L'intervista, Massimiliano Gallo a Catanzaro e Lamezia: "Porto uno spettacolo fatto secondo la tradizione del teatro napoletano"

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L'attore sarà ne "Il silenzio grande" il 29 aprile al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme e il 30 aprile al Teatro Comunale di Catanzaro

  26 aprile 2022 11:22

di CLAUDIA FISCILETTI

Massimiliano Gallo negli anni ha costruito una carriera invidiabile. Mattone dopo mattone, è andato a comporre quello che potrebbe essere definito il perfetto manuale d’istruzione per gli attori, partendo dal teatro sin da quando era bambino e, successivamente, lavorando tanto con impegno e disciplina e, grazie al suo innegabile talento, arrivar a far parte persino di pellicole candidate agli Oscar. L’attore sarà a Lamezia Terme, il 29 aprile, e a Catanzaro il 30 aprile, con lo spettacolo “Il silenzio grande”, inserito nella stagione teatrale di AMA Calabria, ideata e diretta da Francescantonio Pollice. Una commedia che ha trovato il suo spazio sia a teatro che al cinema, con grande successo, e in entrambe le forme d’arte il protagonista è Massimiliano Gallo. “Sono linguaggi diversi e io sono passato da uno all’altro perché sono abituato a farlo, nonostante sia abbastanza complicato perché bisogna lasciare tutte le certezze acquistate a teatro e smontarle per il cinema, ricostruendole per un linguaggio cinematografico completamente diverso”, ha spiegato Gallo nell’intervista per La Nuova Calabria. Lo spettacolo teatrale, giunto alla sua 170esima replica, continua a suscitare l’interesse del pubblico in questo viaggio che, tra gli interpreti, vede anche Stefania Rocca e la regia minuziosa di Gassman, un collega e amico per Gallo che, infatti, continua: “Veniamo entrambi da una famiglia d’arte e siamo abituati ad un certo tipo di disciplina. Abbiamo un rapporto di amicizia perché ci siamo riconosciuti nello stesso tipo di lavoro, nella stessa dedizione, nella stessa serietà”.

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Com’è nato “Il silenzio grande”?

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“Lo spettacolo comincia da prima della pandemia, va avanti da un po’ con una tournée di grande successo. Durante il lockdown abbiamo girato il film tratto da questo spettacolo, con un cast diverso, poi siamo tornati in scena. ‘Il grande silenzio’ è di grande impatto emotivo, lascia strascichi positivi sul pubblico che mi scrive anche dopo giorni e giorni perché il testo sembra, paradossalmente, un classico anche se è un testo inedito di Maurizio De Giovanni che parla e affronta i temi della famiglia, i temi universali in cui tutti riescono a riconoscersi. De Giovanni l’ha scritto appositamente per il teatro, dopo che gli era stato chiesto da Alessandro Gassman e quando stavamo girando ‘I Bastardi di Pizzofalcone’ mi ha proposto di leggerlo dicendomi che lui avrebbe fatto la regia. Il film ha avuto una vita felice, siamo andati al Festival di Venezia, io ho vinto Ciak d’oro come miglior attore”.  

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Che tipo è il protagonista, Valerio Primic?

“É uno scrittore di grande successo che ha creduto di aver restituito tutto alla sua famiglia, attraverso i premi, una posizione e prestigio, dimenticandosi che c’è da restituire tutta la parte delle dinamiche familiari. A turno in questo studio, che è un po’ il suo rifugio, il suo tempio, vanno a vomitargli addosso le sue mancanze i figli e la moglie. C’è, poi, il personaggio di Bettina la cameriera che fa un po’ da coscienza del protagonista, cerca di aprirgli gli occhi rispetto a queste sue mancanze. Di interessante c’è la costruzione dello spettacolo fatta secondo la grande tradizione del teatro napoletano, c’è un’alternanza continua tra scene emotivamente pregnanti, commoventi, a quelle di commedia che suscitano un sorriso”.

 “Il silenzio grande” descrive l’incomunicabilità tra i membri di una famiglia. Quanto, secondo lei, questo problema è presente nella nostra vita di tutti i giorni?

“Credo sia un problema legato al proprio tipo di carattere. In questo spettacolo raccontiamo che i tanti piccoli silenzi omessi, perché o si ha paura di ferire o si vogliono evitare discussioni, sommati diventano una voragine. Penso che, in generale, lo facciamo un po’ tutti. Questa è una società fatta di tanto rumore assordante che crea un silenzio grande, sono parole buttate al vento di persone che non si ascoltano neanche in famiglia, si sta insieme non per stare insieme ma per fare branco. Ho visto una scena a cena, in un ristorante, che mi è rimasta impressa con marito e moglie che non si parlavano e i due figli che stavano con la testa nei telefonini, quindi erano a cena ma non sapevano nemmeno dove erano, non sapevano nemmeno che erano usciti di casa”.

Sta al teatro esprimere al meglio queste situazioni, raccontarle.

“Il teatro ha un potere incredibile sulle persone quando racconta cose importanti come in questo spettacolo, è catartico e ha uno scopo sociale. Fortunatamente ha ancora questa funzione. In questo Paese dove la cultura viene sottovalutata, durante la pandemia si è detto che il teatro si poteva fare in televisione, sono tutte follie. Il teatro è l’unico mezzo che non ha mai avuto bisogno di ammodernamenti, si può fare con una sedia e una luce e mantiene sempre la stessa magia. Il teatro ha un’altra esigenza, nasce non per caso ma perché c’è bisogno di un incontro tra chi è sul palco e chi sta in platea e quell’incontro ha un potere per la società che si è raccontata sempre attraverso il teatro che non si può fare se non davanti a un pubblico perché nasce proprio per raccontare”.

Secondo lei in Italia la cultura non è valorizzata abbastanza?

“É un Paese distrutto da una classe politica che da più di 50 anni non è all’altezza. Un Paese, questo, che poteva semplicemente vivere di cultura e turismo, non doveva fare altro che vivere con quello che ha, un patrimonio artistico, culturale e turistico che non richiedeva altro che essere curato. Abbiamo avuto persone incompetenti di cui siamo in balia, la politica purtroppo è entrata ovunque, anche nei meccanismi che riguardano la cultura e, chiaramente, quando può fa danni”.

La cultura non è abbastanza indipendente, quindi?

“Non è affatto indipendente, a nessun livello. Quando si vedono Paesi che funzionano è perché vi esiste la meritocrazia e non ci sono sovvenzioni, per cui le persone vanno a teatro e se lo spettacolo è bello, funziona, altrimenti se non funziona viene chiuso. I politici qua sono entrati dappertutto e quindi abbiamo sovvenzioni, abbiamo una serie di cose che fanno vivere un’infinità di personaggi che, in una legge di mercato, sarebbero morti 50 anni fa. Per un puro caso, da quanto esistono le sovvenzioni non c’è un titolo che si possa ricordare nel teatro italiano e sempre per un puro caso, da quando scrivevano per fame grandi autori com Shakespeare, Moliere, De Filippo sono nati i più grandi capolavori della storia del teatro”.

Lei ha fondato l’associazione UNITA, improntata sulla tutela degli attori. Quanto è stato importante avviarla proprio durante il periodo pandemico, in cui i professionisti dello spettacolo hanno particolarmente sofferto?

“Durante la pandemia c’è stata questa volontà di alcuni di noi, che eravamo poi quelli più fortunati perché abbiamo lavorato tantissimo sui set avendo un protocollo apposito. Ci riteniamo fortunati rispetto a colleghi che sono stati veramente fermi due anni perché facevano solo teatro. In quel periodo, ho fondato UNITA e all’inizio eravamo circa 200, adesso credo abbia più di 1500 tessere. Nasce perché gli attori hanno creduto che era arrivato il momento di metterci la faccia per difendere quelli che avevano meno potere contrattuale. Qualcosa un po’ è cambiato, dopo mille battaglie, ma è chiaro che è ancora presto parlare di rifondazione perché alcune cose sono radicate non solo nel teatro italiano, son radicate proprio nella politica e nella mentalità”.

Quali sono i progetti previsti per il futuro?

“Ad ottobre sarò in televisione con altre 4 puntate di Imma Tataranni, poi farò una nuova serie a cui tengo molto e in cui sono protagonista, ‘L’avvocato malinconico’ tratto dai libri di Diego Da Silva, che andrà in onda sempre su Rai Uno. Questa estate dovrei girare due film e, infine, riprendo col teatro”.

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