
di SETTIMIO PAONE
“Ne timeas, Montaure, protector tuus sum”. Non temere, Montauro, io sono il tuo protettore. È un’espressione che sembra uscire da una pagina di fede incisa nella pietra della storia e che oggi ritroviamo, potente e carica di significato, in un documento raro e prezioso conservato nell’Archivio Parrocchiale di Montauro.
Si tratta di una relazione manoscritta, inserita nel registro dei battesimi del periodo 1761-1791, redatta di proprio pugno da Don Matteo Madonna, pro-vicario della parrocchia di San Pantaleone, intorno al 1789. Un testo che non ha il tono freddo della cronaca, ma quello partecipe e commosso di chi ha vissuto uno degli eventi più sconvolgenti della storia calabrese: il grande terremoto del 1783.
Il sacerdote descrive con parole semplici ma drammatiche un sisma di inaudita violenza che “rovinò tutta questa intera provincia di Calabria Ultra”, causando – secondo le stime dell’epoca – la morte di quasi ventimila persone rimaste sotto le macerie. Un disastro che colpì duramente città, borghi, chiese e cattedrali, molte delle quali crollarono o rimasero gravemente lesionate.
Eppure, nel racconto emerge un dato che per la comunità montauriese assunse fin da subito il valore di un segno provvidenziale: a Montauro, scrive Don Matteo Madonna, “non pericolò mortalmente alcuno”. Una salvezza attribuita senza esitazione alla “particolar protezione del nostro Glorioso Protettore San Pantaleone”.
Il terremoto si manifestò in più fasi: la prima scossa il 5 febbraio 1783 all’ora di pranzo, una replica in serata, e poi la più terribile nella notte del 28 marzo, “verso cinque quarti di notte”. La popolazione, terrorizzata, si rifugiò in baracche e tuguri costruiti nelle campagne, evitando così un bilancio di vittime che altrove fu devastante. Il fenomeno, annota il pro-vicario, non si esaurì in pochi giorni ma durò per anni, “quasi continuo per quattro anni”, sebbene con minore veemenza.
Particolarmente suggestivo è il passaggio in cui Don Matteo collega la salvezza del paese a un evento ritenuto miracoloso: la liquefazione del prezioso sangue di San Pantaleone, avvenuta il 6 febbraio 1783 mentre la reliquia era esposta alla venerazione dei fedeli. Da quell’episodio – considerato un segno tangibile di protezione – ebbe origine la festa che ancora oggi viene celebrata ogni anno con grande devozione, quasi con la stessa solennità della ricorrenza principale del Santo.
Il racconto si arricchisce poi di dettagli che restituiscono il clima di angoscia di quei mesi: una nebbia fittissima che oscurava il sole, un persistente odore di zolfo che impregnava l’aria, presagi che spaventavano la popolazione. Fenomeni che, secondo il sacerdote, non causarono immediati danni alla salute, ma furono seguiti l’anno successivo da una violenta epidemia che decimò intere famiglie, soprattutto nella zona della Piana.
Interessante anche l’osservazione quasi “scientifica” riportata nel documento: le scosse sembravano manifestarsi soprattutto quando spirava il Libeccio, e si arrivava perfino a prevedere il terremoto osservando “certe nebbie lunghe nell’aria verso Oriente”. Un sapere empirico, frutto dell’esperienza diretta, che testimonia il tentativo degli uomini del tempo di dare un ordine a ciò che appariva incomprensibile.
Durante l’emergenza il paese venne in gran parte abbandonato. Gli abitanti si dispersero tra la Cona, la Croce e il monte sopra la Potella, il punto più alto, ribattezzato significativamente “Monti Pirenei”. Solo anni dopo, con pazienza e fatica, Montauro tornò a popolarsi: le case furono ricostruite sul suolo originario, alcune in legno per maggiore sicurezza, mentre pochi rimasero ancora nelle baracche per mancanza di alloggi.
Il documento si chiude con un’ultima, inquietante annotazione: nella notte del 12 ottobre 1791 nuove scosse provocarono vittime, nonostante molte abitazioni fossero ancora baraccate. Don Matteo Madonna interrompe il suo racconto perché chiamato a partire come Vicario Generale nell’isola d’Ischia di Procida, affidando al suo successore il compito di completare la memoria di quegli eventi: “caetera ergo suppleat”.
Questa testimonianza, semplice ma potentissima, non è solo una cronaca di dolore e paura. È un frammento di identità collettiva, il racconto di una comunità che, di fronte alla catastrofe, trova nella fede, nella solidarietà e nella protezione del proprio Santo Patrono la forza per resistere, sopravvivere e ricostruire. Una pagina che ancora oggi parla a Montauro, ricordandoci quanto profondo sia il legame tra storia, devozione e memoria condivisa.
Segui La Nuova Calabria sui social

Testata giornalistica registrata presso il tribunale di Catanzaro n. 4 del Registro Stampa del 05/07/2019
Direttore responsabile: Enzo Cosentino
Direttore editoriale: Stefania Papaleo
Redazione centrale: Vico dell'Onda 5
88100 Catanzaro (CZ)
LaNuovaCalabria | P.Iva 03698240797
Service Provider Sirinfo Srl
Contattaci: redazione@lanuovacalabria.it
Tel. 3508267797