Morte piccolo Domenico, Conidi Ridola: "La vita non è un protocollo violabile"

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  21 febbraio 2026 16:03

di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

Ho già dato il mio consenso all’espianto di organi come donatrice post mortem, perché credo profondamente nel valore della donazione e nella possibilità che, attraverso un gesto di generosità, una vita possa continuare grazie a un’altra. Proprio per questo, però, non posso accettare che a fronte di un atto così alto e civile possano verificarsi epiloghi drammatici come quello del piccolo Domenico, deceduto presso l’Ospedale Monaldi.

La donazione non è solo un gesto individuale, è un patto di fiducia tra il cittadino e lo Stato, tra chi dona e chi riceve, ed è un patto che si fonda sulla certezza che ogni passaggio della filiera dei trapianti sia governato da regole rigorose, controlli effettivi e responsabilità chiare. Un organo non è un oggetto qualsiasi, è parte di una persona, ed è destinato a diventare parte di un’altra: per questo deve essere prelevato, conservato, trasportato e valutato secondo protocolli rigidissimi, con temperature controllate, tempi certi, verifiche documentate e, soprattutto, con il coraggio professionale di fermarsi quando le condizioni di sicurezza non sono garantite. 

Quando questo non avviene, non siamo di fronte a una tragica fatalità, ma al possibile fallimento di una catena di responsabilità che coinvolge più soggetti e più fasi, dal momento del prelievo dell’organo alla sua certificazione di idoneità, dalla conservazione e dal trasporto fino all’accettazione da parte del centro trapianti e alla decisione finale di procedere all’impianto. In un caso come questo, il diritto non può limitarsi a prendere atto del dolore, ma deve interrogarsi su quali responsabilità giuridiche possano essere configurate, perché la tutela della vita passa anche attraverso l’accertamento degli errori. Sul piano penale, quando la morte di un paziente è conseguenza di negligenza, imprudenza, imperizia o violazione di regole e linee guida, si può configurare il reato di omicidio colposo, che non riguarda un solo soggetto ma può coinvolgere più persone se ciascuna, con la propria condotta, ha contribuito all’evento finale. Prima ancora della morte, se l’impianto di un organo non idoneo ha provocato un aggravamento delle condizioni del paziente e sofferenze evitabili, può venire in rilievo anche il reato di lesioni personali colpose.

Se nella documentazione sanitaria o nei verbali di trasporto e di valutazione dell’organo sono state attestate condizioni non corrispondenti al vero, la responsabilità non è solo medica ma anche penale, perché il falso in atto pubblico mina alla radice la fiducia nel sistema e impedisce di ricostruire correttamente cosa sia accaduto. Se chi aveva il dovere di fermare la procedura non lo ha fatto pur potendolo fare, può configurarsi anche l’omissione di atti dovuti, perché nel servizio pubblico sanitario il dovere di agire in tutela del paziente è un obbligo giuridico, non una scelta discrezionale. In questi casi, le indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli non hanno una funzione punitiva astratta, ma servono a chiarire se vi sia stata una cooperazione colposa tra più soggetti, cioè una somma di errori, di superficialità o di violazioni di protocolli che, concatenandosi, hanno condotto a un esito che non doveva verificarsi. La normativa italiana sui trapianti e sulla responsabilità sanitaria esiste ed è chiara: impone tracciabilità degli organi, standard di qualità e sicurezza, rispetto delle linee guida, responsabilità individuale dei professionisti e responsabilità organizzativa delle strutture. Quando queste regole non vengono applicate con rigore, non è solo il singolo paziente a essere tradito, ma l’intero patto di fiducia che regge il sistema delle donazioni. Chi, come me, sceglie di essere donatore lo fa perché crede nella sanità pubblica, nella sua capacità di prendersi cura delle persone nei momenti più delicati della vita e della morte. Proprio per questo, episodi come questo non possono essere archiviati come sfortunate eccezioni, ma devono diventare occasione di verità, di assunzione di responsabilità e di cambiamento reale delle prassi. La sanità è un bene pubblico essenziale, è il luogo in cui la comunità affida ciò che ha di più prezioso, la vita e la dignità delle persone, ed è troppo importante per essere lasciata a organizzazioni carenti, controlli deboli o procedure applicate in modo approssimativo.

Il bene della salute è primario , ma purtroppo si preferisce rivolgere l'attenzione verso altri fronti,dove il dibattito involge la politica e diventa  solo canale di ascolto e di visibilità per troppi.

*Avvocato


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