La riflessione di Domenico Bilotti: "Oltre il referendum, un problema di formazione forense"

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Domenico Bilotti
  07 giugno 2022 13:47

di DOMENICO BILOTTI*

Parlavo l'altra sera con un bravo collega emiliano, studioso già riconosciuto nelle sue discipline. Si chiacchierava del referendum. Abbiamo mappato mentalmente gli impegni che ci hanno visto all'opera negli anni. Sul referendum in materia di acqua pubblica e sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi avevamo idee fraternamente diverse, ma entrambi rievocavamo il clima intenso, partecipato, di dibattito vero, che si respirò per quei due appuntamenti. Questi cinque referendum sulla giustizia del 12 giugno sembrano invece qualcosa di simile a quello del taglio dei parlamentari, nella percezione comune: chi va a votare (forse pochini) ha tutto sommato già le sue idee, o di si o di no, o magari per assecondare il no preferirà l'astensione.

Non c'è stata informazione, sembra che la campagna abbia tirato pochissimi elettori in più, nell'uno e nell'altro fronte. Ovviamente, proseguiamo gli incontri, i dibattiti, le chat, che è sempre un bagno di interesse e curiosità e confronto. Mi sono tuttavia chiesto come mai queste materie scaldino poco, questa legge di inversione proporzionale per cui gli specialisti ne scrivono sempre di più e i non specialisti se ne occupano sempre meno. Indubbio è che i referendum, qualunque cosa attraverso loro si deliberi, abbiano lanciato sul piatto temi concreti, questioni reali nella nostra amministrazione della giustizia: non burocrazie, non sofismi, non pretattica e melina. Ed è indubbio che non risolvano né concludano i mali odierni della giustizia. Nel sistema italiano, poi, le riforme sono impossibili senza la consultazione delle categorie cui si riferiscono: nei casi migliori, è una cooperazione aperta, un ambiente applicativo già formato al nuovo; nei casi peggiori, è uno stancante sindacato corporativo. Lo scrivevano Max Weber e Robert K. Merton, lo sappiamo per esperienza: le articolazioni dei pubblici poteri possono dare una forma d'azione tipica alla tutela dei diritti o all'opposto stemperarsi in fiaccanti poteri paralleli e gruppi di pressione. In Italia dovremmo cominciare a porci un problema di cultura giuridica generale, o di cultura generale tout court. Il nostro giurista (me ne metto in campo) non ne ha molta e altrove non è visto come un buon segno. In Inghilterra le simulazioni dei trials non disdegnano fonti scespiriane; negli Stati Uniti gli studi di logica - da Anselmo d'Aosta fino alla giustizia predittiva, con tutte le contraddizioni del caso - sono tuttavia molto forti, come quelli di materie non prettamente giuridiche (geopolitiche, ad esempio); il diritto cinese sta sperimentando, anche nella sua dottrina, un doppio revival di etica confuciana e tradizione romanistica. A una conferenza israeliana prepandemica proposi di considerare tra gli esponenti fondativi delle scuole giuridiche rabbiniche il giureconsulto marocchino Ibn Attar -possa diventare un simbolo di pace, nel Medio Oriente delle bombe! 

Siamo diventati specialisti, insomma, ma lasciandoci dietro un po' troppo "materiale di base". Il sistema della nostra formazione post-universitaria, poi, pratica un'anticipata separazione delle carriere - se ci si passa la battuta - per cui la ramificazione dei percorsi di formazione, tra accademia, attività notarile, avvocatura e magistrature, fa sembrare che i quattro fronti del giure non abbiano poi più nulla da dirsi. Non la ricerca al foro, non la giurisdizione allo stato civile e così via all'infinito. Del pari, quando pensiamo a una giustizia lenta, o a un processo in crisi, crediamo sempre che i tre principali filoni della nostra giurisdizione - civile, amministrativo, penale - siano mondi non comunicanti e i problemi di ciascuno non abbiano alcun effetto sui limiti dell'altro e viceversa. Questa nostra percezione è in realtà una lacuna tecnica che si è incistata nel nostro sguardo, perché alcune delle pagine migliori della scienza giuridica europea sono state scritte proprio sui rapporti tra il giudicato civile e quello amministrativo, quello penale e quello civile, quello amministrativo e quello penale. Non abbiamo una particolare attitudine alla cooperazione giudiziaria. Né nel rito "domestico" (diffidiamo dagli oneri della conciliazione e in effetti ci si rapporta spesso a privati clienti che poi "al dunque vogliono la causa") né nella comparazione con gli altri sistemi: ci sentiamo o esterofili o all'opposto depositari del modello migliore. E tanto altro potremmo e dovremmo dire, ma una cosa, una, deve essere sin d'ora scolpita nei professionisti del ramo: oltre le abissali differenze che separano i metodi della politica giudiziaria (garantismo, abolizionismo, giustizialismo, legalitari, securitari: qui di nessuna etichetta prendendo il significato negativo), ci sono enormi settori rappresentativi di istanze comuni. E non saranno i referendum o le riforme a chiudere quelle pagine: si chiuderanno se tutti avranno voglia di scriverle. Per una formazione forense che finalmente tuteli, e insieme discenda necessariamente da essa, la visione costituzionale della giurisdizione.

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*Docente dell'Umg

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