Marilina Intrieri: "Separazione delle carriere: la riforma che nasce a sinistra e oggi la divide"

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  23 febbraio 2026 19:24

di MARILINA INTRIERI

“La riforma attua l’articolo 111 della Costituzione: chi vota No si oppone all’attuazione della Costituzione, chi vota Sì ne è favorevole”. E’ il richiamo di Giorgio Tonini, cristiano sociale, tra i fondatori del Partito Democratico, che ha il pregio della semplicità e il difetto, per molti nel Pd, di essere difficilmente eludibile. Tonini sottrae  il dibattito sulla riforma della giustizia al terreno dell’allarme politico e lo riporta nella coerenza costituzionale e nella memoria storica del centrosinistra.

L’articolo 111 della Cost. riscritto nel 1999 e’ una delle revisioni costituzionali più significative della Seconda Repubblica (con buona pace di quanti gridano alla intoccabilita’ della Cost.)Con quell’intervento entra nella Carta il principio del giusto processo(contraddittorio tra le parti, parità tra accusa e difesa, giudice terzo e imparziale). L’assunzione i del modello accusatorio, coerente con le democrazie liberali mature.Alla fine degli anni Novanta l’Italia era uscita da Tangentopoli con un sistema politico segnato, una magistratura divenuta attore centrale della vita pubblica e un processo penale strutturalmente sbilanciato. Fu allora che anche a sinistra si diffuse la consapevolezza che il processo accusatorio non poteva reggere senza un giudice realmente terzo, che la contiguità tra pubblici ministeri e giudici indebolisce la terzietà, che la supplenza giudiziaria e’ un fattore di squilibrio democratico.

La riforma Cost. del 1999 nasce sotto i governi di centrosinistra, nel pieno della stagione ulivista, una cultura politica che non identifica il garantismo con l’indulgenza verso i forti ma con la tutela dei diritti di tutti e non sacralizza l’assetto ordinamentale della magistratura.

La separazione delle carriere, quindi, non è una forzatura autoritaria. Se il processo è confronto tra parti in posizione di parità, la terzietà del giudice deve essere strutturale. E’ difficile sostenere che l’appartenenza a stesso ordine, carriera e organo di autogoverno non producano prossimità culturale tra chi accusa e chi giudica.

Sta qui il paradosso del dibattito attuale con il Pd si presenta contro una riforma che si muove dentro l’impianto che il centrosinistra ha voluto nel 1999. Una difesa che assume toni identitari come se ogni intervento sia di per sé un attacco all’indipendenza della magistratura. Ma indipendenza non significa immobilità e autonomia non equivale a intangibilità. Tanto evocati la crisi della democrazia liberale, il rischio di derive autoritarie e pulsioni di controllo. Ma come osserva Tonini, proprio per questo il rafforzamento delle garanzie non andrebbe visto come una concessione al potere, bensì come un presidio contro di esso. Se la democrazia è fragile, la risposta non è l’arroccamento, ma il riequilibrio dei poteri.
Quando Claudio Petruccioli afferma che “il Pd ha dimenticato la sua storia”, il riferimento e’ squisitamente politico. È la rimozione di una tradizione riformista e la separazione delle carriere non la si puo’ respingere in blocco senza tradire lo spirito della riforma del 1999 e smarrire una parte essenziale dell’identità democratica del Pd.

Difendere la Costituzione non è congelarla ma attuarla.


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