Mengani: “ Roggero, la legittima difesa e il confine che uno Stato di diritto non può oltrepassare”

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  17 luglio 2026 15:53

Le immagini diffuse negli ultimi giorni hanno riaperto una ferita mai davvero rimarginata: quella della rapina alla gioielleria di Grinzane Cavour e della successiva uccisione di due dei rapinatori da parte del gioielliere Mario Roggero. Guardando quel video, è difficile non provare emozioni contrastanti. Da una parte la paura, la rabbia e l’immedesimazione in chi si è trovato a subire una rapina violenta. Dall’altra, però, emerge con forza un interrogativo che riguarda tutti: dove finisce la legittima difesa e dove comincia la vendetta?
La legittima difesa è un principio fondamentale del nostro ordinamento. Consente a chi è aggredito di proteggere sé stesso e gli altri da un pericolo attuale. Ma proprio perché è un istituto giuridico e non una licenza di uccidere, ha dei limiti precisi. Quando l’aggressione è cessata e il pericolo non è più imminente, la risposta non può trasformarsi in un’azione punitiva.
È questo il punto che la sentenza ha ritenuto decisivo. Non si tratta di negare la sofferenza del gioielliere, né di ignorare il trauma provocato da una rapina. Nessuno può sapere come reagirebbe in una situazione tanto drammatica. L’esasperazione è umanamente comprensibile. Ma la comprensione umana non coincide automaticamente con la giustificazione giuridica.
Chi difende Roggero sostiene che lo Stato abbia spesso lasciato soli i cittadini e che la criminalità alimenti un senso di impotenza. È una critica che merita di essere ascoltata. La sfiducia nella giustizia, i tempi dei processi, la percezione di impunità sono problemi reali. Tuttavia, proprio quando la fiducia nelle istituzioni vacilla, diventa ancora più importante preservare il principio secondo cui è lo Stato, e non il singolo, a esercitare la funzione punitiva.
Se accettassimo l’idea che chi subisce un reato possa decidere autonomamente quando e come punire il colpevole, il confine tra difesa e vendetta diventerebbe sempre più labile. Oggi potrebbe riguardare un rapinatore, domani chiunque venga ritenuto, a torto o a ragione, responsabile di un torto. Sarebbe il superamento dello Stato di diritto a favore della giustizia privata.
Per questo la decisione dei giudici va letta innanzitutto come applicazione della legge, non come una presa di posizione morale a favore dei rapinatori. Nessuno è chiamato a solidarizzare con chi commette una rapina. Ma uno Stato democratico si distingue proprio perché tutela i diritti anche quando chi li invoca è colpevole di un reato. La pena spetta ai tribunali, non alle armi dei cittadini.
In questo contesto si inserisce anche il richiamo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha ricordato come il rispetto delle sentenze e dell’autonomia della magistratura sia un pilastro della nostra democrazia. È un messaggio rivolto a tutti, anche alla politica: il dissenso rispetto a una decisione giudiziaria è legittimo, ma non può trasformarsi nella delegittimazione sistematica dei giudici ogni volta che una sentenza non coincide con le proprie convinzioni.
Il caso Roggero continuerà probabilmente a dividere l’opinione pubblica. È comprensibile. Ma una società civile si misura proprio nella capacità di distinguere tra ciò che emotivamente comprendiamo e ciò che giuridicamente possiamo accettare. Si può condannare senza esitazioni la violenza dei rapinatori e, allo stesso tempo, ritenere che inseguirli, ucciderli quando il pericolo immediato è cessato e infierire sui loro corpi non rientri nella legittima difesa.
Difendere questo principio non significa stare dalla parte dei criminali. Significa stare dalla parte dello Stato di diritto. Perché il giorno in cui la vendetta verrà confusa con la giustizia, avremo perso qualcosa che riguarda tutti, vittime comprese.


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