Montauro, nel Giardino dove il pensiero diventa amicizia: tra creatività, filosofia e intelligenza artificiale

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  30 luglio 2026 11:28

La creatività non nasce mai nel vuoto. Prima ancora di diventare parola, musica, immagine o racconto, è un movimento interiore: un modo attraverso il quale l’essere umano riorganizza ciò che ha vissuto, immaginato, perduto o desiderato. Gli strumenti possono cambiare, diventare più potenti e persino sorprendentemente autonomi nelle loro risposte, ma all’origine rimane sempre una domanda umana. È forse proprio questa la frontiera più interessante aperta dall’intelligenza artificiale: non stabilire se la macchina possa sostituire l’artista, ma comprendere in che modo le nuove tecnologie stiano modificando le possibilità dell’immaginazione.

È stato questo il filo conduttore della serata “L’evoluzione della creatività umana. Tra radici, linguaggi e intelligenza artificiale”, svoltasi al Giardino Epicureo di Montauro. Un appuntamento costruito non come una conferenza tradizionale, ma come una conversazione nel verde, nella quale filosofia, musica, narrazione, memoria e sperimentazione tecnologica si sono incontrate in un autentico simposio contemporaneo.

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A guidare il confronto è stato Massimiliano Capalbo, che ha intervistato il professore Francesco Pungitore, accompagnando il pubblico dentro le trasformazioni generate dall’intelligenza artificiale. Il dialogo ha permesso di affrontare il tema con un linguaggio accessibile, evitando tanto gli entusiasmi acritici quanto le paure apocalittiche che spesso condizionano il dibattito pubblico.

Pungitore ha spiegato concretamente che cosa sia l’intelligenza artificiale generativa, come funzionino i modelli capaci di produrre testi, immagini, musica e altri contenuti e quale supporto possano offrire nei processi creativi. Il suo intervento si è concentrato sulle potenzialità di questi sistemi, ma anche sui loro limiti: l’IA non possiede un’esperienza del mondo, non vive emozioni e non attribuisce autonomamente un senso a ciò che produce. Può elaborare, combinare e trasformare una grande quantità di dati, ma la direzione, l’intenzione e la responsabilità restano umane.

La tecnologia, dunque, non è stata presentata come una sorgente indipendente di creatività, bensì come un nuovo strumento di mediazione. Uno strumento capace di ampliare le possibilità espressive, purché dietro il suo utilizzo vi siano consapevolezza, competenza e una visione riconoscibile.

Di particolare intensità è stato l’intervento della giornalista e scrittrice Vittoria Camobreco, che ha raccontato il lavoro di ricerca bibliografica e documentale condotto anche attraverso il supporto dell’intelligenza artificiale. Un percorso che le ha consentito di collegare fonti, ricostruire passaggi complessi e riportare alla luce una vicenda familiare destinata a diventare il cuore di un suo libro di prossima pubblicazione.

La sua testimonianza ha mostrato come l’IA possa diventare uno strumento al servizio della memoria, senza sostituire la sensibilità di chi indaga e racconta. Camobreco ha emozionato il pubblico rievocando figure appartenenti a un mondo ormai lontano, storie di emigrazione, distacchi e sacrifici, ma soprattutto le vicende delle donne della sua famiglia, capaci di lottare contro le condizioni imposte dal proprio tempo per riscattare se stesse e costruire nuove possibilità per le generazioni successive. La tecnologia, in questo caso, non ha cancellato il passato: ha contribuito a renderne nuovamente leggibili le tracce.

Il rapporto tra radici e innovazione è proseguito attraverso la musica. Il musicista Giovanni Donato e la cantante Francesca Donato hanno parlato della scintilla creativa dalla quale nasce un brano, di quel momento iniziale ancora fragile e indefinito in cui una melodia comincia a prendere forma. Alle parole si sono alternate le esecuzioni dal vivo, in un viaggio capace di richiamare melodie antiche e sonorità moderne, dimostrando come la tradizione non sia qualcosa di immobile, ma una materia viva che ogni generazione interpreta nuovamente.

Il cantautore Antonio Traversa ha condotto il pubblico dentro il laboratorio concreto della produzione musicale contemporanea. Attraverso l’ascolto di differenti esempi di musica realizzata con l’intelligenza artificiale, ha illustrato le varie fasi del processo creativo, soffermandosi sulla complessità del lavoro necessario per trasformare una prima generazione automatica in un brano professionale, editabile e pubblicabile.

Traversa ha evidenziato come sia l’idea a determinare il valore di un progetto, non lo strumento utilizzato per realizzarlo. L’intelligenza artificiale può tuttavia offrire una particolare potenza immaginativa: permette di ascoltare una possibile forma di qualcosa che ancora non esiste, anticipando arrangiamenti, atmosfere e combinazioni sonore che potranno successivamente essere sviluppati in studio attraverso il contributo di musicisti, tecnici e professionisti. Non una sostituzione delle persone, quindi, ma una fase nuova della progettazione creativa.

Su un versante complementare si è collocato l’intervento del musicista Francesco Denaro, che ha richiamato l’attenzione sui limiti della tecnologia. Attraverso un esempio fatto ascoltare al pubblico, Denaro ha mostrato come un sistema generativo, in assenza di indicazioni iniziali precise e di un progetto ben definito, possa allontanarsi rapidamente dall’intenzione originaria. Il risultato dipende dalla qualità della richiesta, ma anche dalla capacità dell’autore di riconoscere gli errori, selezionare, correggere e intervenire.

Il cosiddetto prompt, in questa prospettiva, non è una formula magica, ma la traduzione di un pensiero. Se manca una visione iniziale, la potenza dello strumento rischia di diventare dispersione. Anche davanti alla macchina, dunque, creare significa innanzitutto sapere quale direzione si vuole percorrere.

Particolarmente suggestiva è stata la riflessione proposta dal dottore Giovanni De Giorgio, che ha focalizzato l’attenzione sul concetto di archetipo musicale. Esistono suoni, ritmi e successioni melodiche capaci di raggiungere l’ascoltatore prima ancora che intervenga una comprensione razionale. È una comunicazione immediata, profonda, che sembra precedere la mediazione del concetto e toccare strutture emotive condivise.

È anche in questa capacità di attraversare il tempo e di parlare direttamente alla sensibilità delle persone che, secondo De Giorgio, può essere individuata la differenza tra un prodotto costruito unicamente secondo logiche commerciali e una musica capace di ottenere un successo autentico, entrando nella memoria collettiva.

La serata è stata arricchita dagli interventi del numeroso pubblico presente, che ha partecipato con domande, osservazioni e testimonianze. Non una platea passiva, ma una comunità temporanea di ascolto e confronto, coerente con lo spirito di un luogo nel quale il pensiero è chiamato a diventare esperienza condivisa.

A conclusione del confronto, Francesco Pungitore ha realizzato sul momento una canzone attraverso l’intelligenza artificiale, utilizzando proprio i temi, le parole e le suggestioni emerse durante la serata. Una dimostrazione concreta delle possibilità dello strumento, ma anche della necessità di un’intenzione umana capace di orientarlo e attribuire significato al risultato.

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L’incontro si è poi trasformato in un momento conviviale, tra amicizia, allegria e condivisione. Un finale che si potrebbe definire pienamente “epicureo”, non nel senso superficiale spesso attribuito al termine, ma in quello più autentico della filosofia del Giardino: il piacere semplice dello stare insieme, della conversazione e della presenza degli altri.

La musica di Giovanni e Francesca Donato e di Francesco Denaro ha accompagnato l’ultima parte della serata, alla quale si sono aggiunte le esibizioni musicali e poetiche in vernacolo di Giovanni De Giorgio, accolte dagli applausi dei presenti.

Nel Giardino Epicureo di Montauro, per una sera, la filosofia è così diventata amicizia, il pensiero si è fatto condivisione e la tecnologia ha rinunciato al ruolo di protagonista assoluta per tornare a essere ciò che dovrebbe essere: uno strumento nelle mani dell’essere umano.

Perché le macchine possono generare infinite possibilità. Ma sono ancora le persone a scegliere quali meritino di diventare parte di una storia.