
di MARIA GRAZIA LEO
Il Cairo- 25 gennaio 2016-… è sera quando per il nostro connazionale Giulio Regeni inizia il calvario -durerà 10 giorni- che lo porterà a terminare tragicamente la sua vita il 3 febbraio di dieci anni fa. Il suo corpo fu trovato sul selciato di una strada di collegamento tra il Cairo e la città di Alessandria d’Egitto. In un primo momento si pensava che Giulio fosse scomparso ma in realtà non lo era. Era forse partito?...ha fatto per caso a botte tra ragazzi per vicende magari sentimentali o di lavoro?... ha fatto un incidente stradale, risultato mortale? No…nulla di tutto ciò.
Giulio Regeni è stato a sua insaputa prima sequestrato, poi torturato e infine brutalmente ucciso da alti funzionari e militari delle Forze di sicurezza egiziane- la National Security Agency-. Ci si chiede se, come e perché tutto questo sia mai potuto succedere, anche se non possiamo dimenticare che stiamo parlando di uno Stato che con una delle rivolte di piazza del 2011, ricordate anche come le cosiddette “Primavere arabe” era appena uscito da un governo repressivo e autoritario sul piano della politica interna e guidato per ben 30 anni dal Generale e Presidente Hosni Mubarak. Con quelle rivolte si voleva dare uno scossone e un tentativo rivoluzionario di cambiare le cose nella vita di quelle popolazioni che non ne potevano più di vivere in restrizioni economiche, sociali e limitazioni delle libertà personali. Gli arresti dei dissidenti e le torture loro inflitte erano di casa in Egitto. La stessa ribellione che nel 2011 coinvolse la storica piazza Tahrir era stata oggetto di una reazione forte del regime egiziano che ha comportato moltissime uccisioni nei confronti dei manifestanti, ma non bastò a fermare quel vento di cambiamento…perché quello che successe determinò la destituzione e la fine della presidenza di Mubarak.
Però l’aria nuova non arrivò mai in realtà -in quel paese- diciamo che si respirò solo brevemente e superficialmente, perché nel 2013 ci fu un colpo di stato militare da parte dell’esercito nazionale contro il successore di Mubarak, il moderato Mohamed Morsi il primo ed unico presidente ad essere stato eletto democraticamente. Da quel momento in poi, prima de facto da Comandante delle forze armate e poi dal giugno 2014 fino ad oggi eletto a presidente della Repubblica araba d’Egitto, a governare vige il Generale Abdel Fattah al Sisi. Cambiarono gli uomini al potere ma schemi, direttive e linee politiche purtroppo No! Repressioni, restrizioni, violenze, ricatti, fermi e arresti facili senza garanzie, libertà al contagocce. Ed è questo il clima e il contesto politico- sociale cui va incontro Giulio Regeni.
Ma chi era Giulio? Era un ragazzo di 28 anni, proveniva da Fiumicello Villa Vicentina in provincia di Udine e faceva il ricercatore universitario, dottorando presso l’Università di Cambridge. Oltre che a dedicarsi alla ricerca accademica aveva collaborato con l’Onu su programmi relativi allo sviluppo industriale, era un buon conoscitore del Medioriente, parlava oltre che l’inglese anche la lingua araba e aveva pure la passione del giornalismo. Era fondamentalmente una persona riservata ma sempre disponibile, pronto ad aiutare e a motivare negli studi amici e colleghi. Praticamente il classico ragazzo semplice, dai sani principi e valori, cresciuto come molti altri italiani in una famiglia borghese e formatosi, iniziando -come altri suoi colleghi- a conoscere l’Europa o il mondo attraverso gli studi ad esempio seguendo i progetti Erasmus o similari. Stava creando con passione, sacrifici, competenza e dedizione le basi, le condizioni per poter avviarsi verso un futuro professionale pieno di soddisfazioni personali oltre che economiche.
Era e sarebbe stato un cittadino italiano di cui l’Italia sarebbe andata fiera e orgogliosa. Ma un fatale ed infausto destino spezzò tutte le sue certezze, i suoi sogni e le speranze della sua famiglia e di tutti coloro che ebbero il piacere di conoscerlo. Giulio era stato incaricato dalla prestigiosa Università inglese di effettuare una ricerca dallo sfondo socio-economico riguardante notizie, informazioni sulle dinamiche dei sindacati indipendenti e sulle attività dei lavoratori ambulanti. Probabilmente è proprio per il tema considerato “sensibile” dall’ambiente egiziano, per i legami e i collegamenti a cui Giulio Regeni sarebbe potuto pervenire e conoscere, con il suo lavoro, che è stato attenzionato e preso di mira -dai servizi segreti egiziani- che in un primo momento hanno indagato su di lui, poi lo hanno pedinato e seguito negli incontri che faceva in città e alla fine ritenendolo- e sbagliando di molto- una spia straniera hanno proceduto al piano efferato del sequestro, dell’interrogatorio sotto tortura per carpire informazioni- secondo il loro pensiero utili alla sicurezza nazionale- per poi giungere alla martoriata uccisione.
Lo scopo della National Security Agency era ottenere più notizie possibili, o meglio cercare le “loro verità”, verità che il nostro ricercatore in realtà non avrebbe saputo o potuto rivelare in qualunque caso, perché non era un agente segreto italiano o un pericoloso sovversivo rivoluzionario che operava per restituire al popolo libertà e democrazia. Dell’Egitto, Giulio si fidava, nonostante il regime autocratico vigente. Aveva provato a conviverci per l’amore verso i suoi studi e ad affezionarsi come una seconda casa, pur percependo e vedendo con i suoi occhi le ingiustizie o i soprusi che esistevano in quei posti, in tante città e periferie di quello Stato. Si sentiva tranquillo, non immaginava mai di poter essere tradito e screditato prima e dopo la sua morte dal suo paese ospitante e da coloro che sul posto hanno avuto -con lui- rapporti professionali e di amicizia e di coabitazione al Cairo.
Pure la docente che commissionò quella ricerca a Giulio, diciamo che lo abbandonò o non lo seguì- seppur a distanza- a sufficienza e bene. Si ricordano delle interviste da lei rese piene di incertezze e imbarazzi e dai racconti pervenuti anche dai familiari e dai legali di Regeni si è capito quanto quella professoressa non sia stata in grado di cogliere quelle preoccupazioni, di recepire quegli iniziali dubbi e timori che assalivano il ricercatore friulano, che sentiva di essere entrato in un vortice ed in una situazione pericolosi. Basta segnalare che essa si è rifiutata più volte di rendere la propria testimonianza dinanzi gli inquirenti della Procura della Repubblica di Roma. Ma se si guarda dal lato del cuore, delle aspettative o delle promesse date e non mantenute, il “tradimento” o se vogliamo dire in modo più elegante “ l’isolamento” che Giulio a distanza di 10 anni sta ancora ricevendo lassù e qui in suo nome lo stanno subendo la sua famiglia e la società civile ( detto il popolo giallo, il colore che ha abbracciato la sua causa- Verità e giustizia per Giulio Regeni )… proviene dai responsabili politici che a parte alcune eccezioni- che tra poco segnaleremo-hanno tentato gradualmente nel corso degli anni di sminuire, allentare l’attenzione se non proprio di spegnere i riflettori su una vicenda gravissima che tuttora tocca e riguarda il rispetto dei diritti umani.
Si chiede che venga garantita piena giustizia e un accurato accertamento dei fatti, in merito alle circostanze che hanno portato Giulio a quella inaudita sofferenza e morte atroce e alla scoperta definitiva degli esecutori e dei mandanti. L’unica volta che abbiamo visto il nostro governo prendere una posizione ferma, decisa e autorevole è stato nell’aprile del 2016, quando il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni a nome dell’esecutivo di centrosinistra, con presidente del Consiglio dei ministri - Matteo Renzi- ha deciso il ritiro dell’Ambasciatore italiano in Egitto, ruolo che a quel tempo era ricoperto dal Dr. Maurizio Massari. Interrompendo i rapporti politici e diplomatici con quello Stato, significava protestare formalmente contro la non effettiva collaborazione delle autorità egiziane alle indagini e nello stesso tempo fare più pressione -con quel gesto forte e istituzionale- affinché l’impasse si sbloccasse al più presto. Lo stesso premier intervenne affermando che: “L’Italia ha preso un impegno con la famiglia Regeni, ma anche con la dignità di ciascuno di noi che non ci saremmo fermati se non davanti alla verità quella vera”.
Barlumi di speranza per i Regeni e l’Avv. Ballerini, che però non diedero le risposte attese…anche perché il richiamo del nostro ambasciatore non durò molto, meno di un anno e mezzo. Nell’agosto del 2017 il nuovo esecutivo di centrosinistra questa volta con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi decise di rimandare l’ambasciatore in Egitto. Si voleva tornare alla normalizzazione dei rapporti tra i due Stati perché si disse che la presenza del nostro diplomatico sul posto, coadiuvato da un esperto che avrebbe gestito la cooperazione giudiziaria ed investigativa con la procura generale del Cairo, sarebbe stato senz’altro un buon viatico per la ricerca della verità sulla morte di Giulio, oltre che in generale tutelare e supportare la nostra comunità, operante in Egitto. Una ferita nella ferita più grande- per la famiglia Regeni- che da quel momento in poi si è sentita più sola, abbandonata dallo Stato fino ad oggi, al di là delle formali dichiarazioni di solidarietà e vicinanza.
E malgrado tutto ci fa piacere comunque costatare che siamo arrivati ad un primo grado dibattimentale, grazie alla tenacia e alla pazienza degli investigatori italiani e della Procura di Roma, allora diretta dal Dr. Giuseppe Pignatone. Riavvolgendo il nastro fino al 2016, a quei dieci giorni in cui l’inverno e l’inferno di Giulio- buio- fitto- glaciale- erano entrati nei cuori, nelle preghiere e nelle case di tutti noi, non possiamo che rivolgere lo sguardo ed un pensiero verso i suoi familiari più stretti: il papà Claudio Regeni, la mamma Paola Deffeni, la sorella Irene. Una famiglia che dal primo momento fino al ritrovamento del figlio non si è persa d’animo nel cercarlo, nel trovarlo vivo; che pur affranta, smarrita, persa da un immenso dolore dopo quel triste e maledetto 3 febbraio, in cui Giulio è stato trovato sfigurato -in un modo indicibile- non ha smesso con dignità, compostezza, forza e resilienza di chiedere, gridare, pretendere, verità e giustizia per il loro amato figlio, restando sempre umana, responsabile e rispettosa dello stato di Diritto e delle sue istituzioni.
Ci teniamo a sottolineare questo perché effettivamente da quel 2016 fino ad oggi i Regeni, insieme all’encomiabile lavoro di supporto e assistenza legale fornito dall’ Avv. Alessandra Ballerini ne hanno dovute vedere e sorbire tante di cose storte, momenti di delusione, attese e risposte spiacevoli che hanno lasciato l’amaro in bocca. Dai tradimenti, agli abbandoni o agli isolamenti che abbiamo elencato già, ai tentativi continui di depistaggi, bugie, omertà, omissioni che provenivano dalle autorità politiche e dagli inquirenti egiziani dopo il ritrovamento del suo corpo. Si voleva a tutti costi sviare, camuffare le indagini con una pluralità di moventi e prove false che avrebbero dovuto servire a mettere in piedi una verità alternativa e plausibile all’effettivo omicidio di Giulio. L’obiettivo era ad ogni costo garantire l’impunità per esecutori e mandanti reali. Siamo consapevoli che i cittadini siano al corrente -seppur per sommi capi- delle vicissitudini e dell’iter altalenante delle indagini e dei muri di gomma a cui ha contribuito nel corso degli anni anche la linea politica incerta, silente, a volte incomprensibile tenuta dai governi italiani -di diverso schieramento politico- sul caso Regeni, forse perché propensa nel dare priorità ad interessi geopolitici ed economici.
Per cui non ci soffermeremo nel metterli in luce, lasciando che sul piano giuridico sia il processo in corso -in Corte d’assise presso il Tribunale di Roma- a sbrogliare una matassa molto difficile oltre che dolorosa e sensibile sul piano umano. L’unica cosa che è doveroso darne informazione è che sono stati imputati 4 persone, per ora identificati come gli esecutori dell’uccisione di Giulio, (un generale, due colonnelli ed un maggiore) appartenenti ai servizi segreti egiziani. Il processo procederà comunque in contumacia -in assenza degli imputati- grazie anche ad un intervento della Corte Costituzionale che con sentenza del 2023, la n.192, ha ravvisato delle lacune dell’ordinamento giuridico italiano nel rispettare gli obblighi internazionali della Convenzione Onu contro la tortura del 1984, ratificata dall’Italia nel 1988; pertanto ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 420-bis, comma 3 del c.p.p. per il fatto di non prevedere di procedere in assenza dell’imputato per i delitti commessi mediante tortura quando l’assenza è dovuta ad una mancata assistenza dello Stato di appartenenza dell’imputato ( cosa che ha fatto nello specifico l’Egitto non ottemperando agli obblighi di cooperazione nel fornire assistenza giudiziaria alla magistratura italiana) I giudici costituzionali hanno affermato che: << La tortura è un delitto contro la persona un crimine contro l’umanità…non è accettabile, per diritto costituzionale interno, europeo e internazionale la paralisi sine die del processo per i delitti di tortura, perché si creerebbe un’immunità de facto>>.
Questo creerebbe un’offesa ai diritti inviolabili della persona- garantiti nella nostra Cost. dall’art. 2- e quindi una lesione alla sua dignità. Perciò il dovere del nostro Stato di accertare giudizialmente questo delitto (nello specifico riguardante la vicenda di Giulio Regeni) - ad interpretazione della Corte Costituzionale- diventerebbe come “il volto processuale del dovere di salvaguardia della dignità”. Fermo restando sempre che gli imputati hanno la possibilità di far riaprire il procedimento penale a loro carico nel caso che dovessero comparire, a tutela così del loro diritto a partecipare al processo. Perciò si dovrà rispondere dei seguenti reati di 1) sequestro di persona pluriaggravato 2) concorso in lesioni personali gravissime 3) concorso in omicidio pluriaggravato. 4) tortura.
Ciò che a noi interessa sottolineare è che nonostante tutte le delusioni avute, le promesse garantite e mai mantenute, le speranze offuscate, tutti gli ostacoli del mondo presentati alla famiglia Regeni davanti al corpo martoriato di Giulio, sul quale sembrava fosse ricaduto tutto il male del mondo…Paola, Claudio, Irene, Alessandra non si sono arresi. Non si sono rassegnati grazie anche ad una fortissima vicinanza dell’opinione pubblica di tutta Italia, da parte di quel “popolo giallo” senza età, senza etichette politiche o ideologiche, senza bandiere, vestito solo da un grande senso civico, umano e morale che non li ha mai lasciati soli. In tutti questi anni abbiamo assistito a manifestazioni, ascoltato appelli, visto striscioni affissi sui palazzi di amministrazioni comunali, università, teatri e altri luoghi simbolo, che potessero dare un maggiore effetto all’unica ed instancabile richiesta diventata ormai uno slogan, quasi una melodia del cuore soprattutto quando ad esempio si è per strada in macchina o si passeggia con amici o ci si siede in un bar, e quando meno te l’aspetti ti ritrovi scritto in un angolo di un borgo turistico, o della tua città, o su di un muro o una parete quel… “ VERITA’ PER GIULIO REGENI ” . Ormai Giulio è uno di noi e la giustizia che si richiede per lui e per la sua famiglia è un diritto e un dovere che dobbiamo fare valere anche per noi. Solo in questo modo gli si potrà restituire quella dignità che merita e quel sereno riposo tra i giusti e gli innocenti.
Perché, hanno affermato Paola e Claudio Regeni: “Come diciamo adesso, Giulio fa cose…anzi, continua da 10 anni a fare cose e viene ricordato con affetto non solo per il male che gli è stato fatto ma per tutto il “bene” che rappresenta e che ha saputo costruire intorno a sé”.
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