La riflessione di Galileo Violini: "Contro la retorica della propaganda di guerra. Elogio della diplomazia"

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Galileo Violini
  25 marzo 2022 16:24

di GALILEO VIOLINI

"Non esistono alternative ragionevoli a trattative di pace. Intanto due guerre continuano. La guerra combattuta e la guerra della propaganda. La seconda condotta inevitabilmente con forzature e, quando serve, con fake news. Non è facile, perciò, valutare chi stia prevalendo nella guerra guerreggiata e ancor meno predirne l’esito. Le analisi sono contrastanti, troppo spesso condizionate dal pregiudizio dell’analista. E poi ci sono due grandi incognite, la nucleare, esorcizzata dal buonsenso, ma ventilata tanto ad Est come ad Ovest. Magari nucleare limitata, ma poi? E l’altra. Che farà il convitato di pietra, la Cina, che ha in agenda l’annessione di Taiwan?

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Nella guerra di propaganda molto impatto hanno avuto i sei interventi del presidente Zelensky dinanzi ai Parlamenti di Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Israele, Italia e Francia.

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Il loro cliché è stato simile. Zelensky ha fatto leva sulla simpatia dell’audience. Sapeva di poterci contare e il cliché di base è stato adattato. Un solo errore, incomprensibile, dato il suo essere ebreo, alla Knesset, ma forse dovuto a una sua lettura disattenta di un testo probabilmente scritto da un eccellente speech writer. Un’ipotesi benévola potrebbe essere che questi, come molti russi e ucraini, forse non sospettasse il disagio che può generare già il solo sospetto di una strumentalizzazione della Shoah.

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In tutti i discorsi Zelensky è ricorso a diversi espedienti retorici. Principale e frequente il ricordo di ferite nelle rispettive storie nazionali, tacendo altri avvenimenti che avrebbero mostrato che le guerre sono tutte uguali, senza preoccuparsi del fatto che a volte quanto stava dicendo in un parlamento sarebbe potuto parere un’accusa in un altro. Non è una critica. Non era certo da immaginarsi che potesse ricordare fuori di Italia (in realtà lo ha taciuto anche ai nostri parlamentari) chi abbia bombardato Genova, o assediato e distrutto Montecassino. Né che in Germania nominasse Coventry, in Gran Bretagna Dresda, né da noi i bombardamenti e i gas in Etiopia e Libia. In Francia non ha ricordato che a Cannes fu premiato La ciociara. Se parlerà in Spagna o Giappone sono pronte Guernica e Hiroshima, di uso non consigliabile in Germania o negli Stati Uniti. E ai dissidenti russi potrà sempre ricordare l’assedio di Leningrado.

Indubbia l’efficacia coinvolgente ed emotiva

della tragedia delle morti dei bambini e degli anziani. Chi si è azzardato ad osservare che i bambini ucraini non sono meno bambini di quelli afghani, iracheni, siriani o marziani, e che tali tragedie sono connaturate alla guerra, non potendo essere smentito, è stato zittito, accusato di apologia di un crimine, di essere filoputiniano, di stupidità da intellettuale radical chic che si rifiuta di vedere che l’invasione di uno stato sovrano è un vulnus a regole internazionali talmente elementari da renderlo sempre ingiustificato e inaccettabile. Non serve ricordare come le cancellerie europee non protestarono troppo per le invasioni che ci hanno permesso di essere un paese e non un’espressione geografica e, a chi scrive, nipote di un modenese, di due sudditi del Regno delle Due Sicilie e di una dell’Enclave pontificia in quel Regno, di esistere.

L’assurdità delle morti in guerra non si limita ai bambini e ai civili. Quando tutto terminerà, chi sarà il Paul Baümer ucraino o russo e il Remarque che ne scriverà?

Nessuno ricorda il problema, specifico in due paesi ancora trent’anni fa unito, delle famiglie divise tra le due parti. Ripropone il déjà vu della guerra civile combattuta in quegli stessi luoghi cento anni fa e che nessuna delle due parti ricorda nella sua propaganda. Tra cinquant’anni un nuovo Cukraj ne farà un film di successo, ma intanto…

La propaganda non è da meno dall’altra parte. Anch’essa, e non da oggi, fa ampio uso della storia, Alessandro Nevski, le guerre contro i polacchi, confermerebbero la russicità dell’Ucraina, anch’essa qualificata come mera espressione geografica. E non manca l’appello ai sentimenti. Ingrata Italia che dimentichi l’aiuto russo durante la pandemia!, aiuto rivendicato per altro anche dagli ucraini. Propaganda con punte di rara rozzezza, come quando minaccia una nuova distruzione di Varsavia, ma stavolta in 30 secondi, come se lo stesso non possa  accadere a città russe come Kaliningrad, così vicina ai territori “nemici” o la stessa San Pietroburgo.

Accanto alla propaganda di guerra delle parti, quella nei paesi coinvolti, non tanto indirettamente, come il nostro. Certi esempi farebbero sorridere, se non provenissero dal direttore di uno dei maggiori quotidiani italiani che ha rinfacciato ai molti (70 % ?) italiani contrari all’invio di armi in Ucraina l’indulgenza con cui alcuni tra loro, non certo il 70%, solessero considerare normale sparare sui barconi di migranti o proporre tesi innovative sul diritto alla legittima difesa

Sempre in Italia, il presidente Draghi si è pronunciato per maggiori aiuti, ”anche militari”, alla resistenza ucraina. Il segretario del PD, onorevole Letta, ha considerato “grave” l’assenza di 300 parlamentari alla seduta in cui ha parlato il presidente Zelensky. Eppure è una percentuale simile a quella di chi vorrebbe un impegno italiano per una soluzione diplomatica e separa la solidarietà all’Ucraina dall’armarla. Novant’anni fa ci fu chi pretese il giuramento di fedeltà. Oggi si considera normale pretendere da esponenti culturali prese di distanza da Putin. La libertà della scienza e della cultura, il diritto di esprimere la propria opinione sono riconosciuti dalla nostra Costituzione, e dovrebbero essere anticorpi contro quanto accadde 89 anni fa. Nel coro di questo, che in altri tempi sarebbe stato chiamato maccartismo, si hanno discordanze che passano inosservate. Singole scaramucce che non colgono la contraddizione tra chi chiede l’estromissione dalla TV pubblica di un filoputiniano e chi pretende che l’Italia e i suoi alleati rappresentano, difendendone i valori, l’illuminismo europeo. Fin troppo facile citare Voltaire e il Trattato sulla Tolleranza o ricordare chi fu Caterina II.

È un panorama complesso. A qualcuno dà fastidio che lo si ricordi e invoca, tout court, il diritto all’indipendenza, come se i valori cui mi riferivo non fossero anch’essi da difendere senza se e senza ma. Si sorvola, naturalmente, che anche questo diritto pone problemi complicati. Perché riconoscerlo a chi ne gode, e negarlo, più o meno democraticamente, ai québécois, ai corsi, agli scozzesi, ai baschi, ai catalani e, con la forza, ai curdi?

Su questo panorama complesso si innesta il tema delle sanzioni, anch’esso terreno di battaglia della propaganda. Si afferma che stanno mettendo in ginocchio l’economia russa. Si assicura con grandi titoli che i servizi segreti russi hanno piani di colpo di stato, salvo poi ridimensionare la notizia dicendo che necessita verifica. La fonte? Una talpa in stretto contatto con i servizi ucraniani. Ma questi contatti non potevano impedire che i servizi russi sbagliassero tanto nelle loro previsioni ? Gli effetti delle sanzioni non sono chiari. I paesi della Nato ne danno letture diverse, condizionati da problema interni. Si magnificano i valori dei beni sequestrati. Il presidente Draghi li ha quantificati in Italia in 800 milioni, quanto, secondo un articolo di due settimane fa su La Repubblica, l’Europa e il Regno Unito pagano in due giorni per petrolio e gas. Dall’altra parte si esalta l’efficacia delle contromisure e si prospettano ritorsioni attraverso altre sanzioni. Gli effetti sulla moneta e sull’andamento delle Borse sono contrastanti.

Putin ha definito le sanzioni un pogrom, con riferimento non al significato letterale della parola, devastazione, ma a quello tristemente acquisito negli ultimi due secoli. Questo e quanto accaduto alla Knesset mi impone, prima di concludere questa nota, un’esortazione, nonostante possa apparire come una divagazione.

Si abbandonino i richiami all’antisemitismo, alla Shoah, ai pogrom, al genocidio. Sono categorie troppo generali per essere usate in una guerra le cui radici sono concretamente geopolitiche.

Antisemitismo significa le leggi di Norimberga, le leggi razziali italiane, il caso Dreyfus, le leggi di Teleki in Ungheria, e potrei continuare con quelle in Cecoslovacchia e Romania e, andando indietro nel tempo, con Cattaneo e le interdizioni israelitiche o con l’espulsione da Spagna e Portogallo. Forse solamente i Paesi Bassi degli Orange e la Turchia di Solimano il Magnifico hanno una storia decente al riguardo. Non certo l’Ucraina dell’altro ieri (Chmelnicki) e di ieri (poco importa che il caso Demyanyuk sia un caso controverso, se non fu lui l’Ivan il Terribile di Sobibor e Treblinka e fu Marchenko, è solo rilevante per un’assoluzioe personale), né certo la Russia degli zar o quella sovietica, dove, se pure le persecuzioni che seguirono la cosiddetta congiura dei medici avevano anche altre radici, per molti anni i cittadini ebrei ebbero serie limitazioni nei loro diritti.

Lo stesso dicasi per il genocidio. Termine che copre casistica tanto amplia e differente da renderlo quasi neutro. Genocidio viene chiamata la conquista spagnola, in Messico, come rivendica il presidente López Obrador, nell’imperio Inca o in Hispaniola. Genocidio quello degli abitanti originari del Nord America e dell’Argentina, degli armeni dopo la Grande Guerra, dei serbi da parte degli ustascia, o dei musulmani della Bosnia o dei croati da parte dei serbi, e per tornare all’Italia, il termine è stato usato sia per quando fu parte attiva, in Etiopia e Libia, che quando italiane furono le vittime, le foibe.

Unificare con questi avvenimenti, e usare in questa guerra como termine di paragone, la Shoah, che fu sì genocidio, ma molto più, è impossibile. Le tragedie non sono mai confrontabili, ma la Shoah ha una sua unicità che la rende infinitamente diversa da qualsiasi altra nella storia dell’umanità. La sua riduzione e interpretazione in tal senso è una sineddoche logica. Si seleziona una parte, lo sterminio di sei milioni di ebrei, e lo si identifica con un tutto, trascurando che la Shoah ebbe una fredda pianificazione, con radici “teoriche”nel Mein Kampf e nel revanscismo tedesco. Pianificazione che culminò, il 20 gennaio del 1942, nei piani disegnati nella Conferenza di Wansee, diventando un fine da perseguire per se, al punto di sacrificargli priorità nella gestione della guerra. Più importante la regolarità dei trasporti dei deportati che il sostegno alle truppe al fronte.

Ma, tornando al tema iniziale, a che serve la retorica della propaganda? A nulla. Non risponde a nessuna strategia. È tattica per avere più armi, quella di Zelenski, con il rischio di un aggravamento della guerra, è tattica, senza nessuna strategia quella occidentale che non riesce a convincere un importante, al di là del loro numero limitato, 20% di paesi neutrali, percentuale simile a quella di chi ha dubbi in Italia o in Russia,. È tattica quella di Putin, di minacciare ricorso alle armi nucleari. È tattica quella della NATO di definire linee rosse da non valicare, confidente nel fatto che non saranno valicate.

L’unica strategia possibile è la diplomazia, la moral suasion che può venire, più che dall’ONU, ingessata dal diritto di veto ancor più di quanto lo fu, novanta anni fa, la Società delle Nazioni, dalle sue agenzie specializzate. Non certo dalla UNWTO, il cui secretario georgiano (conflitto di interessi?), ha proposto, forzandone gli statuti, la sospensione della Russia. Forse si dal’UNESCO, i cui statuti affermano che “Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace” e che non ha vacillato, come purtroppo ha fatto il CERN con reazioni maccartiste di demonizzazione della scienza e cultura russa. O anche da una presa di posizione congiunta delle agenzie come la stessa UNESCO, l’UNHCR, l’UNICEF, l’IAEA. E dai leader religiosi. Un ex alunno del Liceo dove ebbi la fortuna di formarmi, così come vi si è formato il più autorevole rappresentante del nostro Governo, disse, invano, nel 1939: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo”. La guerra era in corso da quattro mesi. Non fu ascoltato e seguì un’altra “inutile strage”.

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