non è tanto nell’efficienza, quanto nella qualità dell’esperienza. Una mezz’ora trascorsa al bar a prendere un caffè, non è tempo perso, ma guadagnato. Una passeggiata senza meta, un pomeriggio a guardare il mare, una chiacchierata al bar: tutto questo è parte integrante della vita.
Eppure, nel mondo moderno, il “dolce far niente” è diventato quasi un tabù. Viviamo in una società che idolatra il fare, il produrre, il correre. Il tempo libero viene monetizzato, trasformato in attività da calendario. Anche il riposo deve essere “attivo”: sport, viaggi, corsi, performance. Rallentare è visto come un lusso, o peggio, come una debolezza.
E allora, pronunciare oggi “dolce far niente” è quasi un atto di resistenza. Significa opporsi alla tirannia dell’efficienza. Rivendicare il diritto al silenzio, alla lentezza, al vuoto fertile. Significa affermare che l’essere vale più del fare.
La psicologia contemporanea inizia a riconoscere il valore di questo tempo sospeso. Studi sul benessere mentale dimostrano che pause regolari, momenti di inattività, spazi di noia creativa sono essenziali per la salute. Il cervello ha bisogno di disconnettersi, di vagare, per rigenerarsi. L’intuizione, la creatività, la serenità nascono spesso nei momenti in cui “non stiamo facendo niente”.
Tornando all’etimologia delle parole otium e negotium, la nostra civiltà occidentale ha compiuto un’inversione simbolica: ha posto il negotium al centro, relegando l’otium a tempo marginale, a lusso per pochi. Ma oggi, forse, è arrivato il momento di riscoprire l’equilibrio originario. Di comprendere che senza otium, il negotium si svuota di senso. Lavorare incessantemente, senza pause di verità, conduce all’alienazione.
Il “dolce far niente”, quindi, non è solo un modo di dire. È un antidoto. Un principio di salute. Una forma di saggezza. È il diritto-dovere di abitare il tempo con pienezza, anche quando questo non “serve” a niente.
E forse, proprio nei momenti in cui si sembra inoperosi, in realtà stiamo facendo la cosa più importante di tutte: stiamo vivendo.
I nordici, abituati al culto dell’efficienza, sentono questa diversità come una provocazione. E reagiscono come chi è costretto a guardarsi dentro. Perché in fondo, quella vita più semplice, più calda, più umana, parla anche a loro. Sussurra qualcosa che avevano dimenticato. Risveglia un bisogno profondo che la loro cultura ha represso: il bisogno di rallentare, di respirare, di sentirsi vivi al di là della performance.
E allora ecco le frecciatine. Ma queste parole, pronunciate con un sorriso finto o un tono scherzoso, tradiscono un disagio. Perché chi è davvero sicuro del proprio stile di vita non sente il bisogno di denigrare quello altrui. Lo guarda con curiosità, magari con distacco, ma senza astio. L’invidia, invece, si traveste da ironia. E dietro la battuta c’è un vuoto. Un desiderio nascosto.
Molti — professionisti affermati, manager, medici, architetti — sognano in segreto di mollare tutto. Di trasferirsi in un paesino del Sud, comprare una casa in pietra, aprire una piccola bottega, fare il pane ogni mattina. Alcuni lo fanno davvero. Ma la maggior parte resta prigioniera dei propri status symbol. L’auto, la carriera, l’agenda piena: sono gabbie dorate, simboli di un'identità costruita con fatica e, spesso, un grosso peso sulle spalle.
Il problema è che cambiare vita non è solo una questione logistica. È una rivoluzione interiore. Significa rinunciare a ciò che dà valore nel proprio contesto sociale. Significa affrontare il giudizio, la paura del fallimento, il vuoto. E allora è più facile criticare. È più comodo proiettare sull’altro la colpa di ciò che non si ha il coraggio di affrontare.
Attenzione però a non commettere errori di valutazione, fare del “dolce far niente” un totem, se non è scelto ma subito, perde la sua dolcezza. La verità è che ogni cultura ha le sue luci e le sue ombre. L’equilibrio sta nel riconoscere il valore dell’altro senza cadere nella tentazione del giudizio.
Forse il futuro è un ibrido. Un dialogo tra i nord e i sud del mondo che smette di essere sfida e diventa scambio. Dove il “dolce far niente” non è più un insulto, ma un diritto condiviso. Dove il lavoro torna a essere uno strumento, non un fine. E dove la vita, finalmente, può essere vissuta a pieno — nel freddo di Oslo come sotto il sole di Palizzi.
In fondo, è questo il desiderio che ci unisce tutti: essere liberi. Dal giudizio, dall’efficienza obbligata, dal dover dimostrare sempre qualcosa. Liberi di sederci al sole, anche solo per un attimo, e dire: “Ora basta. Adesso respiro.”
E questo respiro, forse, è la cosa più rivoluzionaria che possiamo concederci".
Nicola A. Priolo
Autore del libro, CALABRIA GRECANICA
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