Lamezia Terme, intervista al vescovo: «Città dalle grandi potenzialità»

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Il vescovo di Lamezia Terme, monsignor Giuseppe Schillaci
  23 luglio 2019 17:00

di ANTONIO CANNONE

LAMEZIA TERME - Dal diritto alla salute, passando per l'impegno verso i deboli, gli ultimi, la passione per i cantautori, per Pasolini e la comunione di valori che sono alla base dell'umanesimo e della fraternità. Monsignor Giuseppe Schillaci, nuovo Vescovo di Lamezia Terme, ci accoglie in Curia con la sua ormai nota cordialità e simpatia da uomo semplice che per certi versi disorienta. Lontano dai canoni di una certa retorica clericale. Monsignor Schillaci ha già fatto breccia per questo nei cuori di tanti lametini che, seguendo le sue prime "mosse", stanno intuendo di trovarsi di fronte un prete del popolo che sa parlare a tutti, perché tutti hanno bisogno di sentirsi in qualche modo "rassicurati".

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Monsignor Schillaci, dopo 16 giorni dal suo insediamento che impressione si è fatto di questa città?

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«Ci sono tante potenzialità. Le prime sensazioni sono di tante belle risorse che sono nascoste e che bisogna tirare fuori e mettere in circolo in una sorta di sinergia che non deve essere vista in un'ottica concorrenziale. Anche con chi la pensa diversamente da te bisogna innescare un circuito virtuoso, in cui si fa a gara per fare bene. Facciamo a gara a chi fa bene per questa città, per questa comunità. Forse c'è una simpatia anche esagerata nei miei confronti, non ho ancora fatto niente, non conosco ancora niente. Spero di poterla vivere perché ci sono per esempio luoghi come l'ospedale, che ho visitato e che rappresenta una bella realtà e occorre capire come valorizzare questa presenza. Incrementare i servizi per il territorio».

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Questa città attraversa un periodo particolare. E' commissariata e la sua presenza ha generato una ventata di positività. C'è un clima d'attesa, come se si fosse risvegliata. La società si "affida" a Lei...

«Non nascondo che la Chiesa debba avere anche questo ruolo, una missione, quasi un compito profetico, più che un ruolo. Quello di destare le coscienze. Che significa maggiore riflessione, maggiore criticità nel senso di essere critici. Ogni cristiano dovrebbe avere questo ruolo, cogliere queste aspettative positive nel presente. Ma occorre lavorare insieme e ognuno deve fare la sua parte».

Ha avuto modo di girare alcune parrocchie. Cosa ha trovato?

«In verità ancora poche. Sono stato ad Amato, San Pietro a Maida, Conflenti, Falerna. Andrò in altri comuni. Mi sono incontrato con i parroci. Ho avuto, devo dire, un'accoglienza positiva. In alcuni casi con la banda musicale. Ma ancora devo girare, so che i comuni sono tanti».

Nell'incontro con la stampa ci ha impressionati per il racconto della sua giovinezza, la passione per la musica. I cantautori, da De Gregori a Battisti, De Andrè...

«Nella mia auto ho una pennetta con le canzoni di questi autori. Ho tutto De Andrè, tutto De Gregori, e poi Battisti anche se dietro c'è Mogol e quindi stili diversi. Ma i testi di De Gregori o De Andrè, per esempio, hanno un'importanza notevole. L'altro giorno ci siamo salutati con un amico e mi ha scritto "e qualcosa rimane...". Sono cose che rimangono dentro che fanno parte della mia vita...».

Sono testi che parlano di temi sociali, a volte anche politici, ma che contengono comunque una visione del mondo che guarda a quella parte della società più umile, debole. Agli ultimi. Soprattutto molti dei testi di De Andrè...

«Si, io ero sacerdote da appena due anni quando fui chiamato ad insegnare allo studio Teologico San Paolo. Insegnavo anche a laici e laiche che hanno fatto diversi lavori con me. Diverse tesi con me. Ricordo proprio uno studio teologico, un'analisi teologica sui testi di De Andrè. Io accompagnavo questo lavoro con molto interesse. Un altro autore che ho seguito è stato per esempio Pasolini. Certo, lì abbiamo visto sostanzialmente la filmografia, senza trascurare però quello che lui ha fatto nella letteratura. Anche alcuni testi letterari sono diventati film, penso per esempio ad un film bellissimo che è Teorema. Ricordo poi il film per eccellenza che è il Vangelo secondo Matteo».

Autori e film che in un certo senso potrebbero fungere da ponte fra le anime, per così dire, più critiche nei confronti della Chiesa. Ecco, Lei potrebbe per esempio avvicinare i fedeli alla comprensione dei testi e a far discutere anche i giovani nelle parrocchie sul messaggio di certe canzoni, di certa letteratura...

«Basta attingere al Vaticano Secondo, la Chiesa e il mondo contemporaneo. Abbiamo dei capisaldi, è vero che la Chiesa è per evangelizzare. Tu devi portare al mondo la parola, e questa parola è Gesù Cristo. Papa Francesco ci dice Gesù Cristo nella carne, i poveri, i sofferenti. Ovvero, la Chiesa come un ospedale da campo. Lì non vai a vedere, questo è rosso, questo è nero, povero, ricco. Tu dai aiuto. La Chiesa che si mette al servizio. La Chiesa non soltanto dà, la Chiesa riceve. E allora se io da De Andrè, De Gregori, ricevo testi che inducono a pensare e riflettere perché sono testi evocativi che ti danno qualcosa che ti porta oltre, vuole dire che possono essere utili».


Cosa pensa dei Social. Lei che rapporto ha con i nuovi mezzi di comunicazione?

«Io ho sempre studiato con la radio. Ascoltavo sempre la radio. Anche quando ero a Roma. Mi aiuta molto. Ascolto anche molta informazione. I Social per me hanno delle grandi potenzialità, i nostri smartphone ci aiutano molto. Grazie ad essi possiamo avere tutte le informazioni che vogliamo in tempo reale. Ecco, io dico che se i Social hanno una funzione positiva va bene, se invece sono utilizzati in maniera distruttiva, violenta non va bene. A volte leggo notizie di cronaca poi ci sono commenti volgari che io per esempio censurerei. Nessuno può permettersi di offendere l'altro. L'uso dei social è importante se ben utilizzato e se l'informazione e la comunicazione hanno uno scopo sociale».


In chiusura, un appello alla città che nei prossimi mesi dovrebbe andare al voto.

«L'auspicio è che intanto ci siano delle persone capaci di mettersi a disposizione del bene comune. Quando dico bene comune penso al bene di ciascuno, di ogni persona, ma anche di tutti. Bisogna riuscire a coniugare questo ciascuno con tutti. So che non è facile. Bisogna mettere insieme anche libertà e uguaglianza, per fare venire fuori un principio dimenticato che è la fraternità. Siamo fratelli, siamo tutti della stessa pasta; abbiamo tutti lo stesso sangue. E' importante che si capisca profondamente questa dimensione, senza far prevalere passioni tristi. Occorre invece far prevalere passioni gioiose. Evitare l'istigazione all'odio, vedere l'altro come un nemico. Tirare fuori dal nostro territorio, dalla nostra gente, dai lametini, tutte quelle potenzialità positive che ci sono».

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