
Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperto inviata da Teresa Mengani anche a Palazzo Chigi:
Dopo una vita di lavoro, la povertà non può essere la pensione
Ci sono vite che raramente fanno notizia.
Sono quelle di migliaia di persone che hanno attraversato decenni di lavoro precario, contratti a termine, stipendi modesti e continue incertezze. Donne e uomini che hanno contribuito alla crescita del Paese senza mai chiedere privilegi. E sono molti più di quanto si immagini.
Dopo una lunga carriera fatta di precarietà, c’è chi è riuscito a maturare appena trent’anni di contributi. Arrivando alla pensione a quasi sessantotto anni per percepire poco più di 1.030 euro al mese.
Non scrivo per chiedere compassione.
E non scrivo nemmeno per contrapporre una generazione all’altra.
È giusto che lo Stato sostenga i giovani, le famiglie, la natalità, l’infanzia e le persone con disabilità. Sono politiche che qualificano un Paese civile e che nessuno dovrebbe mettere in discussione.
Ma una società davvero giusta non può costruire il proprio futuro dimenticando chi quel futuro ha contribuito a realizzarlo.
Per molti pensionati la vita è trascorsa tra sacrifici silenziosi: un mutuo da pagare, figli da crescere, tasse da versare, bollette, rinunce. Con stipendi che bastavano appena ad arrivare alla fine del mese. Abbiamo fatto il nostro dovere confidando che, terminata la vita lavorativa, avremmo potuto vivere gli ultimi anni con un minimo di serenità.
Invece ci troviamo ad affrontare la stagione più fragile dell’esistenza con la paura di non farcela.
La paura che una malattia cancelli il fragile equilibrio economico costruito in una vita. La paura che il continuo aumento del costo della vita renda impossibile affrontare anche le spese più ordinarie. La paura di diventare un peso proprio quando avremmo il diritto di sentirci ancora cittadini, e non semplicemente sopravvissuti.
Una società che misura il valore delle persone soltanto dalla loro capacità di produrre ricchezza finisce per dimenticare il significato stesso della parola “comunità”.
Oggi nessuno getta gli anziani dalla Rupe Tarpea. Ma l’indifferenza può essere altrettanto crudele: lasciare che migliaia di persone scivolino lentamente nella povertà proprio nel momento della maggiore fragilità.
L’invecchiamento non è una colpa. È il destino, se siamo fortunati, di tutti.
Per questo chiedo al Governo e al Parlamento di riportare la condizione dei pensionati al centro dell’agenda politica. Non per creare privilegi, ma per restituire dignità.
Perché una pensione non dovrebbe limitarsi a garantire la sopravvivenza. Dovrebbe permettere di vivere gli ultimi anni con serenità, senza il timore che una bolletta, una visita medica o un farmaco diventino un lusso.
Un Paese che investe sui giovani compie una scelta lungimirante. Un Paese che protegge anche i suoi anziani dimostra di essere giusto. La civiltà di una nazione non si misura soltanto da come guarda al futuro, ma anche da come onora il proprio passato. E quel passato ha il volto di milioni di lavoratori che hanno costruito l’Italia con il loro impegno, pagando le tasse, crescendo figli, rispettando le regole. Non chiediamo privilegi. Chiediamo che il lavoro di una vita non si trasformi, negli anni della vecchiaia, in una condanna alla povertà.
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