
"Il Consiglio dei ministri di ieri ha approvato il disegno di legge di Bilancio per il 2027, ultima legge finanziaria della legislatura; e si vede. Una manovra da circa ventisei miliardi di euro che è, a nostro avviso, una manovra scritta per arrivare alle urne, non per cambiare la vita di chi lavora. Per di più un contenuto negoziato con Bruxelles prima ancora che il Parlamento potesse discuterlo.
Pagare meno tasse non significa guadagnare di più: Il ministro Giorgetti ha parlato di «emergenza salariale». Diagnosi giusta ma terapia sbagliata. Una flat tax del 5% sugli aumenti contrattuali funziona soltanto se un aumento arriva, e va rinnovata ogni anno. Se lo stipendio di partenza è basso, resta basso in considerazione anche dell’inflazione e del caro carburanti che non sembrano arrestarsi.
È questa la politica salariale di un governo che si dice sovranista? Una politica che non interviene sul livello delle retribuzioni?
Guardiamo a chi giova. La misura più costosa, l’estensione dell’aliquota al 33%fino a 55mila euro, costa tra i 2,5 e i 2,6 miliardi, e il suo vantaggio massimo è dell’ordine di cinquecento euro lordi l’anno, riservato a chi supera i cinquantamila euro di reddito. Per i redditi più bassi, la detassazione delle tredicesime vale mezzo miliardo: cinque volte meno. Il resto sembra una distribuzione di bandierine all’elettorato di riferimento: Irpef e tredicesime per Forza Italia, la flat tax a 100mila euro per la Lega, il bollo auto per tutti. E chi sta sotto? Aspetta il prossimo giro.
La sovranità che non c’è: la manovra passa da Bruxelles. Ha pesato infatti nei mesi scorsi, la necessità di uscire dalla procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo e di ottenere dalla Commissione margini di flessibilità sulla spesa. Persino la flat tax a 100mila euro, nella formula pensata per renderla sostenibile richiede una deroga specifica dell’Unione europea. Un Paese a sovranità limitata anche sulle tasse da imporre ai propri cittadini
E poi parliamo delle priorità sbagliate: Armi 4,6 contro sanità 2,4. Non siamo contro la sicurezza del Paese, ma finanziare 4,6 miliardi per armi e 2,4 miliardi per sanità e politiche sociali denotano una inversione sulla scala della priorità. La stessa maggioranza che invoca la patria quando si parla di slogan finanzia nei fatti gli impegni assunti in sede atlantica più degli ospedali in cui gli italiani si curano, delle liste d’attesa, del personale sanitario che lascia il servizio pubblico. Quindi più armi (magari da destinare ad uno dei governi più corrotti che esistano) e più sanità privata (magari per favorire l’amico dell’amico).
A noi questo non piace; difendere la sanità non è assistenzialismo. È la prima forma di Sovranità perché un popolo che non riesce a curarsi non è libero.
Quello che proponiamo è un patto tra Stato, imprese e lavoratori.
Cinque punti, che sono già il nostro programma:
1. Salario minimo legale, perché nessuno lavori sotto una soglia di dignità;
2. Taglio strutturale del cuneo fiscale, a vantaggio del lavoratore, non solo come sgravio temporaneo;
3. Partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa, perché chi produce ricchezza abbia diritto a una parte di essa;
4. Centri per l’impiego che funzionino, capaci di collocare davvero e non di limitarsi a registrare;
5. Quoziente familiare, per sostenere chi mette al mondo figli senza chiedere in cambio un bonus a scadenza.
Le risorse si trovano riallocando una quota della spesa oggi legata agli impegni assunti in sede atlantica verso salari e sanità, e ridiscutendo quei vincoli europei che ci obbligano a chiedere il permesso anche sulle scelte fiscali. Questa manovra è l’ultima della legislatura e se ne sente il peso: viene presentata come una svolta, ma è un gesto elettorale. Al posto di un progetto, misure pensate per essere viste a dicembre. Al posto di una politica salariale, uno sconto fiscale. Al posto della sovranità, un’autorizzazione europea.
L’Italia ha bisogno di altro: di salari che sostengano le famiglie, di servizi pubblici che funzionino, di un bilancio deciso a Roma per gli Italiani. È la strada che Italia Sociale continuerà a indicare, in parlamento e fuori".
Lo afferma Giovanni De Marco (Movimento Italia Sociale).
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