Morte Denise Cosco, Cimino: “La ragazza che avrebbe voluto vivere, ma non ha potuto”

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images Morte Denise Cosco, Cimino: “La ragazza che avrebbe voluto vivere, ma non ha potuto”


  11 settembre 2026 07:47

di FRANCI CIMINO

E adesso tutti zitti. Oppure cancelliamo le parole della retorica più sciocca, unitamente alle parole pesanti e cattive che, sull’irresponsabile rete, sputano quanti credono di coprire la loro nullità nascondendosi dietro la più cattiva delle stupidità: rappresentarsi disumani in un mondo che sempre più perde umanità.

È morta Denise, la figlia di Lea Garofalo, uccisa dalla ‘ndrangheta attraverso il suo familiare più intimo, per difendere la figlia da ogni forma di crudeltà, di violenza interna ed esterna alla famiglia, che l’avrebbe condotta sicuramente a morire attraverso percorsi di paura e di implicazioni davvero impensabili per chiunque.

Le perizie tecniche e medico-legali certificheranno che è morta per sua stessa mano. Le cronache stanno già dicendo che si è uccisa. Qualcuno, attraverso le opinioni e gli studi psicologici da lontano, dirà che era malata di depressione, una depressione pesante che non è riuscita a guarire, forse anche perché lei non avrebbe, o non sarebbe voluta, guarire.

Insomma, la sua morte è dipesa solamente da lei.

O c’è quel fiume della pietà a buon mercato che scorre con forza in queste e in altre occasioni, in cui le morti giovani ci colpiscono all’improvviso, come un sasso che batte violentemente contro la nostra nuca.

E poi fiumi di lacrime, quando pensiamo che l’età di Denise è quella dei nostri figli, o quella che i nostri figli avrebbero raggiunto, e raggiungeranno o che i nostri figli hanno già superato; perché i nostri figli, se hanno la fortuna di camminare ancora verso il futuro, tutti raggiungeranno e passeranno, come ci auguriamo, l’età di questa ragazza.

Denise è morta, però, e non si è uccisa.

Denise è morta il giorno stesso in cui è morta la madre, un attimo prima, quando ha dovuto fuggire da chi le aveva dato la vita. È morta ogni giorno da quel dolore immane.

Denise è morta il giorno in cui ha capito che la sua fanciullezza era già finita e la giovinezza non sarebbe mai arrivata, invecchiata com’era già da quegli anni acerbi, senza adolescenza e senza la freschezza degli anni giovanili.

Denise è morta quando ha scoperto con i suoi stessi occhi che la mamma si sarebbe potuta salvare e non si è salvata. Non è stata salvata.

Denise è morta quando ha toccato con mano che l’immane sacrificio di quella giovane donna, quella Lea, la madre del coraggio di donna, divenuta leggenda non raccontata, storia non scritta, ballata sospesa, canto silenziato, non è servito a sconfiggere pienamente la mafia e la ‘ndrangheta e tutti i poteri nascosti nel doppio petto grigio dell’eleganza più criminale.

Non è servito a cambiare veramente la nostra terra e a farla rinascere dalla sua aridità, fertile di grano buono, di frutti buoni, di fiori belli e multicolori.

Il sacrificio della madre non è servito a fare dei giovani calabresi i veri protagonisti del loro futuro.

Denise è morta alla fine di questa lunga sua morte in vita, quando ha preso definitivamente atto che la morte della madre non l’ha salvata.

Perché il dolore uccide sempre quando si resta soli e non si ha più nulla cui aggrapparsi.

Costretta sempre a nascondersi e a farsi chiamare con un altro nome, questa ragazza, pure amata e sostenuta da quella zia, sorella della madre, che abbiamo visto combattere per difendere la memoria di Lea, non aveva addosso più nulla che potesse farla sentire protetta. Libera e don Ciotti, gli uomini e le donne della protezione non sono bastati. Non è bastato neppure essere madre di un bambino di quattro anni.

Denise non aveva più alcun appiglio alla sua identità, nessuna terra cui appartenere, nessuna città in cui vivere con il proprio nome e anche la propria storia personale, perché la storia personale di una persona la si riscatta, ma non la si cancella.

Denise è morta di solitudine, quella vera.

Che non si risolve con qualche protezione di tipo legale. Si supera con l’amore vero, che colmi almeno in parte il vuoto profondo in cui si trova.

Ed è legge della vita ormai che, quando si è sul ciglio di un vuoto, che sia un pozzo o un baratro, se non hai nessuno che ti prenda per la mano, per quanto sforzi tu possa fare per stare in equilibrio, quando la fatica delle gambe, più che della testa, ti avrà preso tutto, inevitabilmente cadrai.

Ora tutti la piangeremo, ma di lacrime brevi e con gli occhi già che guardano altrove. Dove sofferenza non c’è. Dove speriamo che la nostra non ci sia.

Denise è morta, per mano della mafia o della ‘ndrangheta o di ogni violenza organizzata, che ha compiuto con lei il delitto perfetto.

La morte di Denise vale quanto una strage di mafia.

Ma la Calabria che è stata a guardare in questi anni, noi tutti che ci siamo presto dimenticati di Lea Garofalo e del suo sacrificio, non è che ci possiamo dire pienamente assolti.

Denise riposerà in pace, ne sono certo.

C’è sempre un Dio per le persone belle come lei.

E una vita meravigliosa che la starà già aspettando. Con la madre davanti all’ingresso.

Sognavano l’Australia, mamma e figlia.

Adesso vivono insieme in un posto migliore.