La riflessione di Priolo: "La Calabria che resiste, dalle radici di Auci alle ferite di Teti fino al presente inquieto"
18 maggio 2026 15:33di NICOLA A. PRIOLO*
La Calabria che si muove dentro L’alba dei leoni è una terra che non ha ancora imparato a raccontarsi, una terra che vive in un tempo lento, circolare, un tempo che non appartiene ai personaggi ma li contiene, li determina, li costringe. È un tempo scandito dalla fatica, dal lavoro, dalla sopravvivenza, un tempo che non concede accelerazioni né deviazioni. In questa Calabria arcaica, la precarietà non è un concetto astratto ma una condizione fisica: la terra trema, il mare inghiotte, la montagna frana, la casa crolla.
È una precarietà che non lascia spazio alla leggerezza, che non permette il lusso della fragilità, che impone una durezza che non è carattere ma necessità. La famiglia diventa l’unica istituzione affidabile, l’unico luogo dove l’affetto non si dice ma si fa, dove l’amore non si dichiara ma si dimostra, dove la protezione non è promessa ma gesto. È una Calabria che non ha ancora la parola, ma ha già il corpo: un corpo che lavora, che resiste, che si piega ma non si spezza. Questa Calabria letteraria, che Auci costruisce con precisione narrativa, è sorprendentemente vicina alla Calabria scavata da Vito Teti, una Calabria che non è immaginata ma osservata, non è ricostruita ma vissuta, non è raccontata dall’esterno ma dall’interno, come si racconta un luogo che si conosce nella carne prima che nella mente.
La Calabria di Teti è una Calabria che vive nella sospensione, in un tempo che non scorre ma ristagna, un tempo che si accumula nei paesi abbandonati, nelle case chiuse, nei ricordi che non trovano più un luogo dove posarsi. È una Calabria che porta dentro di sé la memoria dell’abbandono, la memoria delle partenze, la memoria delle assenze. È una Calabria che ha interiorizzato la precarietà come condizione esistenziale, che ha trasformato la paura in un modo di stare al mondo, che ha fatto della restanza un gesto politico, un atto di fedeltà al luogo ferito, un modo di dire “io resto qui” anche quando tutto invita ad andare via.
Eppure, la Calabria di oggi non è più quella di Auci e non è nemmeno solo quella di Teti. È una Calabria che vive in un tempo frantumato, un tempo che corre troppo veloce per essere afferrato, un tempo che non permette radicamento ma nemmeno liberazione. È un tempo che non è più quello della terra ma quello delle reti, delle connessioni, delle partenze improvvise, dei ritorni brevi, delle vite spezzate tra qui e altrove. Questo cambiamento del tempo modifica tutto: il modo di amare, il modo di lavorare, il modo di appartenere, il modo di raccontarsi. La Calabria di oggi vive nella precarietà, non più quella del terremoto ma quella delle infrastrutture che non arrivano, dei treni che non passano, degli ospedali che non funzionano bene, delle scuole che non trattengono, dei giovani che partono perché non possono restare. È una precarietà più sottile, più moderna, più invisibile, ma non meno reale. È una precarietà che non fa crollare le case ma fa crollare le comunità, che non spacca le strade ma spacca le famiglie, che non distrugge i paesi ma li svuota lentamente, come una marea che si ritira senza fare rumore. Accanto a questa precarietà, però, c’è una Calabria che resiste, una Calabria che si reinventa, una Calabria che prova a raccontarsi, una Calabria che prova a costruire un futuro che non sia solo sopravvivenza.
È una Calabria che vive nella tensione tra la restanza di Teti e la restanza a distanza, espressione con la quale definisco una Calabria che non è più solo luogo ma anche diaspora, non è più solo geografia ma anche relazione, non è più solo radice ma anche ramo. È una Calabria che esiste a Brussel, a Torino, a Milano, a Sydney, a Buenos Aires, una Calabria che non si esaurisce nei suoi confini ma li supera, li attraversa, li reinventa. È una Calabria che non resta solo nei paesi interni, ma resta nelle parole di chi è partito, nelle memorie di chi vive altrove, nei gesti di chi porta la Calabria nel mondo, nei racconti di chi non vuole che la Calabria sia solo un luogo ma un modo di essere.
L’invisibilità della Calabria di Auci, che non esiste fuori dai suoi confini, non ha voce, non ha rappresentazione. Mentre la Calabria di Teti è visibile solo nella sua assenza, nei paesi vuoti, nelle rovine, nei silenzi, nei ritorni estivi che non bastano a riempire il vuoto. La Calabria di oggi è visibile ma in modo distorto, filtrata dai media, ridotta a cliché, raccontata sempre dagli altri, mai da sé stessa. Eppure, accanto a questa visibilità distorta, c’è una nuova visibilità che nasce dal basso, dai giovani che tornano, dai progetti culturali, dai festival, dalle reti di paesi che si parlano, dalle comunità digitali che ricostruiscono un’immagine più complessa, più vera, più degna. È una visibilità fragile, ma è un inizio.
Nella Calabria di Auci la solitudine è collettiva, condivisa, una solitudine che non isola ma unisce, perché tutti vivono la stessa fatica, la stessa precarietà, la stessa durezza. Nella Calabria di Teti la solitudine diventa geografica, dei luoghi, dei paesi, delle case che aspettano un ritorno che non arriva. Nella Calabria di oggi la solitudine è individuale, di chi parte e non trova più il proprio posto né qui né altrove, di chi resta e vede il proprio mondo svuotarsi, di chi vive tra due identità senza poterne abitare pienamente nessuna. È una solitudine più sottile, più psicologica, più difficile da nominare, ma è una delle eredità più profonde della Calabria arcaica.
E poi c’è la memoria, che cambia forma ma non perde peso. La Calabria del romanzo di Auci vive in una memoria che non è ancora memoria, è esperienza immediata, è trauma vivo, è ferita aperta. La Calabria di Teti vive in una memoria che rischia di diventare museo, una memoria che si accumula senza trovare un futuro, una memoria che pesa più del presente. La Calabria di oggi vive in una memoria frammentata, una memoria che si perde nella diaspora, una memoria che non ha più un luogo unico dove depositarsi, una memoria che deve essere ricostruita ogni volta, raccontata ogni volta, difesa ogni volta. È qui che la restanza a distanza diventa decisiva: la memoria non è più solo nei luoghi, ma anche nelle persone che se la portano nei viaggi senza ritorno, è nelle parole che la raccontano, nei gesti che la ripetono altrove.
Infine. La Calabria di Auci non ha possibilità, ha solo necessità. La Calabria di Teti ha possibilità ferite, negate, immaginate ma non realizzate. La Calabria di oggi ha possibilità nuove, ma fragili, intermittenti, diseguali. È una terra che può cambiare, ma non sa ancora come. È una terra che può raccontarsi, ma non ha ancora trovato la voce giusta. È una terra che può rinascere, ma non ha ancora deciso da dove cominciare.
La Calabria del romanzo, la Calabria antropologica e la Calabria di oggi non sono tre mondi separati, ma tre forme della stessa storia, tre modi di abitare la stessa ferita, tre risposte alle stesse domande: come si vive in un luogo che ti garantisce poco o nulla? Com si resta fedeli a un luogo che non può trattenerti? Come si costruisce un’identità in un territorio che è sempre stato marginale, vulnerabile, instabile. Potremmo dire che la Calabria di Auci è la radice, la Calabria di Teti è la ferita, la Calabria di oggi è il ramo che cresce, che si piega, che si spezza, che si rialza, che cerca la luce. Tutte e tre raccontano la stessa storia: una storia di resistenza, di dignità, di fatica, di amore trattenuto, di partenze e di ritorni, di silenzi che parlano più delle parole, di luoghi che non smettono di chiamare, di persone che non smettono di rispondere.
*autore del libro Calabria grecanica
Segui La Nuova Calabria sui social