
di TERESA MENGANI
Ci sono momenti in cui la politica dovrebbe elevarsi al livello della storia. Il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti era uno di questi. Una ricorrenza che avrebbe dovuto invitare a riflettere sull’eredità della democrazia americana, sulle sue contraddizioni, ma anche sul suo straordinario contributo alla costruzione dell’Occidente moderno. Invece, ancora una volta, il dibattito è stato trascinato altrove.
La scena è stata occupata dalla retorica di Donald Trump, interprete di una visione politica che guarda più agli slogan del passato che alle sfide del futuro. Il suo messaggio, costruito sulla nostalgia, sul nazionalismo e sulla contrapposizione permanente, continua a raccogliere consenso, ma propone una lettura del mondo che appare inadeguata davanti alle grandi questioni del nostro tempo: la rivoluzione tecnologica, la crisi climatica, le nuove disuguaglianze, il ruolo delle democrazie liberali.
Ma se questo riguarda gli americani, ciò che riguarda noi è l’immagine che l’Italia ha scelto di offrire di sé.
Mentre il mondo osservava una celebrazione dal forte valore storico e simbolico, parte della nostra rappresentanza politica è riuscita a trasformare un appuntamento istituzionale in un’occasione di comunicazione da social network. Il commento di Matteo Salvini sull’odore degli hamburger è diventato, suo malgrado, il simbolo di questa deriva. Non perché vi sia qualcosa di sbagliato negli hamburger, ma perché il livello della riflessione pubblica sembra essersi ridotto al profumo di una griglia.
È questa la cifra della politica contemporanea: sostituire il pensiero con la battuta, la profondità con l’effetto immediato, la diplomazia con la ricerca compulsiva di visibilità. Ogni occasione diventa uno sfondo per una fotografia, ogni evento storico un pretesto per un post, ogni ricorrenza un palcoscenico per alimentare il consenso di poche ore.
La politica, però, dovrebbe avere un’ambizione diversa. Dovrebbe rappresentare un Paese con autorevolezza, cultura istituzionale e senso della misura. Dovrebbe essere capace di cogliere il significato dei simboli e parlare il linguaggio della storia, non quello della propaganda permanente.
Le democrazie occidentali attraversano una stagione difficile. Crescono i populismi, si indebolisce la fiducia nelle istituzioni, aumenta la tentazione di sostituire la complessità con slogan semplici e rassicuranti. In questo contesto, celebrare i 250 anni degli Stati Uniti avrebbe potuto essere l’occasione per riaffermare il valore della libertà, dello Stato di diritto e della cooperazione tra alleati.
Invece è rimasta l’immagine di una politica che preferisce l’odore degli hamburger al profumo della responsabilità istituzionale.
Ed è forse questa la fotografia più amara: non quella di un buffet americano, ma quella di una classe dirigente che troppo spesso confonde la popolarità con lo spessore, la comunicazione con la leadership, il consenso del momento con il giudizio della storia.
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