Minacce mafiose e tremila contatti a sfondo sessuale sotto accusa due preti del Vibonese

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sotto accusa due preti del Vibonese
Il procuratore Nicola Gratteri
  31 maggio 2019 12:31

di  Teresa Aloi

Vibo Valentia -   Tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose. È per questa ipotesi di reato che la Dda di Catanzaro ha chiesto il processo per due sacerdoti del Vibonese: Graziano Maccarone, 41 anni, segretario particolare del vescovo di Mileto, e Nicola De Luca, 40 anni, di Rombiolo, reggente della Chiesa della Madonna del Rosario di Tropea.

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I  fatti, secondo le risultanze investigative –l’inchiesta  è condotta dalla squadra mobile di Vibo valentia e coordinata dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e dal pubblico ministero  della Dda Annamaria Frustaci-  sarebbero avvenuti tra dicembre del 2012 e marzo del 2013 aTropea, Nicotera, Mileto e Vibo Valentia.  Entrambi i prelati  sono  indagati con l’accusa di aver costretto con violenza o minaccia R.M. a restituire una somma di denaro ammontante a 8.950 euro, ricevuta in prestito dai due prelati Nicola De Luca e Graziano Maccarone (rispettivamente 2.050,00 euro e 6.700 euro) per estinguere un debito originariamente contratto dal debitore e da una sua figlia con una terza persona che nel 2012 aveva ottenuto un’ordinanza dal giudice dell’esecuzione con l’assegnazione da parte della figlia di R.M. di beni per un valore di novemila euro, così dichiarando estinta la procedura esecutiva. Per evitare l’espropriazione dei beni pignorati alla figlia di R.M., i due prelati Graziano Maccarone e Nicola De Luca in un primo tempo sarebbero andati incontro alle richieste di aiuto di R.M., con don Nicola De Luca che gli avrebbe prestato la somma di 2.050,00 euro. Quindi, su richiesta del debitore, Graziano Maccarone avrebbe preso contatti con il creditore per consegnargli l’ulteriore somma di 6.700 euro, concordando con il debitore che non era necessario restituire l’intera somma data in prestito e che in ogni caso la restituzione sarebbe avvenuta in diverse rate, non appena il debitore avesse avuto la disponibilità di denaro e comunque a partire da Pasqua dell’anno successivo, cioè il 2013. 

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Mentre avveniva questo Maccarone, secondo l’accusa, avrebbe iniziato ad inviare messaggi a sfondo sessuale alla figlia maggiorenne dell’uomo invalida al 100% per una disabilità. In breve tempo, il prete avrebbe avuto oltre tremila contatti telefonici, prevalentemente messaggi a sfondo sessuale, facendosi inviare foto compromettenti e facendosi recapitare indumenti intimi dalla ragazza. In una occasione, il sacerdote aveva anche invitato la ragazza in un albergo di Pizzo ma l’incontro non ebbe poi luogo.
Successivamente, tra il dicembre 2012 ed il gennaio 2013, secondo quanto emerso dalle indagini, Maccarone avrebbe cambiato radicalmente atteggiamento, chiedendo al debitore l’immediata restituzione delle somme di denaro per sé e per don De Luca. Il sacerdote invitò anche il debitore in uno studio legale per chiarire quanto accaduto con la figlia ed invitando anche la ragazza alla quale, il sacerdote dicendole che aveva salvato tutti i messaggi e le foto che lei gli aveva mandato. In un successivo incontro tra i prelati ed il debitore, don Maccarone fece riferimento ai suoi «cugini di Nicotera» evocando così, secondo l’accusa, la propria vicinanza alla famiglia di ‘ndrangheta dei Mancuso.

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 Inoltre, alla richiesta da parte del debitore di poter avere – prima di adempiere al pagamento – una copia della liberatoria firmata dal creditore, don Graziano Maccarone avrebbe affermato di non avere alcuna ricevuta del pagamento effettuato. Una circostanza, secondo la ricostruzione del’accusa, non vera poiché dagli atti emergeva invece che il sacerdote si era munito di una scrittura privata. Don Graziano Maccarone, secondo gli uomini  della Squadra Mobile di Vibo Valentia, avrebbe inoltre contattato un proprio cugino di Nicotera, ritenuto vicino al boss Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, invitando il suo amico sacerdote don Nicola De Luca a farsi da parte perché avrebbe recuperato il denaro “per vie traverse” attraverso “i suoi cugini” evocando anche il nome del boss Luigi Mancuso, definito da don Graziano Maccarone come “il capo dei capi”.   L’aggravante mafiosa fa riferimento al comportamento idoneo ad esercitare una particolare coartazione psicologica nella vittima, in quanto dotato – ad avviso della Procura distrettuale – dei caratteri propri dell’intimidazione derivante dall’evocare la vicinanza di don Graziano Maccarone alla famiglia di ‘ndrangheta dei Mancuso. L’udienza davanti al gup che dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio è stata fissata per il 3 ottobre prossimo.

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