Luigi Mariano Guzzo: "Sei prezioso ai miei occhi", la veglia di questa sera in una Chiesa madre per tutti

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  27 luglio 2026 19:53

 di Luigi Mariano Guzzo  *

«Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo». Queste parole del profeta Isaia (43,4) fanno da sfondo alla veglia di preghiera promossa dall’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, che sarà presieduta questa sera, fra poche ore, dall’arcivescovo metropolita Claudio Maniago nella parrocchia di Santa Teresa, zona Giovino della città. Una veglia, come si legge sul sito del periodico diocesano “Comunità nuova”, organizzata per sottolineare il «rispetto della dignità di ogni persona e il superamento di ogni discriminazione e ogni forma di omobitransfobia». Si tratta di un momento importante per la nostra Chiesa locale, che non va riduttivamente interpretata solo come una risposta agli esiti del percorso sinodale che ha coinvolto la Chiesa italiana. Più profondamente, la nostra Chiesa locale vuole mettersi in ascolto delle donne e degli uomini di oggi, accogliendo l’invito evangelico a leggere con audacia i «segni dei tempi» (Mt 16, 3) come auspicato dal Concilio Vaticano II. E questi “tempi” in base ai cui segni proviamo a comprendere meglio la sempiterna bella notizia di Gesù, ai nostri giorni, a Catanzaro, ci parlano di una città che sta vivendo un profondo e positivo processo di trasformazione sociale e culturale, in chiave inclusiva.

Il Pride non è solo un evento, non è solo un’iniziativa, non è neanche un insieme di iniziative, ma è un vero e proprio processo trasformativo che interpella le nostre coscienze, le nostre comunità, i nostri ordinamenti; interroga, ci interroga. E allora, ad esempio, da cristiani, da cattolici, non possiamo continuare a leggere e a vivere il Vangelo rimanendo indifferenti di fronte al dolore, alla sofferenza, alla paura, al senso di incomprensione, che una sorella o un fratello, una donna o un uomo, in qualche angolo della città, più o meno vicino a noi, sperimenta in ragione delle proprie scelte sessuali, affettive, di vita individuale e di coppia. Non possiamo continuare a fare finta che questo dolore, questa sofferenza, questa paura, questo senso di incomprensione non esistono e comunque pensare di poter autenticamente leggere e vivere il Vangelo. E anzi, per tutte le volte che lo abbiamo fatto, che lo facciamo, bisognerebbe chiedere perdono. Perché, in fin dei conti, il Vangelo non è scritto per i salotti borghesi moralizzeggianti dove facilmente ci si erge a giudici delle vite altrui. Al contrario, il Vangelo è parola che si spezza per le strade, per le periferie esistenziali e sociali, là dove donne e uomini, tutte e tutti, amano, soffrono, cadono e si rialzano, disperatamente cercano e trovano speranza.

Se sul piano civile bisogna superare i residui discriminatori per costruire ordinamenti strutturalmente inclusivi, sul piano teologico e spirituale si impone una riflessione altrettanto coraggiosa: di fronte a Dio che è madre e, al contempo, padre, capace di amare visceralmente con il suo utero, la creatura si riconosce nella sua vera, insopprimibile, ineliminabile, infinita (come ricorda il più recente magistero della Chiesa) dignità. Ma non è un dato pastorale, è un elemento dottrinale. La stessa teologia dell'incarnazione riguarda le storie concrete e le vite di ciascuno di noi. Allora, riaffermare la sacralità della coscienza quale nucleo fondativo della dignità della persona umana, impone di spogliarci delle paure, dei pregiudizi, dei preconcetti. Impone persino di spogliarci del timore di essere strumentalizzati (da chi, per cosa, poi?). Questa sera la nostra Chiesa che è in Catanzaro-Squillace «canta ed esulta» (Zaccaria 2, 10) perché riscopre la propria vocazione ad essere, come ha ricordato il luminoso insegnamento di Papa Francesco, una «Casa per molti e Madre per tutti» (Evangelii Gaudium, 288). Ma non dobbiamo fermarci a questa sera. La scommessa che ci attende, come credenti e come cittadini di Catanzaro, è quella di tradurre la preghiera in una scelta quotidiana pienamente politica, abbattendo i muri del pregiudizio per edificare una società fraterna e solidale. Soltanto una comunità capace di testimoniare l’«infinita dignità» di ogni persona umana è in grado di riconoscere la verità di un Dio che ama. E chiede a tutte e a tutti noi di fare lo stesso, rendendo la «città dell’uomo» che abitiamo un’autentica «città dell’amore».

*Professore di Diritto e religione e di Diritto canonico all’Univesità di Pisa