
di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
Perchè una parte dell'economia cerca i clan?Una domanda che nasce dalle parole della procuratrice generale Lucia Musti al Consiglio Superiore della Magistratura che ha avuto il merito di riportare al centro una questione che troppo spesso viene affrontata in termini esclusivamente giudiziari.
Secondo Musti, una parte dell'imprenditoria del Nord non subisce le organizzazioni mafiose per effetto della tradizionale intimidazione, ma instaura con esse rapporti consapevoli e volontari.
Una riflessione che impone una domanda ulteriore: perché, in alcuni casi, l'impresa sceglie volontariamente di rivolgersi alla criminalità organizzata? La risposta più immediata sarebbe quella morale. Ma forse esiste anche una spiegazione economica e sistemica.
L'imprenditore che opera nella legalità si confronta quotidianamente con una pressione fiscale tra le più elevate d'Europa, con una stratificazione normativa sempre più complessa e con un sistema di controlli che, soprattutto negli ultimi quindici anni, è stato significativamente rafforzato dalla legislazione antimafia.
Il Decreto Legislativo n. 159 del 2011, il cosiddetto Codice Antimafia, ha certamente rappresentato uno strumento fondamentale nel contrasto alle infiltrazioni criminali, introducendo misure di prevenzione patrimoniale, controlli sui rapporti con la pubblica amministrazione e un articolato sistema di documentazione antimafia.
Tuttavia, l'ampliamento progressivo delle verifiche preventive e il crescente ricorso alle interdittive antimafia prefettizie hanno finito per attribuire alle prefetture un ruolo estremamente penetrante. L'informazione antimafia interdittiva, fondata sul criterio del "più probabile che non" e sulla valutazione del rischio di infiltrazione, può determinare l'esclusione di un'impresa dagli appalti pubblici, la revoca di autorizzazioni, la perdita di finanziamenti e, nei fatti, l'espulsione dal mercato, pur in assenza di una condanna penale.
La giurisprudenza amministrativa ha costantemente ribadito la natura preventiva di tali strumenti, ma non sono mancati rilievi critici da parte di studiosi e operatori economici circa il rischio che il sistema produca effetti particolarmente gravosi per le imprese sane.
A ciò si aggiungono una pressione tributaria elevata, gli obblighi derivanti dalla normativa antiriciclaggio, la moltiplicazione degli adempimenti amministrativi, i costi del lavoro, i ritardi nei pagamenti e le difficoltà di accesso al credito bancario, aggravate da criteri di affidabilità sempre più stringenti.
La criminalità organizzata, al contrario, opera senza tali vincoli. Dispone di ingenti capitali liquidi provenienti dai traffici illeciti, può intervenire rapidamente nei momenti di crisi aziendale, non subisce limiti fiscali, non è sottoposta agli obblighi di trasparenza e si avvale di reti internazionali, società schermo e professionisti infedeli in grado di movimentare denaro e costruire strutture societarie opache.
In questo scenario, la considerazione della procuratrice generale Musti sulla «libera scelta» degli imprenditori merita forse una riflessione aggiuntiva. Perché una scelta è certamente libera sul piano giuridico e morale, ma può essere favorita da condizioni economiche che alterano la convenienza tra legalità e illegalità.
Nel Mezzogiorno, storicamente, il rapporto con la mafia si è fondato prevalentemente sulla forza intimidatrice e sul controllo del territorio. Nel Nord produttivo, invece, il rapporto appare sempre più caratterizzato da una convergenza economica tra chi cerca liquidità, recupero crediti, manodopera irregolare o scorciatoie operative e chi dispone di capitali da riciclare e di una struttura criminale capace di offrire tali servizi.
Non si tratta di sostenere che il Codice Antimafia o le norme fiscali siano la causa dell'espansione mafiosa. Sarebbe una conclusione semplicistica e priva di riscontri. Ma è legittimo domandarsi se uno Stato che aumenta continuamente controlli, adempimenti e costi senza riuscire contestualmente a garantire tempi rapidi della giustizia, accesso al credito e competitività fiscale non finisca, involontariamente, per rendere l'illegalità economicamente più attrattiva.
La lotta alla mafia non può esaurirsi nella repressione e nell'espansione degli strumenti amministrativi. La vera sfida consiste nel costruire uno Stato capace di rendere la legalità più efficiente dell'illegalità.
Perché se, come osserva Lucia Musti, alcuni imprenditori scelgono la mafia senza essere costretti, allora la domanda più scomoda non riguarda soltanto la forza delle organizzazioni criminali, ma anche la capacità dello Stato di offrire condizioni economiche tali da rendere superflua qualsiasi tentazione criminale.
*Avvocato
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